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Cedolare secca al 12,50%, un autogol per le famiglie

18 Ottobre 2019 · Stefania Pescarmona · 3 min

  • In una fase in cui il mercato della locazione è esposto alla spietata concorrenza degli utilizzi temporanei (affitti brevi), qualsiasi provvedimento che riduca la redditività dell’opzione tradizionale comporta inevitabilmente uno spostamento di offerta verso le forme di utilizzo degli immobili più profittevoli

  • Alzare la cedolare secca sui canoni concordati è una mossa profondamente sbagliata, perché colpisce una fascia di popolazione che non dispone di ingenti risorse finanziarie, e per questa ragione dovrebbe essere invece tutelata

  • Tra gli aspetti positivi va considerato che l’aliquota del 10% era provvisoria mentre la nuova aliquota del 12,5% dovrebbe diventare strutturale, dando di conseguenza stabilità

In aggiunga all’incremento dell’imposta ipotecaria e catastale da 50 a 150 euro sui trasferimenti immobiliari soggetti a imposta di registro, il governo sta studiando un aumento dal 10 al 12,5% della cedolare secca sugli affitti a canone concordato. Ecco cosa ne pensano gli esperti interpellati da We Wealth

“La misura di aumentare di un quarto la cedolare secca sugli affitti a canone concordato – in aggiunta a quella di aver triplicato l’imposta ipotecaria e quella catastale sui trasferimenti immobiliari soggetti (da 50 a 150 euro, ndr) – determinerà indubbiamente effetti nocivi sul mercato immobiliare, peraltro già oggetto di una forte pressione fiscale”. A parlare è Maurizio Fraschini, partner di Jenny Avvocati, interpellato in merito alla possibilità che la cedolare secca sugli affitti disciplinati dagli accordi territoriali (cosiddetti concordati) salga dal 10 al 12,5%.

“Gli immobili a uso residenziale destinati alla locazione calmierata – che in Italia ha definito un segmento di offerta abitativa ‘regolamentata’ nuova, nel contesto di una sempre maggiore mobilità di studenti e lavoratori, oltre a determinare un’innegabile contrazione dell’evasione fiscale sui canoni – stavano acquisendo, quantomeno per determinate aree geografiche, un sempre maggior interesse per gli inventori istituzionali. Aver inciso fiscalmente su questo mercato in espansione, crea evidenti danni, anche in considerazione della scarsità nelle città italiane di maggior interesse per gli investitori, di prodotti alternativi in diverse asset class, come alberghi e uffici”, ha aggiunto Fraschini.

Dello stesso avviso anche Luca Dondi, amministratore delegato di Nomisma, che ritiene che il previsto incremento certifichi in maniera inequivocabile la mancata comprensione dei fenomeni in atto. “In una fase in cui il mercato della locazione è esposto alla spietata concorrenza degli utilizzi temporanei (affitti brevi), qualsiasi provvedimento che riduca la redditività dell’opzione tradizionale comporta inevitabilmente uno spostamento di offerta verso le forme di utilizzo degli immobili più profittevoli”, ha spiegato Dondi, che prevede che a risultare penalizzati non saranno tanto i proprietari, che sapranno riorientare prontamente le proprie scelte, quanto le famiglie, in particolare quelle disagiate, che si troveranno di fronte un’offerta sempre più esigua e a un contesto sempre più competitivo. “In una fase in cui una lettura informata dei fenomeni consigliava una detassazione delle forme di utilizzo più favorevoli all’inquilinato, si è scelto di andare in senso opposto. Il costo sociale del risicato aumento di gettito che un approccio meramente contabile ha consentito di stimare rischia di rivelarsi elevatissimo. La speranza è che una sopraggiunta consapevolezza consenta di evitare il più clamoroso degli autogoal”, ha concluso Dondi.

Marco Abramo Lanza, partner dello studio legale e tributario Biscozzi Nobili, ha poi aggiunto: “L’incremento ipotizzato della cedolare secca sui canoni concordati riduce la differenza di 11 punti percentuali che ad oggi è prevista tra il 10% ed il 21% per il canone libero. Va tuttavia verificato – e speriamo che di questo ci sia traccia nella relazione tecnica al provvedimento – quale possa essere l’impatto effettivo sui contratti in corso e soprattutto sui contratti che verranno stipulati in futuro, tenuto conto che queste locazioni vanno stipulate sulla base di canoni determinati in base ad accordi territoriali con le associazioni di categoria. Infine andrà verificato se oltre all’incremento di aliquota verranno modificati (ed in quale direzione) le altre agevolazioni fiscali per il proprietario e per gli inquilini”.

Ha rincarato la dose il presidente di Sigest, Enzo Abanese, che ha detto: “Alzare la cedolare secca sui canoni concordati è una mossa profondamente sbagliata, perché colpisce una fascia di popolazione che non dispone di ingenti risorse finanziarie, e per questa ragione dovrebbe essere invece tutelata. Penso però che ci sia ancora tempo per apportare modifiche alla Legge di Bilancio, evitando così una ulteriore “tegola” finanziaria per un gran numero di contribuenti”.

 Per Roberto Busso, amministratore delegato di Gabetti Property Solutions, aumentare la tassazione applicata alle locazioni, significherebbe correre il rischio di disincentivare questo mercato, che attualmente sta avendo un trend positivo ( proprio grazie anche all’introduzione delle cedolari). Inoltre “prevedere l’aumento della cedolare secca sui canoni concordati al 12,5% sarebbe una scelta in contraddizione con la linea anti-evasione portata avanti dagli Esecutivi che hanno dato attuazione alle manovre di bilancio e disattenderebbe il sostegno alla locazione proposto anche nell’ambito del Piano casa”, ha aggiunto Busso.

Un po’ più morbida è invece Elena Cardani, tax director, studio tributario e societario Deloitte, che a We Wealth ha dichiarato: “Il possibile ritocco della cedolare secca con aumento del 25% (passando dal 10% al 12,5%) rappresenta senz’altro un aggravio delle imposte nel settore immobiliare, già interessato da tassazione significativa. Tuttavia, andrebbe considerato che l’aliquota del 10% era provvisoria mentre la nuova aliquota del 12,5% dovrebbe diventare strutturale (dando di conseguenza stabilità) e che inoltre l’aliquota del 12,5% confrontata alle aliquote applicate su altre categorie di redditi, risulta ancora favorevole”.

Stefania Pescarmona
Stefania Pescarmona
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