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Il terzo settore in Italia, fra riforma e potenzialità

Il terzo settore in Italia, fra riforma e potenzialità

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

22 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 5 min
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Cinque anni fa è iniziata nel nostro paese una riforma per potenziare e razionalizzare gli enti attivi nelle attività sociali e di volontariato. Qual è la situazione adesso, nell’onda lunga della crisi covid? Il punto in una conferenza digitale tenuta da EY in collaborazione con la Fondazione Lang

Far parte del terzo settore vuol dire contribuire al consolidamento fiduciario fra la generalità dei cittadini e il sistema paese. E vi si può arrivare solo con un funzionamento più efficiente (anche dal punto di vista fiscale) degli enti del terzo settore (Ets), soprattutto in questo momento storico. Sono alcuni degli aspetti emersi dalla conferenza digitale “L’evoluzione del Terzo Settore: sfide e opportunità”, organizzata da Ey in collaborazione con la Fondazione Lang. Efficienza in questo frangente vuol dire soprattutto digitalizzazione, intesa come fattore abilitante dei pilastri strategici per lo sviluppo degli Ets, tramite raccolta di fondi.

Si può arrivare a incrementare la raccolta fondi sfruttando nuovi approcci ad alto potenziale. 1. Le vendite al dettaglio, ovvero commercializzando beni e servizi in linea con i valori dell’organizzazione. 2. Le sponsorizzazioni, ossia raccogliendo fondi tramite l’organizzazione di eventi a livello regionale e commerciale. 3. Accordi per le licenze commerciali del proprio marchio ad aziende amiche. 4. La ricerca di fondi sia pubblici che privati e progetti innovativi in cui siano coinvolti più soggetti portatori di interesse. Si tratta del cosiddetto fundrising 2.0.

«Il terzo settore è una delle colonne portanti del nostro paese, con 350mila istituzioni non profit attive e 850mila dipendenti». Enti che «hanno forme molto diverse, ma che rispondono a uno stesso obiettivo: creare un alto impatto sociale e dare una risposta laddove c’è una domanda a cui non sempre istituzioni e privato riescono a dare risposte». Così il ceo Ey Italy e Regional Managing Partner per l’area mediterranea, Massimo Antonelli.

«C’è da fare un ulteriore passo in avanti, per rispondere alle sfide che si pongono davanti anche a livello europeo”, ha proseguito Antonelli. «Bisogna fare in modo che queste attività vengano portate avanti in maniera più strategica. La riforma del giugno 2016 va in questa direzione. Noi come EY, con le nostre competenze ed esperienza, vogliamo essere accanto al Terzo Settore», ha proseguito Antonelli, ricordando le iniziative in corso anche grazie alla Ey Foundation, tra cui l’accordo siglato con il World Food Programme.

Siamo al quarto governo coinvolto nella riforma del terzo settore, ha sottolineato il ceo, avvenuta con il decreto 106 del 2016. Risale ad allora il registro unico nazionale del terzo settore (Runts). Gli enti che intendono iscriversi devono adeguare i propri statuti entro il 31/3/2021. Un aspetto importante della riforma – non ancora arrivata a totale regime – è l’estensione delle norme sulla responsabilità degli organi delle società commerciali.

È previsto un organo di controllo che vigili sull’osservanza della legge e dello statuto e sul rispetto dei principi di corretta amministrazione. Con il nuovo codice del terzo settore gli ets si suddividono in commerciali e non commerciali. I primi sono tassati secondo le regole previste per le società commerciali, i secondi godono di speciali agevolazioni fiscali, come ad esempio un regime di tassazione forfettaria. Le stesse persone che attuano elargizioni liberali nei confronti degli Ets possono avvantaggiarsi di una detrazione del 30% (persone fisiche) o di una deduzione del 10% (persone fisiche o giuridiche).

«In un momento di grande difficoltà per il paese gli enti del Terzo settore hanno dimostrato di saper rispondere alle esigenze collettive. Il terzo settore sarà uno degli elementi su cui puntare per accelerare la ripresa del nostro Paese». Conclude così il convegno digitale la mediterranean markets & accounts leader di EY, Stefania Radoccia. «Il piano nazionale di ripresa e resilienza ha fatto più volte riferimento al terzo settore come realtà a supporto di enti e istituzioni in ambito di salute, ricerca, coesione sociale. Anche se non c’è una delineazione chiara non si può non considerare l’importanza dei fondi pubblici per gli enti del terzo settore».

Da un sondaggio lanciato nel corso del webinar tra i partecipanti, è emerso che il 47% si è già adeguato per far diventare il proprio ente un Ets (ente del terzo settore) a tutti glii effetti, iscrivendosi al Runts (Registro unico nazionale del terzo settore) non appena sarà attivo. Il 38% intende iscriversi, ma non ha ancora adeguato lo statuto. Il 15% invece non intende farlo. Per quanto riguarda lo sviluppo digitale, il 50% ha dichiarato di aver implementato, o avere in programma, una strategia di trasformazione digitale. Il 20% tuttavia non ha iniziative in corso al tal fine. Quanto agli effetti delle attività svolte durante la pandemia, il 64% dei rispondenti ha dichiarato di aver valutato l’impatto sociale di uno o più programmi di intervento. Questo tipo di valutazione si è rivelata utile sotto vari aspetti. Per il 54%, a rendicontare i risultati sociali raggiunti, per il 15% a ottenere contributi per le attività portate avanti dall’ente. Infine, per il 31% ad apprendere per poter programmare con maggior efficacia gli interventi.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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