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Chi vince e chi perde con il mini-dollaro

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Giulia Bacelle
Giulia Bacelle

14 Agosto 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • “In luglio, il biglietto verde ha visto il più forte deprezzamento mensile dal settembre 2010 e ci aspettiamo che si indebolisca ulteriormente arrivando ad un cambio euro/dollaro a 1,25 entro la fine dell’anno”, report Credit Suisse

  • Secondo Blackrock, a luglio è finalmente ricominciato l’afflusso di capitale nel comparto azionario dei mercati emergenti (per un totale di 2 miliardi di dollari da tutto il mondo): è la prima volta dallo scorso gennaio

  • “Storicamente, il dollaro ha avuto trend rialzisti per non più di sette anni, seguito da periodi ribassisti di lunga durata, fino a 9-10 anni continuativi”, ha aggiunto Credit Suisse

L’indebolimento del biglietto verde potrebbe non essere un fenomeno di breve respiro: si comincia a delineare un cambiamento strutturale nei mercati. Ecco le classi di attivo favorite e quelle che potrebbero soffrire un po’

L’indebolimento del dollaro non è un trend passeggero ma un fenomeno strutturale destinato a durare. La pensano così gli analisti di Credit Suisse, che in una nota osservano:
“In luglio, il biglietto verde ha visto il più forte deprezzamento mensile dal settembre 2010 e ci aspettiamo che si indebolisca ulteriormente arrivando ad un cambio euro/dollaro a 1,25 entro la fine dell’anno. Quando iniziò la precedente fase ribassista del dollaro, infatti, questo aveva continuato a perdere il 7% per i sette mesi successivi”. Ma quali sono gli impatti sui mercati di un dollaro sempre più debole? Quali settori potrebbero beneficiarne?

Dollaro debole, in quali asset class investire?

Materie prime

Essendo perlopiù quotate in dollari, sono le materie prime le asset class favorite per quegli investitori non-Usa che comprano usando la propria valuta locale. Tra le materie prime da segnalare sicuramente l’oro, che ad inizio agosto ha sfondato quota 2 mila dollari l’oncia, battendo anche il massimo storico del 2011.

Mercati emergenti

Imercati emergenti, a loro volta, beneficiano chiaramente dalla debolezza del dollaro, mostrando una correlazione molto stretta. Non a caso, secondo Blackrock (Blackrock ETP Landscape Report) a luglio è finalmente ricominciato l’afflusso di capitale nel comparto azionario dei mercati emergenti (per un totale di 2 miliardi di dollari da tutto il mondo): è la prima volta dallo scorso gennaio. “Gli afflussi all’azionario dei mercati emergenti avvengono proprio in occasione del primo mese in cui si è assistito a un deflusso dall’azionario americano dall’agosto 2019”, ha sottolineato sempre Blackrock.

Europa

Riguardo ai settori da considerare in Europa, va ricordato che un euro forte è negativo per il comparto azionario del Vecchio continente. In generale, però, la regola è una: investire in aziende caratterizzate da un significativo squilibrio tra i ricavi e debito in relazione alla valuta di riferimento (sostengono costi in dollari e hanno entrate in euro).

Storicamente, trasporti, banche e utenze beneficiano dei periodi in cui il biglietto verde è al ribasso. Solo le utility, però, sono favorite durante questo particolare momento storico, insieme al comparto assicurativo. Il Covid-19 ha infatti limitato la libertà di spostamento (impattando negativamente i trasporti). Se l’euro dovesse continuare a guadagnare forza, invece, la Bce potrebbe essere costretta a tagliare ulteriormente i tassi d’interesse, con pesanti conseguenze per il settore bancario. Fanalino di coda, il settore farmaceutico, con la maggior parte delle vendite in area Usa.

Le piccole imprese europee, dal canto loro, si sono mostrate resilienti e proattive rispetto alle grandi aziende, sovraperformando queste ultime del 3,6% da giugno 2020.

Usa

Negli Usa, invece, settori interessanti in cui investire potrebbero essere l’industria chimica, la tecnologia e i capital good (business che servono a produrre altri prodotti o erogare servizi). A essere penalizzate, invece, sarebbero utility, sanità, alimentari al dettaglio e immobiliare.

