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Open banking, la parola ai ceo del Fintech

Open banking, la parola ai ceo del Fintech

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

27 Agosto 2018
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  • Pagarsi la cena col credito telefonico, scambiarsi soldi con una app… Sono solo alcune delle “meraviglie” dell’open banking

  • In tutto il mondo esistono agguerrite fintech che almeno da cinque o sei anni stanno preparando il terreno ad una rivoluzione

  • Cosa pensano i ceo di queste fintech, coloro che spesso sono gli ideatori di pratiche ‘disruptive’?

Con la PSD2 si è tornato a parlare di open banking. Una pratica ancora agli albori, ma destinata a diffondersi in maniera robusta, complice la selva di fintech che in tutto il mondo almeno da un lustro sta preparando il terreno…

Un sistema di open banking è un modello in cui i dati bancari sono condivisi fra due o più istituzioni finanziarie “concorrenti”, distinte, comunque non facenti parte dello stesso gruppo societario. Il fine ultimo della condivisione è quello di apportare beneficio e potenziamento al mercato dei pagamenti digitali e delle operazioni bancarie.

L’attuale progresso di questo approccio di condivisione dei dati bancari nel mondo varia da paese a paese, da regione a regione a seconda delle strutture di mercato, della regolamentazione in vigore, della propensione dei consumatori alla privacy, della stessa interpretazione della parola “open” nei vari luoghi.

Nei fatti, l’open banking resta ai primi stadi di vita ancora in tutti i mercati, ma è nato e il suo tasso di espansione sta accelerando ovunque. È ancora presto tuttavia per prevedere vincitori e vinti di questa nuova sfida: la condivisione dei dati non porta di per se stessa a giochi a somma zero.

Un fattore chiave sarà di per certo quello della segmentazione. La disgregazione e la riaggregazione delle tipologie di servizi finanziari continuerà per molto tempo ancora, ma i diversi segmenti di clientela si polarizzeranno verso tipologie di soluzioni diverse, su misura.

Usa, Usa, Svezia. Open banking a confronto

Plaid, San Francisco. Regolamentazione? Roba da Europa

Plaid è una fintech di San Francisco. Alla sua piattaforma fanno capo oltre diecimila sviluppatori. Funge da “intermediaria per l’ecosistema del fintech connettendo consumatori, banche e app”. La sua mission è quella di “trasformare i servizi finanziari abbattendo le barriere all’entrata per gli sviluppatori”, stimolando l’interesse tecnologico nel settore in generale. Fra i suoi investitori si annoverano Goldman Sachs, NEA, Citi Ventures, American Express, Google Ventures. Il suo ceo, Zach Perret, tiene molto a precisare che Plaid ha grande interesse anche nei confronti delle piccole realtà bancarie, come possono essere i crediti cooperativi. O le credit union, negli Usa.

Ma uno dei punti forse più importanti della sua intervista rilasciata a McKinsey è che la regolamentazione non può gravare eccessivamente sulla libertà di interagire con il proprio denaro. A tal proposito, reputa la PSD2 non applicabile agli Stati Uniti, nazione in cui operano circa 10.000 istituzioni finanziarie. “Applicare uno standard così largo ad API [application programming interface, ndr] e data sharing è difficile sia tecnicamente che logisticamente. E non sono sicuro che sia necessario alla salute del fintech. Banche e tecnofinanza troveranno da sé un modo per  lavorare insieme”. La sua previsione / auspicio di qui a cinque anni è che le nostre vite finanziarie saranno decisamente semplificate , automatizzate e data driven.

Ping Identity, Denver. L’importanza di creare un’identità “business”

È una piattaforma delle identità. Nasce nel lontano 2002 da questa intuizione del ceo Andre Durand: connettere la gente senza un processo di identificazione (sicuro) e/o senza internet non era possibile. Oggi Ping è una piattaforma B2B che serve realtà importanti in tutto il mondo, fra cui due primarie banche del Regno Unito. “Il mondo sta accelerando verso l’open banking. La bellezza dell’open banking sta nell’aver spazzato via molta ambiguità. L’interoperabilità che ne risulterà sarà massiccia. Quale sarà l’evoluzione? “Ci troviamo oggi in presenza di una collisione fra la nostra identità personale e quella finanziario –commerciale. Fino ad oggi, sono state solo le società ad avere tutta la voce in capitolo. Adesso, con la PSD2, il mercato si sta riequilibrando”.

“Prevedo che emergeranno terzi soggetti”. E infine, l’ad crede che il nome “open banking” sia fuorviante? “È difficile che tutti siano d’accordo su una denominazione, ma personalmente credo che questo nome resisterà perché è indicativo della disruption del fenomeno e della sua filosofia”. Infine, il ceo di Ping conclude dicendo che a spaventarsi “dell’open” sono le incumbent, le grosse imprese oligopoliste, quelle che più hanno da perdere da una vera apertura, e non certo i consumatori.

Tink, Svezia. La disruption che viene dal freddo punta sulle nicchie

La scandinava Tink (piattaforma API attiva nell’aggregazione dei dati finanziari) è stata fondata nel 2012. Il suo ceo Daniel Kjellen afferma che l’approccio delle banche è cambiato drasticamente negli ultimi sei anni. Tuttavia ci sono ancora banche, la maggior parte, che fanno ‘tutto per tutti’, per clienti da 18 a 99 anni. Non si può dire se la loro quota di mercato sarà del 50 o del 5%, certo è che ci sarà un’elevata concorrenza per conquistarsi specifiche nicchie di mercato. La forza motrice del cambiamento per Kjellen restano i bisogni dei consumatori. Bisogna accettare il fatto che le grosse banche non rischiano con scommesse di breve termine sull’innovazione, hanno bisogno della Direttiva europea sui pagamenti per lastricare la strada dell’innovazione.  Ma la PSD2 è un “supporto di secondaria importanza”. La crescita maggiore si avrà nell’advisory, anche automatica. Ad esempio, sarà possibile rifinanziarsi il mutuo in automatico. Oggi, il 20% dei consumatori è disposto a pagare, perché una parte della propria finanza personale vada avanti “col pilota automatico”.

Sta agli operatori scegliere dove collocarsi.

Teresa Scarale
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