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Donne fuori dall’Ai, un problema non solo culturale

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

10 Marzo 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il 49% degli studenti laureati nelle discipline Stem ritiene che la data science rappresenti un settore teorico e astratto

  • Cina, India e Giappone sono i paesi con la maggiore percentuale di studenti negativi sul tema

  • Secondo la ricerca, le aziende devono intervenire sia con azioni interne sia modificando il modo in cui si presentano online e raggiungono gli studenti

Secondo un’indagine di Boston Consulting Group, solo il 15% dei data scientist è donna. Un problema che si riversa inevitabilmente anche sulla costruzione degli algoritmi di intelligenza artificiale. Cosa possono fare le aziende per colmare questo gap?

Sebbene le donne rappresentino in media in tutti i paesi circa il 55% dei laureati e poco più di un terzo sia specializzato nelle discipline Stem (Science, technology, engineering and mathematics), la disuguaglianza di genere continua  a rappresentare una profonda problematica quando si parla di intelligenza artificiale. Secondo uno studio di Boston Consulting Group, What’s keeping women out of data science?, oggi solo il 15% di tutti i professionisti attivi nel settore della scienza dei dati è donna.

L’indagine ha coinvolto 9mila studenti Stem provenienti da dieci paesi, con l’obiettivo di porre l’attenzione sui criteri utilizzati nelle loro decisioni di carriera ed esaminare quali strategie possono porre in essere i datori di lavoro per incoraggiare le giovani studentesse ad avvicinarsi al settore. Un problema non soltanto culturale, ma che si riverserebbe direttamente anche sulle stesse tecnologie dell’industria 4.0: gli algoritmi di intelligenza artificiale, infatti, sarebbero sensibili al bias, motivo per cui la loro costruzione richiederebbe un team che includa una più ampia gamma di punti di vista e di esperienze.

Gli studenti: una scienza astratta e “nerd”

Ma quali sono i pregiudizi che condizionano le decisioni degli studenti? Sebbene lo studio sottolinei che l’intelligenza artificiale possa supportare i produttori e i fornitori di servizi non solo a catturare le esigenze della clientela ma anche a fornire soluzioni più rapide ed efficienti, solo circa la metà degli studenti Stem crede che il loro impatto sulla vita reale possa essere tangibile. Il 49% (di cui il 48% di donne e il 50% di uomini), infatti, ritiene che tale settore sia teorico e astratto, promuovendo “una cultura del lavoro sgradevolmente nerd”.

Tra i paesi più negativi: Cina, Giappone e India

Sebbene la Cina venga rappresentata come un leader globale in termini di integrazione dei sistemi di intelligenza artificiale all’interno delle aziende, lo studio di Boston Consulting Group rileva una situazione contraddittoria: insieme al Giappone e l’india, nel paese del Dragone circa il 60% degli studenti ritiene che la scienza dei dati sia astratta e con pochi ambiti di applicazione nella vita reale. Gli Stati Uniti e il Regno Unito, invece, sono in cima alla classifica, anche se resta negativo circa il 40% degli studenti.

Donne fuori dall’Ai, un problema non solo culturale
Fonte: Boston Consulting Group

Cosa possono fare le aziende?

“Le aziende non stanno facendo abbastanza per colmare questi vuoti – si legge nello studio – Fare semplicemente affidamento sul ronzio dei media e sperare che la scienza dei dati si “vendi” agli studenti è ingenuo e perpetuerà soltanto la diversità di genere. Le aziende devono lavorare di più per combattere le percezioni negative del settore e la mancanza di informazioni tangibili sui percorsi di carriera che percepiscono sia le studentesse che gli studenti, ma che disincentivano le donne molto più fortemente. Per molte aziende, ciò richiederà sia azioni interne (all’interno dei propri team di data science) sia modifiche alla loro comunicazione esterna (nel modo in cui si presentano online e raggiungono gli studenti)”.

Rita Annunziata
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