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Coronavirus, il petrolio sprofonda sotto i 20 dollari

Coronavirus, il petrolio sprofonda sotto i 20 dollari

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

30 Marzo 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il petrolio Usa, il Wti (West Texas Intertrade), nel fine settimana (28-29 marzo 2020) è sceso a 19,92 dollari. Il Brent è rimasto sopra i 20, ma entrambi sono calati del 6% rispetto all’ultima seduta

  • Il “mercato petrolifero sopraffatto da un crollo epico della domanda e da una fornitura eccessiva senza precedenti”

  • L’industria petrolifera americana ha effettuato la maggiore riduzione della produzione da cinque anni a questa parte. In particolare gli Usa sono in sofferenza per lo shale oil, quota importante di tutto il comparto high yield del Paese

Il coronavirus attacca anche i combustibili fossili: per la prima volta dopo 18 anni, il prezzo del petrolio sprofonda sotto la soglia dei 20 dollari al barile. Quasi fantascienza

Continua la discesa vertiginosa del prezzo del petrolio: i numeri hanno quasi del fantascientifico. Ma di questi tempi, nulla più sorprende. Il petrolio Usa, il Wti (West Texas Intertrade), nel fine settimana (28-29 marzo 2020) è sceso a 19,92 dollari.

Non sono andate molto meglio le quotazioni del Brent (parametro di riferimento per il petrolio non Usa), rimasto comunque sopra la soglia psicologica dei 20 dollari (23,03 dollari). Per entrambi però il calo è di circa il 6% rispetto alla seduta di chiusura della scorsa settimana.

Coronavirus, il collasso del prezzo del petrolio

Ma all’epoca del coronavirus il prezzo del petrolio è in caduta libera da parecchio tempo. Nelle ultime quattro settimane il suo valore si è dimezzato e gli analisti prevedono che un quarto della produzione andrà perduta. L’ex consulente per l’energia di Barack Obama, Jason Bordoff, commenta al Financial Times che si tratta di un “collasso storico” dei prezzi.

Le quotazioni tuttavia crollano non solo per la caduta della domanda internazionale, ma anche per la guerra dei prezzi in corso fra Russia e Arabia Saudita. Quest’ultima ha ribadito infatti che non sono in corso negoziati con la concorrente per superare la situazione di stallo. Il che, secondo gli analisti, determinerà un sovraccarico insostenibile nella conservazione dei barili: un eccesso di produzione di 25 milioni di pezzi al giorno nel mese di aprile, per i quali potrebbe non esserci spazio per la conservazione.

Chiudono i pozzi di petrolio a causa del coronavirus

L’industria petrolifera americana sta iniziando a soffrire nel concreto: il numero di piattaforme attive è diminuito di 40 unità a 624 nella settimana del 23-29 marzo. Si tratta del più grande taglio da cinque anni a questa parte. I numeri sono della società petrolifera Baker Hughes.

Verso una riduzione della capacità produttiva?

“Questa ridotta attività di estrazione dovrebbe iniziare a influenzare i numeri della produzione nei prossimi mesi”, commenta Warren Patterson, Ing. Gli fa eco Helge Martinsen di Dnb Markets, per il quale con un “mercato petrolifero sopraffatto da un crollo epico della domanda e da una fornitura eccessiva senza precedenti” anche il numero degli impianti di perforazione statunitensi attivi dovrebbe crollare. “Ma è troppo poco, troppo tardi”, prosegue l’analista. “Il mercato è in grave pericolo, poiché le raffinerie si fermano e il mondo esaurirà la capacità di stoccaggio di petrolio”.

Negli Usa in particolare sta soffrendo il petrolio di scisto (shale oil), la cui produzione a queste quotazioni non è profittevole. Se ne sono accorti gli investitori obbligazionari: lo shale oil vale circa il 13% dell’universo ad alto rendimento (high yield) americano. Non a caso il segmento della tripla C ha visto un calo del 22,10%, a fronte del 14,52% dell’high yield globale (dati di venerdì 27/3/2020, Wsj). Gli analisti calcolano che dai 13 milioni di barili giornalieri attuali, la produzione potrebbe Usa potrebbe calare a 2,5 milioni al giorno entro la fine del 2021.

Giacomo Calef, country manager di Notz Stucki Italia guarda al dopo coronavirus, vedendo con favore i bassi prezzi del greggio. “Si tratta di una materia prima fondamentale per l’industria, quindi un approvvigionamento a basso costo può̀ sicuramente essere vantaggioso per la ripresa economica post-emergenza”.

Teresa Scarale
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