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BigTech e gestione patrimoniale, è solo questione di tempo

08 Agosto 2018 · Teresa Scarale

  • I germogli (e ormai anche gli alberi…) ci sono tutti. Le BigTech hanno scaldato i motori e sono pronte a fare il loro ingresso nel mondo della gestione patrimoniale

  • Il nuovo salto nell’evoluzione dei servizi finanziari ha il potenziale della disruption

  • Punti di forza, debolezze e barriere all’ingresso si mescolano nel fermento generale. Ed è caccia al partner finanziario

E’ solo questione di tempo, ma le BigTech entreranno nella consulenza patrimoniale di fascia alta, complice l’interesse elevato e crescente dei millennials ultra ricchi

E’ solo di pochi giorni fa la notizia che Mark Zuckerberg avrebbe chiesto ad alcuni colossi bancari di fornire a Facebook i dati dei loro clienti. Ma perché una BigTech dovrebbe esservi interessata, profilazione a parte?

BigTech, next level

Il dossier cui allude il Wall Street Journal includerebbe nomi come Jp Morgan, Citigroup, Wells Fargo, Us Bancorp. Menlo Park vorrebbe avere i dettagli di tutti i movimenti effettuati dai loro clienti con bancomat e carte di credito. La profilazione già spinta del social network passerebbe così al “livello successivo”, quella finanziaria. Del resto, è già da qualche anno che Facebook corteggia il mondo dei servizi finanziari. A partire dal 2015 è infatti attivo negli Usa, in UK  e in Francia un servizio di money transfer via Messenger. Per non parlare del Payments Global Partner Program di Amazon, Android Pay e Google Wallet, Apple Pay, Tencent che può vendere fondi via WeChat, Baidu Capital, Microsoft Pay, Yu’e Bao di Alibaba, ormai il più grande fondo monetario del mondo.

Dall’aperitivo al “We Wealth”?

Il passo da un semplice servizio per “dividersi l’aperitivo o Uber” a quello della gestione patrimoniale non apparrebbe granché breve, soprattutto alla luce dello scandalo Cambridge Analytica. Ma Zuckerberg non sembra intimidito. L’ex enfant prodige sa molto bene che i colossi del tech faranno il loro ingresso nel wealth management. La domanda non è più “se”, ma “quando”.

Il “quando” è però minacciato da due fattori. In primo luogo, il tasso di gradimento dei super ricchi (HNWIs) nei confronti della consulenza ibrida in genere sembrerebbe calante. Qui, per consulenza ibrida si intende quella che mischia elemento tradizionale umano e robo advisor. Qualche dato (Capgemini). In totale , il tasso di gradimento verso la consulenza ibrida nel 2018 è calato rispetto al 2017 del 5.1%, attestandosi al 57.3%. Il calo più sensibile si è avuto nel Nord America (6.6%), dove però un buon 72.8% degli HNWI era soddisfatto in generale della consulenza “mixata”. A livello globale, la sola macro regione ad aver registrato un lieve aumento del tasso di gradimento nei confronti della consulenza ibrida è stata l’America Latina (+0,7%). In secondo luogo, dopo lo scandalo Analytica le BigTech da molti sono viste come una minaccia e devono riacquisire credibilità.

Un potenziale giovane e disruptive

All’interno di questa cornice, è quasi tautologico osservare come i più soddisfati dell’elemento robotico nella consulenza finanziaria siano i ricchi under 40. Di questi ultimi, il 75.8% dice di desiderare fortemente servizi di wealth management offerti dalle BigTech. Percentuale che si ferma al 21.9% per i ricchi anagraficamente più maturi. La quota complessiva di coloro che entrerebbero in rapporto di consulenza con una di queste società di qui a sei mesi si aggira comunque intorno al 50% o poco sotto il 60%, dipende dalle stime (i dati sono sempre di Capgemini). Ma il potenziale di questa rivoluzione nel wealth management ha la portata della disruption. La stima dell’asset flow che transiterebbe per i giganti tecnologici advisor si aggira infatti sui 12 trilioni di dollari. Il 17% della ricchezza complessiva degli HNWI, la quale nel 2018 ha sfondato il tetto dei 70 mila miliardi di dollari.

Una finanza non sociale ma social

Punti di forza e da rafforzare

Profilazione, execution, reportistica. Sono gli assi nella manica della consulenza social tech.

Il protocollo del wealth management social parte naturalmente dalla caratteristica primigenia di queste piattaforme: la profilazione. Di questa prima fase, i clienti apprezzano molto l’inquadramento chiaro delle loro esigenze, senza fraintendimenti. Nella successiva, quella di sviluppo della consulenza, le super star del tech hanno dalla loro la possibilità di offrire in tutta trasparenza ai clienti l’opportunità di scegliere fra i vari prodotti, mettendoli a confronto pixel per pixel. Ma si tratta di un passo ancora debole rispetto al seguente, quello dell’esecuzione. Qui, le BigTech godono di tutta la loro potenza tecnologica. Potenza che poi va declinata nella fase di gestione vera e propria del portafoglio, nel suo riequilibrio, nella sua ottimizzazione. Infine, queste società possono giovarsi per le loro stesse caratteristiche di una reportistica solida, puntuale e dettagliata.

Le barriere all’ingresso

Le forti barriere all’ingresso con cui le BigTech devono scontrarsi sono come prevedibile la sicurezza dei dati, la privacy e la connessa perdita reputazionale. La mancanza di expertise, la necessità di personalizzazione dei servizi, caratteristica non sempre offerta dallo stato attuale dell’Intelligenza Artificiale. Ma anche la necessità di un approccio olistico e non solo tech, il desiderio di un’interfaccia umana. Per non parlare della regolamentazione governativa, spesso ostile.

Coopetizione per sfruttare le sinergie

La chiave di volta per entrare massiciamente nel mercato della gestione patrimoniale potrebbe essere quella della coopetizione. E’ altamente probabile infatti che soggetti come Facebook, Google, Amazon, Alibaba e le loro galassie adottino un approccio smart, che coniughi collaborazione e competizione. Offrendo ai wealth manager tradizionali servizi in outsourcing di back e middle office, oltre magari a prodotti white label.

 

 

 

Teresa Scarale
Teresa Scarale
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