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Certificati: carta vincente, in un mondo di tassi a zero

Certificati: carta vincente, in un mondo di tassi a zero

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Contributor, Pierpaolo Scandurra

18 Ottobre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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I certificati si stanno affermando sempre più come alternativa o soluzione complementare ai Fondi azionari e alle obbligazioni. E la percentuale ricoperta nei portafogli sale rapidamente

Con l’ultima mossa prima del congedo da presidente della Bce, Mario Draghi ha ufficialmente chiuso un’era contrassegnata da un permanente sostegno all’economia, con due manovre di Quantative easing e una manciata di Tltro, ovvero i piani di finanziamento alle banche a tassi irrisori, a cui non è stato contrapposto alcun aumento dei tassi durante gli otto anni di presidenza. Prima di lasciare il timone della Banca centrale europea a Christine Lagarde, in carica dal 1 novembre, Draghi ha voluto così sparare l’ultimo colpo di bazooka, che ha avuto effetti sui rendimenti obbligazionari, già ridotti ormai ai minimi termini in più di mezza Europa.

Titoli di Stato? Convenienti dopo almeno 15 anni

Tra i 15 Paesi dell’Eurozona, oltre la metà sta offrendo titoli di Stato decennali a tassi negativi e se si esclude la Grecia, peraltro in straordinaria ripresa con un rendimento dell’1,50% sul tdS, è necessario accettare di investire su titoli della durata di almeno 15 anni per sfiorare un tasso lordo dell’1,40% (offerto proprio dal nostro Btp). Se si estende l’osservazione ai 28 Paesi maggiormente sviluppati a livello globale, solo in 5 sono in grado di rendere oltre l’1% sulla scadenza a 15 anni. Un quadro entusiasmante per chi è già in possesso da tempo di qualsiasi bond governativo o corporate ma allo stesso tempo disarmante per chi necessita di nuove soluzioni di investimento.

Rendimenti negativi: le alternative al decennale

In questo contesto caratterizzato da tassi eufemisticamente bassi, il ricorso al mercato azionario appare pressoché inevitabile e il risultato è sotto gli occhi di tutti: da inizio anno gran parte degli indici azionari primari è in rialzo di circa il 20% e tra questi anche Piazza Affari, sui massimi dell’ultimo anno per effetto delle ottime performance del settore bancario, in netta ripresa, e di alcune storie come Enel (+30%) o Azimut (+86%) solo per citarne un paio. Come dire che da qualche parte tutta questa liquidità immessa dalle banche centrali dovrà anche essere investita.

Tuttavia, più i listini azionari si arrampicano, raggiungendo nuove vette e più aumenta il rischio di vertigini per quanti hanno obtorto collo incrementato l’esposizione sull’equity per ottenere qualche basis point in più di rendimento.
In soccorso degli investitori meno avvezzi al rischio si distinguono però i certificati di investimento (noti anche come certificates) a capitale protetto condizionato, ossia quelli che a fronte di una protezione del capitale meno coriacea di quella che caratterizza le obbligazioni e titoli di Stato sono in grado di prospettare rendimenti potenziali perfino a doppia cifra.

Certificati: la scelta in portafoglio di cf e private banker

Assimilabili alle obbligazioni, da cui ereditano il rischio emittente e il terzo gradino nella gerarchia delle attività di una banca soggetta a bail-in dopo il capitale azionario e il debito subordinato (sono cioè equiparabili ai bond senior non garantiti e non privilegiati), i certificati continuano a diffondersi a macchia d’olio nei portafogli dei consulenti e private banker per una molteplicità di fattori distintivi, che vanno dall’efficienza fiscale alla riduzione del rischio azionario, passando per la capacità di creare asimmetria dei rendimenti e protezione.

Tra i prodotti più richiesti dagli investitori anche nell’ultimo anno, caratterizzato da numeri record sia sul mercato primario sia su quello secondario, si distinguono i Cash Collect – quali strumenti di yield enhancement in virtù del loro potenziale flusso periodico di premi fiscalmente efficienti, condizionati alla tenuta di un livello barriera generalmente posizionato a circa 30 punti percentuali dal livello iniziale del sottostante e pertanto riconosciuti anche in caso di ribasso del mercato azionario di riferimento e i Recovery Top Bonus – quali strumenti di “capital appreciation”, ideali per chi necessita di elevati rendimenti potenziali a scadenza associati a una larga protezione condizionata del capitale.

Cash Collect e Recovery Top Bonus: cosa sono

Più in particolare, i Cash Collect su indici o titoli azionari sono divenuti l’oggetto del desiderio di chi, orfano dei rendimenti obbligazionari, è disposto ad accettare una componente aggiuntiva di rischio per puntare a ritorni periodici il più delle volte superiori al mezzo punto percentuale.

I Recovery Top Bonus rivestono invece il ruolo di certificati su cui gli investitori ripongono le speranze di una ricostituzione del capitale intaccato dalle perdite e a fronte della rinuncia al dividendo pagato dal sottostante e all’upside illimitato, sono in grado di fornire un’aspettativa concreta di recupero e al contempo un’alternativa a rischio ridotto all’investimento diretto sul sottostante, anche per chi non ha perdite pregresse.

In entrambi i casi, gli investitori possono ormai contare su un’ampia offerta in termini di sottostanti e su una liquidabilità prima della scadenza naturale, garantita dalla presenza continuativa sul mercato secondario di un prezzo bid-ask soggetto a predeterminate regole previste da Borsa Italiana.

 

A cura di Pierpaolo Scandurra – Amministratore delegato di Certificati e Derivati Srl

(secondo contenuto di tre, offerto da Société Générale)

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Contributor , Pierpaolo Scandurra
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