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Bankitalia, le criptovalute a rischio riciclaggio

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Nell’ultimo rapporto pubblicato dall’Uif si lancia l’allarme sulle criptovalute e l’uso da parte della criminalità organizzata

Sono 200 le operazioni fatte in criptovalute segnalate come sospette dall’Unità di informazione finanziaria (Uif) istituita presso la Banca d’Italia. Questo quanto emerge dal rapporto annuale pubblicato oggi dall’Uif.

Le criptovalute “si prestano anche a utilizzi illeciti o criminali, oltre ad esporre gli utenti a notevoli rischi di frode e perdite di valore” dichiara Claudio Clemente, direttore dell’Uif. La criminalità, secondo Clemente, per riciclare il denaro nell’economia regolamentata non usa solo i contanti e i paradisi fiscali ma anche le “valute digitali”.

“I segnalanti” si legge nella relazione del direttore dell’Uif “sembrano mossi dall’intrinseca opacità dello strumento, senza che ulteriori elementi oggetti o soggettivi inducano a ritenere la probabilità di un’attività illecita sottostante”. In diversi casi, però, sono stati trovati collegamenti con l’estorsione on-line, le truffe, e schemi piramidali che hanno portato ad indagare maggiormente sul fenomeno cripto.

In alcune situazioni, il ricorso alle criptovalte si inserisce in operatività complesse con utilizzo di fondi pubblici probabilmente collegati con la criminalità organizzata o connessioni con paradisi fiscali”. In diversi casi analizzati, viene sottolineato nella relazione, emerge la presenza di fondi destinati alla conversione in valute virtuali tramite bonifici dall’estero o carte prepagate.

Preoccupazioni per il mondo cripto sono state sottolineate recentemente anche dalla Commissione europea. La V direttiva antiriciclaggio è infatti una risposta al rischio riciclaggio delle criptovalute. Con la Direttiva si è dunque tentato di normare maggiormente quasi tutti i giocatori presenti all’interno del mondo delle criptovalute.
Clemente ha inoltre sottolineato come nel settore finanziario “tra i comparti esposti a rischi significanti o molto significanti” ci sono “il private banking, i servizi di custodia (cassette di sicurezza). Di trasferimento di fondi e di cambio valute, la moneta elettronica, le attività di crowdfunding, le valute virtuali e l’innovazione tecnologica (Fintech), il credito al consumo e l’erogazione di piccoli prestiti”.

Nel 2017 sono dunque aumentate le segnalazioni relative al rischio di finanziamento del terrorismo toccando quota 981. “Una quota notevole (37%) proviene dagli istituti di pagamento, in particolare dagli operatori di money transfert” conclude Clemente.

Giorgia Pacione Di Bello
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