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Italia, terra di fintech e techfin. Milano in top 20

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

17 Settembre 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Secondo il Global fintech index, lo Stivale è il 24esimo paese al mondo come dimensione del sistema fintech e techfin, e la sola Milano è la 16esima città della tecnofinanza a livello mondiale

  • In Italia, il tasso di adozione delle soluzioni fintech è in crescita (+51% nel 2019 secondo l’EY fintech adoption index)

  • L’età media dei founder è di 46 anni, contro un’età media dei team, per il 56%, inferiore ai 32 anni, con un valore mediano di 8,5 dipendenti per startup. Il gender gap è molto marcato: per l’81% delle startup le donne rappresentano meno del 50% dei membri del team

  • Le principali aree in cui crescerà il fintech è quello dell’open banking, della cybersecurity, cyber insurance, delle regtech. Le imprese wealth tech, potenziate dall’intelligenza artificiale, rivoluzioneranno sempre più il wealth & asset management

In Italia il panorama fintech e techfin è in pieno fermento, con una crescita imprenditoriale più che esponenziale. Il problema è quello dimensionale. Ma rafforzamento dell’ecosistema e crescita della domanda potrebbero segnare il punto di svolta. Lo rivela l’indagine Ey “Fintech waves – the italian fintech ecosystem”

C’era una volta un “11” che si trasformò in 345. È il numero delle fintech italiane. La sola Lombardia ne conta 169. La ricerca di Ey “Fintech waves – the italian fintech ecosystem” rivela numeri inaspettati. Realizzata insieme al Fintech District – la community milanese nata circa tre anni fa – l’indagine scandaglia a fondo il mondo “fintech (74%) e techfin” [il 24%: imprese che offrono soluzioni tecnologiche d’avanguardia al servizio dell’industria finanziaria], come dice durante la presentazione del report Andrea Ferretti, partner di Ey e markets financial services e fintech Italian leader. Secondo il Global fintech index, lo Stivale è il 24esimo paese al mondo come dimensione del sistema fintech e techfin, e la sola Milano è la 16esima città della tecnofinanza a livello mondiale.

Le principali aree in cui crescerà il fintech è quello dell’open banking, della cybersecurity, cyber insurance, delle regtech (la compliance continuerà a svolgere un ruolo primario nei servizi finanziari). Poi, le imprese wealth tech, in combutta con l’intelligenza artificiale, rivoluzioneranno sempre più il wealth & asset management.

Al di là del tasso di crescita del numero delle imprese, il fintech italiano è un ecosistema piccolo ed eterogeneo, ma ad altissimo potenziale. Le fintech in Italia sono infatti “in crescita come numero ma la dimensioni resta ancora piccola”. Pesa anche il fattore anagrafico di queste società. Le “aziende in Italia molto giovani, il 75% si trova nelle fasi iniziali del proprio sviluppo nel ciclo di vita aziendale”, spiega Ferretti. Per la maggior parte le nostre fintech sono in uno stadio intermedio di crescita (early stage ed early growth) e sono finanziate tramite risorse personali o business angel.

Emerge poi che l’età media dei founder è di 46 anni, contro un’età media dei team, per il 56%, inferiore ai 32 anni, con un valore mediano di 8,5 dipendenti per startup. Il gender gap è molto marcato: per l’81% delle startup le donne rappresentano meno del 50% dei membri del team.

Ad ogni modo, il panorama italiano è guidato dalle startup di crowdfunding (71). Seguono poi quelle che si occupano di analisi dei dati, apprendimento automatico e intelligenza artificiale (35), pagamenti smart (34) e servizi di lending/credito (30). Il settore si è mostrato resiliente al coronavirus, “anche da un punto di vista di accesso a nuove fonti di finanziamento. In particolare, le principali attività di fundraising nell’arco dei primi 8 mesi del 2020 hanno raggiunto la cifra di 90 milioni di euro”.

L’innovazione digitale sta modellando in Italia i settori finanziario, bancario e assicurativo, grazie anche anche allo sviluppo e all’introduzione negli ultimi anni di iniziative, regolamenti e incentivi per promuovere la crescita della comunità fintech. Si pensi solo all’istituzione dell’Agenzia per l’Italia digitale, alla più recente introduzione, prevista dal Decreto Crescita, di un sandbox per facilitare lo sviluppo del fintech, alla Psd2.

È vero che gli italiani vedono ancora gli operatori tradizionali come primo punto di contatto (il 55% di essi si rivolge dapprima alla banca o alla compagnia di assicurazioni tradizionali per l’acquisto di un nuovo prodotto), ma il tasso di adozione delle soluzioni fintech nel nostro paese è in crescita (+51% nel 2019 secondo l’EY fintech adoption index).

Tuttavia, “i fondi raccolti sono ancora troppo pochi: 700 milioni in 10 anni. Un dato che non ci può soddisfare”. Ma le potenzialità di crescita non mancano, anche perché “dal lato del consumatore sale l’interesse verso servizi e prodotti nativi digitali”. Tanto è vero che “l’indice con cui Ey misura l’adozione di questi strumenti sta aumentando in tutto il mondo ma anche in Italia: siamo sopra al 50% di quanti usano servizi e prodotti finanziari sviluppati su piattaforma digitali da operatori non tradizionali”. Anche Luca Cosentino – partner Ey – intervenendo alla presentazione della ricerca evidenzia come i limiti dimensionali possano condizionare un’industria che è in sviluppo. Ad esempio, fa presente, “solo il 20% segnala aumenti di capitale negli ultimi anni che supera i 5 milioni”.

Sul fatto che l’orizzonte delle fintech italiane sia in fermento, non vi sono però dubbi. Lo conferma Alessandro Longoni, head of Fintech District. “Negli ultimi cinque anni sono nate circa 200 startup, con una crescita del 28% anno su anno. Milano e la Lombardia sono centrali” e il 40% delle fintech è su territorio di Milano. Il 95% delle imprese – prosegue Longoni – ha dichiarato che ha continuato ad operare anche durante il lockdown”. Non solo, il 20% di esse “ha dichiarato di aver accelerato”. La fragilità dovuta alla crisi pandemica non va però sottovalutata. Le strade in questo caso secondo il manager sarebbero due: “tagliare il costo dell’ufficio o in alternativa servire altre fintech e incumbent”.

Secondo Ey e il Fintech District, realtà innovative e operatori tradizionali possono adottare quattro possibili livelli di coopetizione, come ricorda Andrea Ferretti.

  • Accelerate: le istituzioni finanziarie forniscono alle FinTech in fase iniziale investimenti e competenze, e in cambio possono fare leva su tecnologie all’avanguardia per integrare la propria offerta;
  • Partner: FinTech e incumbent attivano partnership con l’obiettivo di lanciare nuovi prodotti e servizi per soddisfare specifiche esigenze del cliente;
  • Invest: gli operatori tradizionali investono in startup target con l’obiettivo di ottenere una exit finanziariamente sostenibile in futuro;
  • Buy: gli operatori tradizionali integrano tecnologie e prodotti al loro interno, consentendo agli imprenditori del FinTech di capitalizzare sulle proprie idee imprenditoriali.
Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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