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La lunga strada degli Etf attivi non trasparenti

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Francesca Conti
Francesca Conti

26 Luglio 2019
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  • Secondo uno studio della società fintech Broadridge Financial Solutions, oltre 4 consulenti finanziari su 5 (l’83%) negli Stati Uniti sarebbe pronto ad aprirsi a questi nuovi strumenti

  • Lo scorso aprile la Securities and exchange commission (Sec) ha autorizzato Precidian Investments a portare sul mercato la sua gamma di Etf attivi non trasparenti ActiveShares

  • A differenza dei tradizionali Etf a gestione attiva, i gestori dei non trasparenti non rivelano quotidianamente i titoli che compongono l’indice del proprio Etf ma su base trimestrale

Negli Usa 4 consulenti su 5 non vedono l’ora di lanciarsi sugli Etf attivi non trasparenti. Ma cosa sono? E quali vantaggi hanno? I dettagli di uno strumento da poco autorizzato dalla Sec americana, che potrebbe attirare l’interesse degli investitori internazionali

Una nuova classe di Etf è pronta a imporsi sul panorama internazionale. Si tratta dei cosiddetti Etf non trasparenti a gestione attiva. Secondo uno studio della società fintech Broadridge Financial Solutions, oltre 4 consulenti finanziari su 5 (l’83%) negli Stati Uniti sarebbe pronto ad aprirsi a questi nuovi strumenti. E di fatto sempre negli Usa i regolatori si sono già mossi per permettere il lancio dei prodotti. Lo scorso aprile la Securities and exchange commission (Sec) ha autorizzato Precidian Investments a portare sul mercato la sua gamma di Etf attivi non trasparenti ActiveShares. Società come Legg Mason, BlackRock e Jp Morgan si sono già dichiarate interessate.

Cosa sono gli Etf attivi non trasparenti?

Cos’è un Etf non trasparente a gestione attiva? Potrebbero essere visti come l’evoluzione naturale dei classici exchange traded fund, fondi passivi che replicano l’andamento di un indice di riferimento (il cosiddetto benchmark) venendo trattati come azioni e pertanto negoziati in Borsa in tempo reale. Il settore degli Etf ha avuto fin da subito una rapida evoluzione e se i primi strumenti replicavano pedissequamente gli indici, nel tempo si sono sviluppati prodotti molto più complicati. Un esempio sono gli Etf smart beta che cercano di ribilanciare i pesi dei titoli in un indice favorendo quelli a minor capitalizzazione.

Un nuovo livello di trasparenza

Nel 2011 nell’ecosistema Etf approdano quelli a gestione attiva. Si tratta sempre di prodotti che hanno l’obiettivo di battere il proprio indice di riferimento. La differenza sostanziale è rappresentata dal gestore, che sceglie e segue i titoli in portafoglio basandosi su modelli quantitativi per selezionare titoli e pesi. Gli Etf attivi richiedono ai manager di rivelare le loro partecipazioni di portafoglio su base giornaliera.

Anche gli Etf attivi non trasparenti sono scambiati quotidianamente sul mercato. Ma a differenza dei tradizionali Etf a gestione attiva, i gestori dei non trasparenti non rivelano quotidianamente i titoli che compongono l’indice del proprio Etf. Lo fanno invece su base trimestrale, come i fondi comuni di investimento. Questo, pur mantenendo i vantaggi fiscali della struttura dell’Etf e delle sue capacità di negoziazione.

“In Italia la quotazione dei fondi attivi, con la negoziazione alla Nav una volta al giorno, deve ancora riuscire a esprimere appieno il proprio potenziale”, commenta Marcello Chelli, european head of distribution and retail per i Lyxor Etf. “Alla luce di questo è da valutare se la negoziazione in tempo reale dei fondi attivi possa conferire loro un maggiore appeal verso gli investitori, anche in considerazione della mancata disclosure del loro patrimonio”, prosegue Chelli.

Etf attivi non trasparenti: davvero così convenienti?

