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Bitcoin, c’è ancora molto da fare in campo normativo fuori dall’Ue

Bitcoin, c’è ancora molto da fare in campo normativo fuori dall’Ue

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  • Il Parlamento Ue ha approvato la V direttiva antiriciclaggio normando maggiormente i bitcoin

  • L’Italia ha anticipato la V direttiva antiriciclaggio approvando il D.lgs n. 90/2017

  • Negli Usa i bitcoin sono inseriti nel 730 e sono previste sanzioni in caso di evasione

Con l’applicazione della V direttiva antiriciclaggio, approvata dal Parlamento Ue, tutti i paesi membri
saranno schermati da pratiche di elusione fiscale legate al bitcoin. Ma cosa succede fuori dall’Ue?

A quasi 10 anni dalla nascita del bitcoin, le normative che lo regolamentano sono scarse. A livello europeo si sono fatti piccoli passi avanti con l’approvazione della V direttiva antiriciclaggio, ma a livello mondiale regna ancora il caos. Il 19 aprile 2018 il Parlamento europeo ha rivisto e migliorato la IV direttiva antiriciclaggio inserendo obblighi per i prestatori di servizio delle valute virtuali. Questi, secondo la nuova normativa, verranno equiparati alle banche e agli altri intermediari finanziaria e dunque saranno obbligati ad applicare controlli di due diligence e di verificare la clientela.

L’obiettivo è cercare di aggirare l’anonimato, che da sempre ha caratterizzato il bitcoin, e cercare di limitare le operazioni sospette. Fino ad ora infatti, si poteva risalire alla vera identità del “proprietario” dei bitcoin solo quando si cambiava la criptovaluta con l’euro o il dollaro. Se si voleva di scoprire chi si celava dietro operazioni sospette si doveva ricorre a strumenti informatici particolarmente raffinati. Metodi, che ad oggi, nessuna Agenzia delle entrate è in grado di applicare.

Questa lacuna può dunque essere sfruttata da chi vuoi cercare di evadere le tasse in modi meno tradizionali. Scelta che non deve stupire, dato che a partire dai Panama papers (famoso scandalo fiscale scoppiato ad aprile 2016) in tutto il mondo si è puntato il faro sempre più sui paradisi fiscali e le varie tecniche usate da contribuenti e multinazionali per nascondere i soldi al fisco nazionale.

Il bitcoin (o comunque qualsiasi criptovaluta) sfruttando l’anonimato, ma soprattutto i gap normativi a livello Ue ed extra Ue può facilitare questo genere di operazioni. I paesi europei hanno tempo 18 mesi per adeguarsi alla V direttiva antiriciclaggio approvata dal parlamento europeo con 574 voti favorevoli, 13 contrari e 60 astensioni.

L’Italia anticipa la V direttiva antiriciclaggio Ue

L’Italia, rispetto agli altri paesi europei, si era già portata avanti, quando, nell’applicazione della IV direttiva antiriciclaggio ha inserto nel D.lgs n. 90/2017, molti elementi che solo ora l’Ue ha preso in considerazione.
L’unica novità che dovrà essere introdotta nell’ordinamento italiano è la creazione di un registro anche per chi gestisce i wallet (per poter ricevere e inviare pagamenti in bitcoin è necessario avere un wallet).

Altridue paesi Ue che stanno facendo passi avanti sono la Germania e la Francia, ma con l’applicazione della V direttiva antiriciclaggio tutti i paesi dell’Ue saranno maggiormente schermati da pratiche di elusione fiscale.
Il problema continua ad esistere per paesi extra Ue, molti dei quali risultano essere noti paradisi fiscali.

 

Svizzera, il bitcoin non è normato

La Svizzera ne è un esempio. La sua struttura cantonale fa sì che tutte le decisioni in materiale fiscale debbano essere prese dai singoli cantoni. Attualmente l’unico che ha deciso di regolamentare le valute virtuali è il Canton Ticino. Secondo la normativa cantonale “le criptovalute sono da considerare come delle
valute estere e come tali devono figurare nella dichiarazione d’imposta”. I problemi iniziano a sorgere quando è stato deciso che “non essendoci istituti bancari che prevedono rubriche valutarie crittografiche, come pezza giustificativa il contribuente è tenuto a produrre un’autocertificazione”. Oltre a lasciare alla buona volontà del contribuente il “dichiarare il suo avere in criptovaluta”, non vengono considerati “come elementi” da inserire nella dichiarazione dei redditi, tutti quei bitcoin che si interfacciano con banche straniere. Nel caso in cui si voglia, dunque, non violare il diritto cantonale basta scegliere banche non svizzere. Questo però non impedisce di compiere operazioni con utenti svizzeri. Se il canton Ticino ha provato a normare, in qualche modo, le criptovalute, gli altri cantoni non hanno fatto passi avanti. O meglio, la Finma (Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari svizzeri) ha redatto una guida pratica sull’entrata nel mercato delle criptovalute e su come gestirle. Nel concreto non sono, però, presenti degli obblighi ma solo dei consigli e delle indicazioni di massima su come gestire le richieste di accesso al mercato virtuale. Il tutto però, si ricorda è lasciato alla libera gestione cantonale.

Niente evasione digitale in Usa

Un paese dove risulta difficile giocare con i bitcoin a fini fiscali sono gli Stati Uniti d’America. Qui, il bitcoin (ovunque gestito) deve essere dichiarato all’interno del 730 e nel caso in cui il fisco americano dovesse scoprire casi di evasione fiscale sono già state stabile sanzioni e anni di carcere. Oltre a ciò gli Usa sono l’unico paese in cui il fisco può avere accesso al registro della Coinbase (società di scambio di beni digitali con sede a San Francisco). Registro che contiene tutti i nominativi dei contribuenti americani che stanno usando i bitcoin. Questo permette di avere un controllo sul sistema ad ampio spettro.

Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello
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