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Digital performance value, un’antenna del web sulle società quotate

Digital performance value, un’antenna del web sulle società quotate

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

03 Aprile 2018
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Anche nel web si possono trarre indicazioni utili per investire in borsa. Dai post sui social network e dalle query sui motori di ricerca si può ricavare un indice di popolarità delle società presenti nei listini azionari: è il digital performance value di FinScience

Anche dal Web si possono ricavare indicazioni utili per investire in borsa. Gli esperti in big data ed negli analytics della rete li chiamano “segnali deboli”, captati nelle centinaia di migliaia di conversazioni che avvengono nel web e nei documenti postati su internet, riguardanti società grandi e piccole dei listini azionari.

Quei segnali sono “deboli” perché finora non hanno avuto un impatto sui prezzi dei titoli, ma potrebbero averlo nel futuro. È una buona ragione per studiarne le dinamiche. Ed è quello che fa FinScience, startup nata nel 2017 da una costola di 3rd Place, specializzata da anni nel settore degli alternative data. In questa avanzata frontiera tecnologica sono attive al mondo solo poche società, dall’americana Dataminr all’irlandese Eagle Alpha, alla canadese Quandl. Una di esse è, appunto, italiana.

Prima di incamminarci a spiegare quello che la società fa, assieme al general manager Alessandro Arrigo, è necessario sgombrare il campo dagli equivoci e chiarire fin da subito quello che non fa. FinScience non è in grado di fornire “notizie privilegiate” sulle società quotate di cui quest’ultime hanno l’assoluto monopolio. Se l’Eni ha scoperto un giacimento petrolifero – ciò che naturalmente influisce sul prezzo del suo titolo – è la stessa società che ne deve informare il mercato con un comunicato e se invece la notizia circola prima su internet vuol dire che la confidenzialità è stata rotta anzitempo e che qualcosa è andato storto. Inoltre FinScience non è un analista finanziario, non suggerisce strategie di investimento. Non dice: “comprate” o “vendete” l’azione Eni.

Ed allora che fa? Potremmo dire che prepara il terreno perchè aiuta a costruire strategie di investimento basate su dati alternativi rispetto a quelle classiche. Sono strategie che la stessa FinScience è in grado di proporre ai clienti.

Il mercato azionario, come ogni mercato, si fonda sull’incontro tra domanda e offerta. Ciò che è rilevante, per il successo di un’azione, non è soltanto quello che una società offre, i suoi risultati economici, la solidità del suo business plan attestato da bilanci e relazioni certificate. Ciò che conta è, anche, come la platea degli investitori percepisce questi input, come li valuta. Se in generale contribuiscono, oppure no, a creare un ambiente favorevole attorno a quella società. Qui entra in gioco internet ed i suoi analisti.

Il web è ormai diventato un posto affollato. Soltanto in Italia – segnala la “global digit 2018”, indagine condotta da “We are social” assieme a Hootsuite – 43 milioni di persone sono utenti internet di cui 34 milioni attivi sui social media. Nel social network, nei blog, nei giornali on line, nei gruppi di discussione si parla un po’ di tutto, anche di società quotate. “Noi – spiega Arrigo – siamo collegati con oltre 100 server ed ogni giorno scrutiniamo 400 -500 mila contenuti nuovi. Da questa analisi scaturisce una sorta di portfolio di informazioni relativo a società quotate e rappresentato dai segnali digitali che vengono dal web”.

Prese in considerazione sono le società componenti dei principali listini: il Nasdaq 100, il Dow Jones e, per l’Italia, il Ftse Mib ed il Ftse mid-cap. Il risultato sintetico è un “digital performance value” che rappresenta il grado di diffusione in rete delle notizie relative a società quotate.

Ma questo da un’indicazione soltanto relativa perché è evidente che una grande corporation come la Fiat è più popolare in rete rispetto ad una small-cap. Ed ecco allora che FinScience va alla ricerca degli “scossoni” della diffusione in rete, una sorta di indicatore di volatilità della popolarità, che fa capire se, proprio su quel titoli, si sono accesi i riflettori del mercato. A questo punto gli algoritmi di FinScience permettono di valutare qualitativamente il significato dell’audience , se questo è associato ad un sentiment positivo o negativo. E, infine, chi fa da cassa di risonanza di quel segnale. “Non è senza significato – fa presente Arrigo – se, ad esempio, un sentiment positivo che pervade un titolo sia frutto di un’abile strategia di comunicazione aziendale o, invece, di un autonomo convincimento di soggetti che nulla hanno a che vedere con quell’azienda”.

Queste valutazioni possono essere assai importanti per chi deve prendere decisioni di investimento e non è un caso che il servizio di FinScience sia proposto e venduto presso una platea di asset manager, analisti, investitori.

L’importanza di simili analisi è tanto più importante considerando l’evoluzione recente della regolamentazione e della reportistica con cui vengono valutate le società quotate. Da quest’anno, ad esempio, la maggiori company europee sono obbligate a pubblicare “informazioni non finanziarie” che attestano i loro legami con l’ambiente sociale circostante, gli impegni in materia sociale, ambientale e sui profili di

corporate governance da cui deriva, dopotutto, la sostenibilità del loro sviluppo.

Le opinioni espresse sul web potrebbero rappresentare un utile indicatore per valutare la qualità e la serietà di quegli impegni. Non è un caso se FinScience si appresta a pubblicare un report contenente una guida agli “alternative data for sustainable finance”. L’interazione tra il web ed i mercati finanziari è appena agli inizi ma, come si vede, già comincia a produrre frutti.

Riccardo Sabbatini
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