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Coronavirus: la prova del nove per gli hedge fund

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Virginia Bizzarri
Virginia Bizzarri

01 Aprile 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Coronavirus: il forte sell-off dei mercati colpisce anche gli hedge fund

  • L’intervista a Luca Valaguzza (Euclidea)

La tempesta perfetta che si è abbattuta sui mercati, ha colpito anche il mondo degli hedge fund, generando vincitori e vinti

Il forte scossone che ha travolto i mercati a causa dell’emergenza Coronavirus, non ha risparmiato neanche l’industria degli hedge fund, i cui rendimenti, per definizione, non dovrebbero essere correlati all’andamento del mercato. Secondo i dati dell’Hedge Fund Research, riportati dal Financial Times in data 27 marzo, di fronte a una lieve flessione registrata a febbraio (-1,4%) gli hedge fund sono mediamente scesi dell’8,6% a marzo. Anche il colosso Bridgewater, che aveva guadagnato persino durante la crisi del 2008, non ha retto di fronte ai pesanti ribassi, con performance nettamente negative, come riportato dal fondatore Ray Dalio in un post su LinkedIn.

Gli hedge fund hanno quindi fallito il test della volatilità?

We Wealth ha chiesto a Luca Valaguzza, founder e chief product officer di Euclidea, che ha maturato un’ampia esperienza nel mondo degli hedge fund, di fare chiarezza su questi veicoli di investimento e su come questi abbiano reagito di fronte all’emergenza del Coronavirus

In parole semplici cosa sono gli Hedge Fund?

“Per dare una definizione molto semplice, gli hedge fund, sono delle strategie di gestione che utilizzano tecniche particolari, ma soprattutto la leva finanziaria e non hanno tecnicamente un benchmark, quindi il gestore è libero di implementare, una volta spiegata al cliente finale, qualsiasi strategia.  La grossa differenza rispetto a un fondo tradizionale o un etf è che hai all’interno delle strategie long/short e l’utilizzo della leva finanziaria. Inoltre, il risultato è slegato dall’andamento dei mercati in quanto il gestore dal punto di vista giuridico non ha l’obbligo di seguire un benchmark”.

La tempesta che si è abbattuta sui mercati a causa dell’emergenza Covid-19 ha rappresentato dunque un banco di prova per questa tipologia di fondi, ripetutamente messa in discussione?

“È stata la prova del nove, con tanti bocciati ma anche tanti promossi. Questo movimento violento dei mercati ha messo sempre più in evidenza la qualità dei gestori. Tra i vincitori, ci sono alcune strategie, come quelle equity market neutral o long short equity a bassa volatilità (ndr, legate all’abilità del gestore di identificare azioni titoli azionari sopravalutati e sottovalutati dove il gestore vende allo scoperto i primi e acquista i secondi) con bassissima esposizione al mercato, che hanno generato performance positive, posizionandosi sui settori giusti sia a rialzo che a ribasso. Il recente movimento di mercato, con interi settori in forti difficoltà, ha esaltato queste strategie, con gestori che sono positivi del 7-9% da inizio anno. Al contrario, tra i perdenti ci sono le strategie macro, che coprono valute, bond e azioni, che per natura sono più direzionali sulle singole asset class. I gestori che non hanno capito il movimento del mercato ed erano posizionati diversamente da inzio anno (ad esempio lunghi equity e corti bond), sono stati colti di sorpresa dal movimento violento ed opposto. Se non si sono protetti e non sono andati a ridurre il rischio, il risultato è fortemente negativo. Queste strategie, che lasciano ampia libertà ai gestori che possono andare a rialzo o a ribasso su qualsiasi asset class, portano a risultati disastrosi se sei posizionato dalla parte sbagliata e non sei rapido a ridurre il rischio”.

Virginia Bizzarri
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