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La sete di liquidità spinge i minibond: +72% nel 1° semestre

La sete di liquidità spinge i minibond: +72% nel 1° semestre

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

18 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • “La necessità impellente di liquidità ha spinto numerose imprese, che non hanno trovato risposte veloci da parte delle banche, a esplorare nuovi percorsi di finanza alternativa”, spiega Giancarlo Giudici

  • Nel primo semestre del 2020 sono state collocate 86 emissioni

  • In crescita il controvalore del 22%

La crisi pandemica e la conseguente sete di liquidità delle imprese italiane spinge l’industria dei minibond: registrata una crescita del 72% nel primo semestre dell’anno. Lo rivela l’Osservatorio minibond della School of management del Politecnico di Milano

Se da un lato le misure dispiegate dal governo negli ultimi mesi si sono rivelate spesso insufficienti a colmarne la sete di liquidità, le imprese italiane hanno iniziato a volgere lo sguardo verso nuovi strumenti di finanza alternativa che potrebbero garantire la tenuta del sistema. Dopo numeri da record nel 2019, la crisi pandemica ha infatti dato un’ulteriore spinta alla crescita dell’industria dei minibond.

Secondo un’indagine dell’Osservatorio minibond della School of management del Politecnico di Milano, che ha coinvolto 22 “arranger” (società finanziarie che supportano le emittenti nel collocamento dei minibond), nei primi sei mesi dell’anno sono state collocate 86 emissioni, contro le 50 dello stesso periodo del 2019. Si parla di una crescita del 72%, con un controvalore di 270,55 milioni di euro contro i 220,8 dello scorso anno (+22%).

“La necessità impellente di liquidità ha spinto numerose imprese, che non hanno trovato risposte veloci da parte delle banche, a esplorare nuovi percorsi di finanza alternativa, fra cui i minibond – spiega Giancarlo Giudici, responsabile dell’Osservatorio minibond – Stanno avendo un buon successo anche le operazioni di sistema, come i basket-bond e i pluri-bond, che raggruppano più emittenti. La nuova opportunità di collocare i titoli emessi dalle spa sui portali di crowdfunding ha consentito poi un’ulteriore accelerazione del mercato”.

Una fonte dunque alternativa al credito bancario, che si conferma in continua crescita. La sesta edizione del report dell’Osservatorio minibond diffusa a febbraio aveva infatti segnato numeri da record, relativi alle emissioni (207, +24,7% rispetto al 2018), alle società emittenti (183) e al flusso di raccolta (1,18 miliardi di euro, +21,1%). Livelli raggiunti nonostante il calo della raccolta delle piccole e medie imprese, da 379 a 344 milioni, e del valore medio delle emissioni (4,68 milioni nel secondo semestre, il minimo tendenziale storico).

Nel complesso, dal mese di novembre 2012 al 31 dicembre dello scorso anno 536 imprese italiane hanno attinto a questa provvista di liquidità immediata, tra cui 314 pmi. Solo nel 2019 si parla di 183 emittenti, tra le quali si distinguono le spa (69,4%), le srl (28,4%) e le società cooperative (2,2%).

Se però nel 2019 uno dei principali obiettivi dell’emissione di minibond era il finanziamento di una crescita interna ed esterna, spiega Vittorio Fiore di Deloitte in occasione della conferenza di presentazione dei risultati dell’Osservatorio, oggi tale tipologia di strumento viene considerato soprattutto per sostenere il circolante. Ciononostante, trattandosi di aziende di piccole dimensioni, “quando si avviano verso un processo di crescita, devono prepararsi a investire nella cultura aziendale”, precisa Christian Martello di Mediocredito Trentino-Alto Adige. “In questo senso, il minibond le aiuta perché è più complesso, non gode della facilità delle istruttorie e delle analisi dei finanziamenti ordinari, e determina un importante investimento dell’azienda in termini di preparazione”. Spesso, spiega, accade che si utilizzi il minibond come strumento preparatorio al processo di quotazione in Borsa. “Il dramma dell’emergenza sanitaria ha provocato una fortissima accelerazione nei processi di crescita necessari per non soccombere e il minibond è diventato esso stesso un’opportunità di crescita”, conclude Martello.

Ma quali sono i tempi di emissione? “Tante volte ormai si tratta di processi anche più snelli e lineari rispetto alla concessione di un finanziamento normale – commenta Alessandro Accrocca di Orrick – I tempi sono stati compressi notevolmente e in un mese, o anche meno, è possibile chiudere l’emissione con l’arrivo dei fondi all’emittente”. Secondo Accrocca, tuttavia, i minibond sono da considerare “un canale alternativo al finanziamento bancario, non una contrapposizione allo stesso. È auspicabile che l’impresa che cerca liquidità possa avere più strumenti sul tavolo tra cui scegliere”.

Rita Annunziata
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