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Open banking, in Italia l’obiettivo è la customer experience

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Livia Caivano
Livia Caivano

21 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 2 min
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  • Il 71% dei dirigenti finanziari europei dichiara di utilizzare l’open banking per ragioni legate alla compliance normativa come prima area di investimento

  • I servizi su cui maggiormente si concentrano gli investimenti italiani però, sono legati nella maggioranza dei casi al miglioramento della customer experience e ai servizi di gestione finanziaria (53,3%)

  • Le dimensioni e la maturità di un’azienda sono fattori determinanti per l’area di investimento, con istituzioni più grandi come le banche tradizionali (57%) e le società di wealth management (53%) che indicano come principale settore in cui investire quello dei servizi di identità digitale

Non solo Psd2: lavorare all’innovazione dei servizi finanziari grazie all’utilizzo dei dati vuol dire anche offrire più servizi ai propri clienti. Secondo un report Tink, mentre all’estero si preoccupano soprattutto di compliance, in Italia il focus è sui consumatori – Marie Johansson, country manager per l’Italia, ha raccontato a We Wealth perchè

Negli ultimi mesi il digitale ha accelerato la crescita in ogni campo e nel settore dei servizi finanziari oggi l’open banking è innanzitutto un’occasione per fare business. In Italia il messaggio è arrivato in maniera più chiara che nel resto del mondo e, anche se forse un po’ in ritardo, gli istituti bancari stanno spingendo l’acceleratore della trasformazione.

 

“Una delle principali promesse dell’open banking è quella di rendere i servizi finanziari più accessibili digitalmente sia ai consumatori che alle imprese”, spiega Marie Johansson, country manager di Tink per l’Italia. “Ora che le distanze sociali sono diventate temporaneamente la nuova normalità, le istituzioni finanziarie stanno investendo nei mezzi necessari per migliorare, ad esempio, l’acquisizione dei clienti, l’onboarding e le valutazioni del rischio da remoto”. L’open banking giocherà un ruolo chiave nel plasmare il futuro dei servizi finanziari. “Il covid-19 ha accelerato il passaggio ai canali digitali, e una situazione straordinaria di necessità ha portato ad un nuovo presente in cui gli istituti finanziari si concentrano sulla trasformazione digitale di prodotti e servizi, basti pensare alla crescita esponenziale relativa alle attivazioni del servizio pubblico di identità digitale (Spid). Abbiamo anche notato attraverso i report interni realizzati col supporto di YouGov che in Italia l’approccio nei confronti dell’open banking è molto positivo. In dettaglio, il 60% degli istituti finanziari italiani si dice positivo nei confronti dell’open banking ed il dato è in linea con quello europeo, secondo cui il 61% delle società finanziarie mostra tale positività. Nel confronto tra paesi, anzi, il dato italiano è superiore a quello tedesco (50%), norvegese (47%) o portoghese (45%). Poiché l’open banking è in grado di fornire soluzioni alle problematiche messe in luce dalla pandemia, pensiamo che la percezione dei confronti dell’open banking possa cambiare solo in positivo”.

 

Marie Johansson - country manager Tink per l’Italia

In quali settori l’open banking costituisce il cambiamento più significativo?

“Gli istituti finanziari italiani sembrano aver capito che il settore principale su cui investire è quello della customer experience. Questi stanno dando la priorità a casi d’uso che portano valore immediato alla propria attività, migliorando l’acquisizione e l’engagement dei clienti, ma anche la produttività dei dipendenti. Il 71% dei dirigenti finanziari intervistati in tutta Europa pone i casi d’uso relativi alla compliance normativa in cima alla lista dei propri investimenti. Di questi, il 41% dà la priorità ai servizi di identità digitale, sempre il 41% all’automazione dei processi know your customer (Kyc) ed il 37% al monitoraggio delle transazioni. Nello specifico, in Italia, la situazione sembra in parte differente. I servizi su cui maggiormente si concentrano gli investimenti italiani, infatti, sono legati al miglioramento della customer experience ed in dettaglio ai servizi di gestione finanziaria (53,3%), seguiti a ruota da quelli di payment initiation (50%). Sicuramente i casi d’uso di maggiore interesse sono quelli grazie ai quali è possibile creare un ecosistema in cui l’utente finale possa accedere ad un ambiente totalmente interconnesso, con le utilities e le finanze; accompagnandolo su entrambi i fronti”.

Ci aiuta a fare il punto sullo stato dei lavori dell’open banking in Italia?

“Si tratta sicuramente di un mercato molto positivo e  lo dimostra il fatto che negli ultimi anni la consapevolezza sulla tematica “open banking” sia cresciuta notevolmente. Come si evince da un altro dei nostri report, in Italia, quasi due terzi degli intervistati (63,3%) indica l’open banking come un’opportunità per la propria azienda; a fronte di una media europea del 58,6%. Questo atteggiamento positivo nei confronti dell’open banking è la prova dell’incredibile lavoro che le aziende hanno svolto per rispettare le scadenze normative. Tuttavia c’è ancora tanto da fare prima di poterne sfruttare pienamente i benefici e tanto da fare per quanto riguarda la compliance della Psd2 per le banche italiane.Oggi le istituzioni finanziarie sono positive come mai prima d’ora verso l’open banking, e lo dimostrano anche con i budget investiti nel settore. Come abbiamo avuto modo di dimostrare nel corso dell’ultimo report, il 45% degli istituti finanziari dispone anche di budget superiori ai 100 milioni di euro. Detto questo, il rischio è che alcuni istituti finanziari perdano un’occasione, affrontando l’open banking esclusivamente come una questione di conformità alla Psd2, più che come un’opportunità strategica che riguarda l’azienda in modo più ampio e che può creare valore sia per le imprese che per i clienti. Guardando oltre, c’è un’enorme opportunità per anticipare la concorrenza e soprattutto migliorare la customer experience”.

Livia Caivano
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