PREVIOUS ARTICLENEXT ARTICLE

Bitcoin, il fisco italiano ci ripensa

Bitcoin, il fisco italiano ci ripensa

Salva
Salva
Condividi
Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi

15 Maggio 2018
Salva

Nel 2016 l’Agenzia delle entrate aveva detto che i guadagni realizzati dai privati con la compravendita di bitcoin non dovevano essere tassati. Il ragionamento della Agenzia era limpido come un sillogismo aristotelico:

■i bitcoin sono una valuta estera

■i guadagni fatti con le valute sono tassati solo se le compra vendite transitano da un conto corrente o un deposito

■i bitcoin sono una valuta virtuale che per definizione non transita da alcun conto corrente o deposito

■ergo i guadagni con i bitcoin non scontano tassazione

La crescita vorticosa delle quotazioni dei bitcoin, e forse anche l’articolo su “We Wealth” che il mese scorso ha segnalato il caso, deve essere arrivata alle orecchie anche dell’Agenzia che ha pensato bene di abbandonare la logica dei pensatori greci e di abbracciarne una mercantilistica. Ecco quindi che la DRE Lombardia ha diffuso in questi giorni una nota, nella quale dice chiaro e tondo tutto il contrario di quanto scritto appena due anni prima: i guadagni fatti con i bitcoin devono essere tassati (con l’aliquota sostitutiva del 26%).

La nota della DRE non è proprio una nota, ma piuttosto una criptonota, perché è disponibile solo in rete e su siti non ufficiali: l’Agenzia deve aver pensato che trattandosi di criptovalute fosse il caso di adeguarsi.

Ma cosa dice esattamente la DRE?

Dice che è vero che i bitcoin sono una valuta virtuale e che quindi a stretto rigore non richiedono l’uso di un conto corrente o di un deposito bancario, ma ogni user gestisce i bitcoin attraverso un portafoglio virtuale, il cosiddetto wallet, che assolve la stessa funzione di un conto bancario. Stessa funzione, stessa ratio, stessa tassazione delle valute fisiche. Una interpretazione di impronta più teleologica che aristotelica, ma non è il caso di essere schizzinosi, anche perché, la conclusione non sembra poi così sbagliata. Semmai sbagliata era quella pubblicata dalla Agenzia nel 2016, come già segnalavamo su questa rivista.

Le novità però non finiscono qui.

Già che c’è la Dre, chiarisce che i bitcoin sono una valuta (virtuale) estera e che per questo motivo vanno sempre indicati nel famoso quadro RW della dichiarazione dei redditi, quello destinato al monitoraggio delle attività estere possedute dai contribuenti italiani (ricordate la voluntary? Ecco, è quello che chi ha fatto la voluntary non aveva mai compilato). A onor del vero alla Dre, bisognerebbe far notare che l’obbligo riguarderebbe non il possesso di valuta estera, ma il possesso di valuta depositata all’estero, cosa un po’ diversa. Con i bitcoin depositati su un wallet digitale vai a capire in quale paese si trovano, avrà pensato la Dre. Ho provato a chiederlo ad un amico smanettone che fa un po’ di mining e si è messo a ridere: “I bitcoin sono da nessuna parte e dappertutto”, mi ha risposto, “sono nella rete”.

Quindi per il fisco tutto ciò che sta nella rete è come se stesse all’estero?

Per questa strada anche il nostrano home banking con la banca sotto casa dovrebbe andare in RW. Indubbiamente qualcosa non quadra, di nuovo l’Agenzia sembra faticare a capire il mondo dei bitcoin. Anche perché nella nota della Dre, è presente una terza novità che quando l’ho detta al mio miner gli è venuta una sincope. La assegnazione iniziale di bitcoin via mining è qualificata dalla Dre, alla stregua di una donazione soggetta all’imposta dell’8%. Qui il fisco contraddice se stesso: dato che un bitcoin sembra essere per l’Agenzia un bene estero a rigore non si dovrebbe pagare l’imposta di donazione. E infatti la nota della Dre, non si spinge a dire tanto, butta solo lì un accenno alla equiparazione fra donazione e mining. Ma non sarei così sicuro che prima o poi i nostri amici della Agenzia non trovino il modo di sostenere che i bitcoin sono all’estero per il monitoraggio, ma in Italia per le imposte di donazione. In fondo sono dappertutto.

Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi
Partner dello studio legale Orrick e responsabile del Tax Group italiano. Con oltre 25 anni di esperienza nel settore della fiscalità interna ed internazionale, è uno dei più ascoltati specialisti in materia di wealth management: tassazione della famiglia, passaggio generazionale, trust, asset protection, art investment.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU:Criptovalute