“Gli Etf attivi non trasparenti rappresentano sicuramente un’innovazione finanziaria ma, al contempo, lasciano aperte alcune tematiche”, spiega Chelli. Il manager ha individuato alcune caratteristiche che lasciano aperto qualche dubbio sulla reale convenienza di questi strumenti:

  1. “Il posizionamento strategico, in termini di costo, di un Etf attivo non-trasparente (distribuito attraverso una Borsa) rispetto all’omologo fondo attivo (più costoso perché gravato da rebate) distribuito attraverso reti di collocamento”;
  2. “L’eventuale minore aggressività delle quotazioni dei market maker nel caso in cui dovessero godere di una visibilità parziale, o non aggiornata in tempo reale, del patrimonio dell’Etf attivo non-trasparente”. In pratica, il prezzo degli Etf potrebbe differire dal valore reale dei sottostanti.
  3. “L’impossibilità per l’investitore di avere il pieno controllo dell’asset allocation dell’Etf attivo non-trasparente: per es. l’investitore potrebbe supporre di essere esposto all’azionario statunitense per il 100% mentre, in realtà, l’Etf attivo non-trasparente potrebbe avere posizioni, anche rilevanti, in liquidità o in altre asset class (permesse dal proprio regolamento)”;
  4. “L’eventualità che l’Etf attivo non-trasparente si possa esporre a investimenti illiquidi o speculativi consentiti dal proprio regolamento ma, al tempo stesso, non necessariamente apprezzati dagli investitori;
  5. “La possibilità teorica di pratiche di window dressing (modifica solo temporanea delle posizioni) operate dall’Etf attivo non-trasparente in concomitanza delle date in cui cade l’obbligo normativo di disclosure periodica del patrimonio”;
  6. “La maggiore complessità, per il gestore di un Etf attivo non-trasparente, di gestire sottoscrizioni/rimborsi estremamente rilevanti preservando accuratamente le posizioni in essere”.

Secondo Chelli, “fatte queste considerazioni, sarà compito degli investitori decretare se l’innovazione degli Etf attivi non-trasparenti possa soddisfare meglio i loro bisogni: per esempio in termini di acquisti e vendite in tempo reale e di semplificazione delle operation”.

La strada verso l’Europa è ancora lunga

Dopo il via libera della Sec agli Etf di Precidian Investments gli investitori statunitensi potrebbero lanciarsi a tutta velocità nel mercato di questi nuovi strumenti. Sempre secondo l’analisi di Broadridge Financial Solutions, la maggior parte dei consulenti (63%) ha detto che sarebbe stato pronto a ritirare parte delle attività dai fondi comuni di investimento per investire negli Etf attivi non trasparenti. Il 46% si è detto invece disposto a utilizzare risorse non ancora investite.

Nonostante l’entusiasmo dimostrato dai consulenti, qualche timore resta. Solo il 22% dei gestori probabilmente investirà entro i primi 12 mesi dal lancio dei nuovi prodotti e il 64% probabilmente ne farà uso a un anno dal loro via libera. Le preoccupazioni maggiori riguardano la novità dei prodotti e il fatto che non siano stati ancora testati. I consulenti temono inoltre che gli Etf possano non essere venduti per mancanza di trasparenza, anche se in teoria questo dovrebbe essere uno dei punti di forza di questi strumenti. Un altro punto critico è l’incapacità di spiegare nel dettaglio ai clienti come funzionano.

In Europa questi strumenti non esistono ancora e le probabilità che si diffondano tra gli investitori restano basse. “La richiesta per Etf Attivi in Europa è ancora molto limitata tra gli investitori. Ovviamente noi continueremo a valutare il potenziale e a esplorare tutte le opportunità nell’ambito del nostro processo costante di innovazione dei prodotti”, spiega Fannie Wurtz, head of Amundi Etf, indexing & smart beta, member of Amundi group executive committee. Visto che il vento dell’innovazione soffia spesso prima dall’America, così come Amundi, anche gli altri asset manager dovranno tenere gli occhi aperti. La rivoluzione degli Etf non trasparenti a gestione attiva potrebbe essere dietro l’angolo.

Francesca Conti
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