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Digitalizzazione, l’Italia è in ritardo (cronico)

Digitalizzazione, l’Italia è in ritardo (cronico)

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Francesca Conti
Francesca Conti

25 Giugno 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • “Le previsioni di Assinform per il mercato ICT business danno nel periodo 2018-2020 un tasso medio di crescita del 4,6%, ben superiore a quello dell’economia complessiva Italiana”, spiega Brigada

  • Rispetto al 5G il manager è “ottimista”, nonostante “vi siano al momento alcune incertezze legate anche alla nota vicenda che contrappone gli Stati Uniti alla Cina”

  • Per Brigada, i profitti del cybercrime, “secondo una recente stima, potrebbero entro il 2021 superare addirittura quelli del mercato della droga”

  • Il vicepresidente di Digital Value ricorda che “l’Italia è un paese con la popolazione tra le più anziane in Europa e gli over 60 usano internet meno spesso dei millennials”

L’orologio della digitalizzazione scorre troppo velocemente per l’Italia, che è in ritardo rispetto agli altri Paesi europei. Nella classifica Desi 2019 il Paese è solo al 24esimo posto davanti a Polonia, Grecia, Bulgaria e Romania. Il punto di vista di Carlo Brigada, vicepresidente di Digital Value

L’Italia, rispetto all’Europa, è in ritardo sulla digitalizzazione. Non è una cosa nuova, eppure la conferma viene dalla recente pubblicazione dell’indice dell’economia e società digitale della Commissione europea. Il Belpaese si posiziona solo al ventiquattresimo posto della classifica davanti a Polonia, Grecia, Bulgaria e Romania. Il risultato è il riflesso di un ritardo “cronico” del Paese, “dovuto al basso tasso di crescita complessivo, che si riflette anche sugli investimenti Ict”. Ne è convinto Carlo Brigada, vicepresidente di Digital Value, società attiva da oltre 30 anni come integratore di sistemi IT nel mercato Italiano e quotata al mercato Aim. Gli italiani, per Brigada, hanno una scarsa “cultura digitale” e una ancora “insufficiente sensibilità verso il problema della formazione specialistica” e della “carenza di figure professionali” competenti. Ci sono settori, come quello finanziario, più pronti all’innovazione e che potrebbero fare da apripista al panorama nazionale.

Gli italiani sono solo al 24esimo posto dell’indice dell’economia e società digitale della Commissione europea. Perché?

In effetti, nella classifica Desi 2019 (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società, ndr), l’Italia si posiziona al 24° posto (su 28, seguita solo da Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria). Il nostro paese soffre di un cronico ritardo rispetto agli altri paesi dovuto al basso tasso di crescita complessivo, che si riflette anche sugli investimenti ICT. Fattori limitanti sono anche la scarsa “cultura digitale” degli italiani e una ancora insufficiente sensibilità verso il problema della formazione specialistica e della carenza di figure professionali con le competenze necessarie.

Secondo i vostri dati però nel settore IT l’Italia nel 2019 ha realizzato un +2,7%. Possiamo essere fiduciosi?

Dopo un periodo di stagnazione, siamo entrati in una fase di crescita del nostro settore che ci fa ben sperare. Vediamo sempre maggiore consapevolezza, soprattutto nelle grandi aziende, del fatto che l’IT non è più solo un costo, ma un investimento necessario a supporto di innovazione e competitività. Le previsioni di Assinform per il mercato ICT business danno nel periodo 2018-2020 un tasso medio di crescita del 4,6%, ben superiore a quello dell’economia complessiva Italiana.

Qual è il settore più dinamico in Italia sul digitale? La finanza come si posiziona? E quello più sfidante?

I settori più dinamici sono quelli caratterizzati da maggiori dimensioni e capacità di investimento e quelli in cui vi è una maggiore attenzione verso il digitale: operatori di telecomunicazioni, operatori finanziari e grande industria. Gli operatori del mercato finanziario, in particolare, sono alle prese con un delicato processo di trasformazione digitale con il duplice obiettivo di aumentare l’efficienza operativa e cavalcare l’onda del FinTech e del mobile banking. Mi aspetto da essi un particolare dinamismo. Il settore più sfidante, a mio parere, è quello della Pa. È su questo tema che il nostro paese può veramente ingranare una marcia differente, migliorando il servizio ai cittadini e, indirettamente, la competitività delle imprese, ma serve una vera politica industriale digitale nazionale.

Come sta andando nel Paese lo sviluppo del 5G? Deluderà le aspettative?

L’Italia è storicamente uno dei primi paesi in Europa per sviluppo e penetrazione della telefonia mobile. La rete 5G è in fase di implementazione e vi sono aree già coperte. Non so se deluderà le aspettative (sia degli utenti che degli operatori che si aspettano significativi ritorni a fronte di ingenti investimenti). Tutto dipenderà dalla capacità del mercato di sviluppare con profitto nuovi servizi ed applicazioni sfruttando questa tecnologia. Sono ottimista, nonostante sulla tecnologia 5G vi siano al momento alcune incertezze legate anche alla nota vicenda che contrappone gli Stati Uniti alla Cina.

In Italia il 19% dei cittadini non ha mai usato internet, il doppio della media Europea. È un problema di infrastrutture?

Non solo, anche perché la copertura della rete a banda larga in Italia è più che soddisfacente: raggiunge il 90% delle famiglie contro l’83% della media europea, anche se poi solo il 75% ha effettivamente un accesso attivo. Vi è un tema di cultura e di attitudine. Internet viene prevalentemente usato per lo streaming e il gaming ed ovviamente per i social network. Ricordiamoci anche che l’Italia è un paese con la popolazione tra le più anziane in Europa e gli over 60 usano internet meno spesso dei millennials.

Le imprese del Paese non sfruttano ancora le potenzialità della tecnologia. Misure come Industria 4.0 o l’uso dei fondi europei sono ancora indispensabili?

Ritengo fondamentale che la politica italiana ed europea continui a sostenere, anche economicamente, i progetti di trasformazione digitale più virtuosi, soprattutto per le Pmi. Non tutte le organizzazioni hanno le competenze o le risorse necessarie e rischiano di rimanere indietro rispetto ai concorrenti e di essere prima o poi escluse dai mercati. D’altro canto, è universalmente noto che l’ICT è uno dei principali driver per la crescita economica ed una classe politica lungimirante dovrebbe sostenerne gli investimenti, soprattutto in momenti di incertezza congiunturale.

Tra le sfide digitali più urgenti c’è quella della cybersecurity. C’è il rischio di fare passi avanti nella digitalizzazione, ma poi essere frenati dai problemi legati alla sicurezza?

È vero, il crescente utilizzo di tecnologie digitali deve fare i conti con l’aumento dei rischi correlati al cybercrime i cui profitti, secondo una recente stima, potrebbero entro il 2021 superare addirittura quelli del mercato della droga. Non ritengo che questo frenerà il processo di trasformazione digitale, anche perché le tecnologie di difesa stanno progredendo di pari passo con quelle di attacco e vi è una crescente consapevolezza e attenzione da parte dei clienti che stanno adottando processi e modelli organizzativi sempre più orientati alla prevenzione del rischio informatico.

Francesca Conti
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