PREVIOUS ARTICLENEXT ARTICLE

Coronavirus e dati personali: meglio salute o privacy?

Coronavirus e dati personali: meglio salute o privacy?

Salva
Salva
Condividi
Teresa Scarale
Teresa Scarale

18 Marzo 2020
Tempo di lettura: 3 min
Tempo di lettura: 3 min
Salva
  • Ricostruire i movimenti dei soggetti contagiati, sapere chi hanno incontrato e che luoghi hanno frequentato, servirebbe a individuare altri possibili contagiati. Per una sorta di effetto domino all’incontrario

  • La Corea del Sud ha utilizzato tutte le informazioni disponibili. Immagini delle telecamere di sicurezza, transazioni delle carte di credito, dati di posizionamento rilevati da smartphone e automobili

  • Canducci sottolinea che “se invece di utilizzare la tecnica delle interviste per determinare posizione e spostamenti delle persone potenzialmente contagiose, fossimo in grado di accedere direttamente a queste informazioni, avremmo i dati esatti subito”

La crisi da coronavirus più che mai pone il dilemma fra tutela dei dati personali e necessità di preservare la salute pubblica. C’è chi, come Massimo Canducci di Engineering, non ha dubbi. Ma è in gioco il concetto stesso di democrazia

Siamo noi stessi con i cellulari a generare il possibile strumento della nostra salvezza, a patto (forse) di rinunciare se non alla libertà, alla riservatezza. Il flusso di informazioni che i nostri smartphone rilasciano su di noi infatti può aiutare a fermare il contagio.

La “comodità” di usare i dati personali al tempo del coronavirus

Ricostruire i movimenti dei soggetti contagiati, sapere chi hanno incontrato e che luoghi hanno frequentato, servirebbe a individuare altri possibili contagiati, in una sorta di effetto domino all’incontrario per evitare che la diffusione della malattia diventi incontenibile.

Massimo Canducci, chief innovation officer di Engineering, grande gruppo tecnologico italiano attivo su scala globale, ammette che l’individuazione del grafo di contagio è un’operazione lunga, complessa. In cui il tempo è una variabile determinante: prima si fa, meglio è. Il vero problema è che nella prima fase di ricerca bisogna sapere dove sono state le persone, chi hanno incontrato, con quali mezzi si sono mosse.

Usare i dati sensibili

La Corea del Sud ha utilizzato tutte le informazioni disponibili: immagini delle telecamere di sicurezza, transazioni delle carte di credito, dati di posizionamento rilevati da smartphone e automobili.

In Italia invece queste analisi si conducono manualmente. In realtà, se “solo” vi si potesse accedere, esisterebbe una “base dati completa, precisa ed affidabile” di tutta la popolazione con telefonino. Dati anagrafici, spostamenti, incontri, prossimità fisica sui mezzi di trasporto, nei ristoranti, nelle sale d’attesa. Solo per fare un esempio.

Canducci sottolinea che “se invece di utilizzare la tecnica delle interviste per determinare posizione e spostamenti delle persone potenzialmente contagiose, fossimo in grado di accedere direttamente a queste informazioni, avremmo i dati esatti subito”. Tali dati non sono però – per fortuna – nella reale disponibilità dello Stato.

Esisterebbero poi i dati sanitari rilevati da altri tipi di dispositivi. Come ad esempio gli smartwatch, in grado di rilevare battito cardiaco, temperatura corporea, pressione arteriosa e di effettuare veri e propri elettrocardiogrammi. “È del tutto evidente che, durante l’azione di contrasto di un’epidemia potrebbe essere utile, per chi se ne occupa direttamente, sapere che in certe zone del territorio nazionale ci sono numeri anomali di persone con parametri vitali fuori norma o fuori statistica”, prosegue Canducci.

Data monetization e data sustainability

Anche senza l’intelligenza artificiale, questi dati potrebbero fornire un grande aiuto nell’affrontare un’emergenza sanitaria. “Nel prossimo futuro sarà importante affrontare questi temi su scala internazionale” e soprattutto individuare la convivenza fra privacy ed eventuali “esigenze eccezionali”. Prosegue l’esperto che d’ora in poi sarà essenziale aggiungere al concetto di “data monetization” il concetto di “data sustainability”. Bilanciando cioè riservatezza e supporto alle autorità in situazioni “salvavita”.

Il decreto legge 14 del 9 Marzo 2020 “Disposizioni urgenti per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale in relazione all’emergenza COVID-19” consente alle istituzioni di raccogliere direttamente dai cittadini i dati personali ritenuti utili. Secondo Canducci invece in situazioni di emergenza come quella attuale bisognerebbe concedere allo Stato l’accesso ai dati generati dagli smartphone e dai dispositivi indossabili, come gli smartwatch. Nessuno mette in dubbio l’efficacia di un tale sistema. Quel che scricchiola in tal caso è il concetto stesso di democrazia, pur essendo consapevoli che “tanto quei dati vengono già utilizzati a livello commerciale”. L’utilizzo commerciale però discende dalla firma di un contratto, quella dello Stato sarebbe un’imposizione.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
Condividi l'articolo
Se non vuoi mancare aggiornamenti importanti per te, registrati e segui gli argomenti che ti interessano.
ALTRI ARTICOLI SU "Digital Transformation"
ALTRI ARTICOLI SU "coronavirus"
ALTRI ARTICOLI SU "Italia"