Un po’ di storia (e numeri)

“Storicamente, il dollaro ha avuto trend rialzisti per non più di sette anni (se il dollaro avesse continuato a salire, il 2020 sarebbe stato il nono anno consecutivo al rialzo), seguito da periodi ribassisti di lunga durata, fino a 9-10 anni continuativi”, continua Credit Suisse nell’Equity Research Global report del 12 agosto scorso. Dal 1975 ad oggi, infatti, i mercati hanno assistito a tre periodi rialzisti (+67% in sei anni e mezzo fino al 1985; +42% in sei anni e mezzo tra 1995 e 2001; e +43% in cinque anni e mezzo dal 2011 al 2016) e a due periodi ribassisti di maggiore durata (-47% in dieci anni tra il 1985 e il 1995; e -39% in nove anni e mezzo tra il 2001 e il 2011).

Eur/Usd exchange rate, ultimi cinque anni. Fonte: Bloomberg Markets. Clicca sull’immagine per vederla ingrandita

Le implicazioni di un dollaro fragile

Con un biglietto verde più fragile, quali sono le implicazioni per gli investimenti e l’impatto sui mercati? In primis, l’indebolimento del dollaro è positivo per la crescita globale, dato che “abbastanza spesso un dollaro fragile coincide con un incremento dell’attività economica globale”, ricordano gli analisti di Credit Suisse. Le attese per l’inflazione, poi, potrebbero incrementare: “questo supporta la nostra convinzione che gli investitori dovrebbero collocare il proprio patrimonio in asset reali, specialmente se ciclici, a buon mercato, che beneficiano di aiuti statali e sono agganciati all’inflazione”.

Le ragioni della caduta libera del dollaro

Problemi di liquidità

Per superare la crisi innescata dalla pandemia da Covid-19 e successivi lockdown, le banche centrali hanno iniettato liquidità in volumi mai così consistenti. Tuttavia, “è probabile che la Federal Reserve, stamperà più denaro della Banca centrale europea. Questo è dovuto in parte ad una posizione fiscale degli Usa più debole di quella dell’Europa, e in parte all’impegno aperto della Fed allentamento quantitativo [politica straordinaria con cui una banca centrale aumenta la liquidità in circolazione, ndr]”, commenta Credit Suisse.

Euro come valuta di riserva

L’aumento delle quantità di dollari in circolazione in proporzione a quelle dell’euro potrebbe favorire l’utilizzo della moneta unica come valuta di riserva, soprattutto se le forti politiche europee a contrasto della recessione avranno successo. Nella crisi finanziaria del 2009, infatti, le riserve in euro della FX (Foreign exchange, il mercato valutario, ndr) ammontavano al 29% contro il 20% di oggi.
In aggiunta, l’Europa si dimostra in grado di far quadrare i propri conti. Non solo: le aspettative del Fondo monetario internazionale mostrano un surplus di bilancio europeo superiore del 5% rispetto a quello americano nel 2020.

Scelte di politica monetaria

In ultima, la Fed non sta adottando particolari misure per fermare la debolezza del dollaro (manterrà i tassi d’interesse a zero fino almeno al 2022), mentre la Bce appare restia a tagliare i tassi sui depositi.

Debolezza del dollaro, una minaccia?

Ma in quale scenario la debolezza del biglietto verde potrebbe essere considerata come una minaccia? Le modalità sono due, ha sottolineato Credit Suisse. “In primis, la Fed potrebbe decidere che l’indebolimento del dollaro si è spinto troppo oltre, minacciando il target per l’inflazione. In secondo luogo, la Banca centrale europea o la Banca del Giappone potrebbero decidere che la forza delle loro valute sta causando danni economici ingenti, intervenendo aggressivamente o tagliando i tassi d’interesse”.

Da ricordarsi, però, che ogni potenziale sforzo di porre un limite alla forza di una moneta potrebbe portare il presidente Donald Trump ad etichettare un Paese come un “manipolatore di valute”, con gravi ricadute, potenzialmente, sul commercio internazionale.

Giulia Bacelle
Giulia Bacelle
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