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Fintech 2019: disruption e sinergie in dieci trend

Fintech 2019: disruption e sinergie in dieci trend

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

10 Gennaio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Passati gli entusiasmi della novità, si sta passando al consolidamento. Chi vorrà investire non potrà non tener conto di bilanci societari, regolamentazioni e business model

  • Molte vecchie banche hanno affilato gli artigli e stanno riguadagnando il terreno perduto

  • Ma su tutto, c’è una realtà in cui il fintech è tradizione da quando è nato: la Cina

Dove andrà il fintech 2019? I trend che informano la tecnofinanza oggi sono almeno dieci. Per gli investitori e gli analisti tutti da monitorare, fra sinergia e disruption. Con una novità: un maggior equilibrio fra futuro e tradizione

Fintech 2019, la collisione di due mondi

Servizi finanziari e tecnologia. Si tratta della collisione sempre più ampia fra mondo della finanza e progresso delle scienze. Il termine fa pensare a qualcosa di esplosivo, e l’accezione potrebbe non essere intesa necessariamente in senso positivo. Ma è di qui che prende le mosse l’outlook della società di consulenza strategica McKinsey, dando luce ai due aspetti di sinergia e distruzione.

I dati parlano forte: nel 2018 gli investimenti globali di venture capital nel fintech hanno raggiunto la cifra di 30,8 miliardi di dollari. Il tasso di crescita è esponenziale: nel 2011 gli stessi investimenti si fermavano a 1,8 miliardi di dollari.

Fonte McKinsey

Una mappa per gli investitori: i dieci trend del fintech 2019

Uno. Le differenze regionali globali

I vincitori della partita si trovano a livello regionale, più che globale. E’ questo un aspetto che le imprese del fintech condividono con gli sportelli bancari tradizionali. Il che è dovuto alla regolamentazione locale. Si pensi al caso dell’Unione Europea. Le approvazioni dei money transfer nel singolo Stato una volta ottenute, valgono anche per tutti i Paesi dell’Unione. Questo rappresenta un forte incentivo ad esempio per le imprese della Gran Bretagna, le quali prima di tentare lo sbarco oltre Atlantico, sperimentano in un manipoli di stati europei. Negli Usa invece, sempre nell’ambito del money transfer, ogni signolo Stato federale richiede una licenza. In Cina infine, dove la regolamentazione è decisamente più elastica, l’ecosistema finanziario è stato direttamente plasmato da giganti del fintech come Ant Financial, avvalendosi di quel salto nel progresso tecnico di cui beneficiano diverse realtà emergenti.

Due. L’Intelligenza Artificiale

Si tratta di un’evoluzione, più che di una rivoluzione, almeno al momento. L’Intelligenza Artificiale è un potenziatore. Quello che risulta utile al momento è il machine learning, che sta sostituendo l’analytics.

Tre. Modelli di business solidi possono vincere le tecnologie “esotiche”

Le startup vincenti spesso sono quelle che sanno combinare nuove tecnologie e tradizione. Sono la buona execution e i modelli di business a fare la differenza. La nuova tecnologia, come ad esempio la blockchain nei trasferimenti dei pagamenti, può essere difficile da apprendere e da testare. Perché allora sbilanciarsi solo sul nuovo? Meglio optare per un mix di tradizione e innovazione. McKinsey cita il caso di TransferWise.

Quattro. I fondamentali devono essere a posto

Gli investitori sono diventati più selettivi. A distanza di anni ormai dalle prime fintech, i venture capitalist e gli altri investitori vogliono investire in società solide. Stando ai dati di PitchBook, gli investimenti di vc in startup ai primi passi sono diminuiti di oltre la metà, dal picco degli oltre 13.000 deal in 2014 ai circa 6.000 di fine 2017. Un dato interessante, se si pensa a quanto espresso qui.

Cinque. La sola user experience non è (più) abbastanza

Fino a qualche anno fa, quando i siti delle banche non erano nemmeno ottimizzati per la connettività mobile, le fintech vincevano facile: bastava loro creare delle interfacce adeguate. Ma oggi bisogna andare oltre nella selezione: una UX (user experience) eccellente oggi è la norma. E agli “attacker” servono modi più robusti per differenziarsi dalle incumbent.

Sei. Le incumbent: l’unghia del leone

Le vecchie signore hanno affilato gli artigli. All’avvento della tecnofinanza le grosse banche erano state colte impreparate. Si erano poi mosse negli ambiti non core del proprio business per cominciare la trasformazione tech. Ma quella fase è stata superata. Si pensi a Marcus, la società di prestiti al consumo di Goldman Sachs, oppure ad Access Investing di Morgan Stanley.

Sette. Aumento delle partnership fra incumbent e attacker

Un numero sempre maggiore di ex monopoliste e nuove fintech stanno capendo l’utilità delle alleanze commerciali. Ad esempio, JPMorgan ha fatto accordi non solo con OnDeck, una piccola società di prestiti digitali alle imprese, ma anche con Roostify, una fintech dei mutui e pure Symphony, una app di messaggistica sicura. In Italia, si pensi alla partnership fra UniCredit e la cinese Alipay.

Otto. Alto potenziale e cicli di vendita lunghi

Le infrastrutture IT esistenti non sono affatto facili da rimpiazzare, allo stesso modo dei mattoni di una “torre del Jenga”. Il processo di sostituzione, per quanto ad elevato potenziale, sarà lento. Per lo meno, non saranno i Core banking system, i Cbs, ad essere interessati nell’immediato. Target degli investimenti dovrebbero invece essere le aree non core.

Nove. Quotarsi

Per molte (ex) startup del fintech è arrivato il momento di passare dai mercati privati dei capitali a quelli pubblici. Stando alla ricerca, molti ceo di fintech hanno evitato in passato di quotarsi pur essendo in necessità di liquidità. Questo, sia per evitare gli oneri della quotazione che per non incorrere in valutazioni decisamente inferiori a quelle delle Ipo. Ma il sentiment sta cambiando.

Fonte McKinsey

Dieci (o forse uno). Cina, Cina, Cina

Il Dragone è l’esempio lampante di come per molte economie emergenti il trovarsi indietro in certi ambiti del progresso sia stato in realtà un vantaggio: non c’era niente da smantellare prima di fare largo alle novità. Quelli cinesi, sono dei veri e propri ecosistemi. Niente di paragonabile al pallido fintech europeo e americano, il quale per ora si riduce a servizi come il peer to peer lending e a sistemi di pagamento come Paypal. Gli ecosistemi fintech cinesi sono una realtà estremamente pervasiva delle routine finanziarie e dell’asset management sinici.

Ant Financial

La Cina ha costruito infatti il suo impero fintech sulle gigantesche spalle delle sue piattaforme commerciali. Un solo nome: Ant Financial. Il colosso è stato la naturale figliazione di Alibaba, l’Amazon cinese. Fondata da Jack Ma, è oggi la più grande fintech al mondo. La sua potenza disruptive sta minando alla base il sistema bancario tradizionale del suo Paese. Grazie a questa fintech, gli utenti possono comprare via cellulare servizi assicurativi come pure generi di prima necessità. E la moneta fisica è solo un ricordo. Per non parlare di Yu’e bao, oggi il più grande fondo monetario al mondo, nato come “appendice” di Alipay wallet.

Teresa Scarale
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caporedattore
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