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Trend: da New York a Roma, è boom di coworking

Trend: da New York a Roma, è boom di coworking

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Contributor, Paola Casali

25 Ottobre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Coworking, coliving, nuove forme di hospitality per i cosiddetti “nomad traveler”: sono i nuovi modelli di economia immobiliare nati negli ultimi anni sotto la stella della condivisione di idee, progetti e interessi per generare community. Che piacciono molto ai Millennials

A Manhattan il 10% di uffici tradizionali sono oggi occupati da coworking e gli analisti stimano che nei prossimi anni arriveranno a occupare il 30%. Secondo Jll nel 2010, 11 milioni di square feet (circa 1 milione di metri quadrati) erano occupati da flexible office, nel 2017 sono arrivati a 52 milioni. Oltre oceano la crisi immobiliare viene evitata dai grandi landlord affittando piani vuoti a grandi operatori di coworking, che danno l’opportunità a giovani professional e a manager più adulti di avere il loro spazio pronto, arredato, dotato di ogni comfort e di partire da subito con la loro attività senza costi aggiuntivi e senza l’attesa di tempi spesso molto lunghi per progettare e realizzare spazi a uso ufficio come si faceva qualche anno fa. Il tutto con costi di affitto molto più contenuti rispetto agli uffici tradizionali e con durata del contratto limitata, al fine di verificare se la propria idea imprenditoriale funziona o no, e liberandosi della preoccupazione del vincolo dovuto alla presenza di contratti molto lunghi come in passato.

Negli uffici di Wework su Madison Avenue ho visto imprenditrici e imprenditori di ogni genere: dalla creatrice di costumi da bagno con al seguito ricamatrice di paiettes, accanto a investitori immobiliari, tutti insieme, perché nei disrupters quello che conta sono le idee e quanto sei bravo a realizzarle. È di qualche settimana fa l’apertura del più grande Talent Garden italiano a Roma nel vivace quartiere Ostiense, collocato in un palazzo che per i romani era simbolo di decadenza e abbandono. È stato ristrutturato, è tornato a uno splendore addirittura migliore del passato. Pullula di giovani, di ricercatori, di studenti (l’Università di Roma Tre è proprio di fronte e lo usa come incubatore per startup), di umanità che ha voglia di fare e di mettersi in gioco. È questa l’Italia che vogliamo.

I coworking danno linfa vitale a edifici vuoti, possono contribuire a “gentrificare” quartieri degradati o abbandonati. Ho visto a Ny l’effetto benefico generato da Wework quando ha creato la Flatiron School nella zona del Flatiron, oggi uno dei quartieri più vivi e interessanti della città,  ma sino a 12-15 anni fa nessuno osava avvicinarsi per quanto fosse pericoloso. Oggi rappresenta la Silicon Valley della East Coast: i grandi – da Google a Facebook, da Wework a Uber – tutti vogliono stare lì. Non è un caso che anche il nostro Farinetti abbia realizzato al Flatiron il suo primo flagstore di Eataly a New York. La scuola attira ingegneri informatici, softwaristi, esperti di big data da tutte le parti del mondo, che gareggiano per vincere le borse di studio messe in palio dalle grandi corporate americane. Dalla presenza della scuola (quante scuole si potrebbero fare in Italia di ogni genere e tipo e attivare borse di studio per studenti più meritevoli!) ne ha beneficiato tutto il quartiere: i valori immobiliari delle case e dei negozi sono saliti e nel weekend coppie, famiglie e single adorano passare del tempo libero a passeggiare e fare yoga nel parco di fronte al Flatiron in prossimità della scuola.

Trend: da New York a Roma è boom di coworking
Flatiron (Foto di Paola Casali)

I flexible office stanno diventando una grandissima opportunità anche per gli alberghi di lusso di Manhattan.  Una fra tutte, la catena Sheraton negli Usa sta adattando 400 lobbies con tavoli da lavoro ultradotati di Usb e WiFi veloce e affitta spazi con abbonamenti giornalieri, mensili e annuali a viaggiatori e professional che incontrano i clienti nelle loro accoglienti e bellissime lobby.

Si mette a reddito anche ciò che fino a poco tempo fa era sacro e intoccabile come la lobby. Questa tendenza sta investendo anche i centri commerciali e operatori del calibro di Simon Property Group a Brookfield stanno iniettando nuova linfa vitale ai loro malls esistenti, abbandonati da tempo dai Millennials, ridefinendo il business model dove i nuovi key driver sono rappresentati da “new tenant”, “new look” e new client”.

Jll stima che la presenza di coworking nei centri commerciali crescerà del 25% ogni anno e che nel 2020 queste realtà raggiungeranno 3,4 milioni di square feet. I grandi proprietari dei maggiori centri commerciali americani stanno investendo a mani basse sulle società di coworking: Brookfield ha investito recentemente 80 milioni su Industrious, mentre in partnership con Convene possiede Iwg, proprietaria di Regus. Blackstone ha la maggioranza di Office Group, Carlyle ha acquistato Uncommon.

I coworking non sono tutti uguali come apparentemente qualcuno sarebbe portato a credere… Negli Usa la competizione tra player di flexible offices viene giocata e vinta dagli operatori che stanno incorporando la sostenibilità nei loro progetti, in termini di arredo con materiali riciclabili, efficientamento energetico, trattamento rifiuti, acqua, plastica, healthy food da erogare nei tradizionali distributori che arredano gli uffici, nella formazione “in house” su temi di climate change che organizzano periodicamente, chiamando a parlare esperti del settore. E fuori dall’orario di lavoro non restano certo vuoti. C’è chi organizza concerti di musica, mostre di artisti emergenti, corsi di cucina, di giornalismo dilettantesco, wine event e quant’altro renda vivace l’edificio e il quartiere anche fuori orario e durante i weekend. I Millennials scelgono i coworking che meglio rispondono al “green & healthy living”, che si traduce in sostenibilità sociale, ambientale ed economica e per questo sono disposti a pagare di più, per preservare il pianeta Terra per le future generazioni, quello che Papa Francesco nella sua Enciclica ha definito in maniera chiara “la cura della casa comune” per noi, i nostri figli e le generazioni future. È una grandissima opportunità che ci viene offerta anche in Italia per restituire vitalità a edifici privati, pubblici, immobili abbandonati dei Comuni, del Demanio, della Chiesa; è un paradigma per creare posti di lavoro, moltiplicare “vivai” di idee, progetti, talenti, per ridurre la povertà, per togliere dalla strada ragazzi che non trovano un’occupazione, per genitori che perdono un lavoro, per generare valore economico, sociale e ambientale di cui l’intera collettività ne ha immenso bisogno e ne beneficerà. È questo il vero ritorno dell’investimento, non più misurato solo ed esclusivamente in termini economici, ma c’è molto di più. Provare per credere.

 

A cura di Paola Casali, ceo & founder di Casali & Partners

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Contributor , Paola Casali
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