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Quando il rendimento è al servizio della mission

Quando il rendimento è al servizio della mission

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Redazione We Wealth
Redazione We Wealth

12 Novembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Una gestione mirata del patrimonio può aiutare fondazioni e charity a massimizzare le risorse disponibili e rendere sostenibili i progetti futuri. Mettendo in relazione allocazione di portafoglio ed esigenze di cassa legate alle erogazioni. Rothschild & Co spiega il suo punto di vista

Che fondazioni ed enti no-profit svolgano un ruolo imprescindibile per l’economia – specialmente nei settori che saranno cruciali per le sfide future – è un fatto noto. Meno diffusa è la consapvolezza della radicale trasformazione che ha visto protagonista il settore.

“Le fondazioni e gli enti non profit in generale hanno cambiato faccia negli ultimi dieci anni. Oggi da un lato si qualificano sempre più come investitori attenti e professionali – racconta Ilaria Romagnoli, responsabile per l’Italia della divisione Wealth management di Rothschild & Co -, dall’altro si candidano a giocare un ruolo determinante in relazione alle scommesse che il mondo si trova ad affrontare: pensiamo al progresso tecnologico, al cambiamento climatico e alla necessità di promuovere investimenti nelle fonti di energia alternative, passando anche  per il rilancio di nuovi progetti imprenditoriali da parte di giovani talenti che necessitano di risorse finanziarie adeguate”.

Per Romagnoli, ci troviamo di fronte a una svolta epocale: “L’occasione dell’incontro tra iniziativa imprenditoriale e erogazione di risorse finanziarie, finalizzate a progetti di ampio respiro in campo sociale e ambientale. Fondazioni e charity sono il soggetto ideale per facilitare questo connubio”. I capitali del resto non mancano.

Secondo i dati resi noti dall’European Foundation Center, associazione internazionale, non-profit e indipendente, che conta oltre 200 membri, gli asset disponibili superano i 1.500 miliardi di dollari a livello globale. Le fondazioni statunitensi sono circa 86mila e gestiscono 868 miliardi di dollari, mentre in Europa sono presenti 129mila enti, con attivi pari a 518 miliardi di dollari. Nel Vecchio continente, l’Italia ha un ruolo di prim’ordine.

Il numero di fondazioni è cresciuto sensibilmente negli ultimi anni, raggiungendo le 7.504 unità (l’ultima indagine Istat si ferma al 2016). Oltre la metà è nata dopo il 2000. Si tratta di soggetti che rivestono un ruolo chiave nell’economia del paese. Sostengono iniziative in campo sociale e assistenziale e utilizzano le erogazioni in investimenti strategici per la società, forti delle risorse che possono mettere in campo: secondo le stime, il patrimonio complessivo delle fondazioni in Italia si attesta attorno ai 90 miliardi di dollari.

Il mondo delle Fondazioni nel nostro Paese ha cominciato a sviluppare un’ottica di sistema con uno sguardo al di là dei confini nazionali. Stanno facendo da apripista alcune organizzazioni che si sono distinte negli ultimi anni per lungimiranza e intraprendenza, ad esempio sostenendo realtà imprenditoriali e promettenti startup. Anche in Italia, quindi il mondo della filantropia sta evolvendo verso modelli più rigorosi e strutturati, per la realizzazione di risultati adeguati, senza tradire la propria mission. L’obiettivo è chiaro: migliorare l’efficienza degli interventi e liberare risorse.

Passo dopo passo, quindi, l’approccio delle fondazioni nostrane si sta avvicinando a quello degli enti internazionali: da un meccanismo di erogazione che una volta si limitava, in larga parte, alla tutela dei beni artistici e a progetti di tipo socio-assistenziale, il modello sta evolvendo verso un ruolo partecipativo e attivo delle fondazioni nei confronti dell’economia locale e nazionale.

“Per continuare ad essere propulsori credibili di iniziative economiche che guardano al futuro, fondazioni e charity stanno allineando le loro strutture alle sfide e alle complessità del mondo in cui operano”, osserva Romagnoli. “Non è un caso che al livello globale tra i primi operatori che si sono affacciati sul mercato in questa nuova veste ci sono le grandi istituzioni attive nel mondo dell’education: ovvero entità con flussi di cassa attivi, inserite per definizione in un settore che più di altri si presta a favorire un collegamento virtuoso tra attività economica e finalità sociali, nel lungo termine”.

A titolo esemplificativo si possono menzionare le Università di Harvard e Yale, le più ricche d’America, che gestiscono degli endowment (riserve finanziarie provenienti in larga parte da donazioni) pari rispettivamente a 39 e 30 miliardi di dollari, con allocazioni diversificate che spaziano dal mondo degli investimenti quotati agli strumenti alternativi.

Se si guarda al panorama internazionale, oggi charity e fondazioni sono investitori con sofisticate competenze in ambito finanziario, che nel corso del tempo hanno sviluppato veri e propri modelli d’investimento funzionali alla loro attività di erogazione. Sono quindi dei trend-setter, spiega la manager di Rothschild & Co, un esempio cui possono ispirarsi operatori con caratteristiche simili, che vogliono approcciare il mondo degli investimenti con una logica globale strutturata e moderna.

Le esigenze di foundation e charity – osserva Romagnoli – mirano ad un’allocazione
del patrimonio che sia in grado contestualmente di ottenere sia un rendimento che di realizzare le finalità sottese alla mission del singolo ente, distinguendo tra:

  • Asset strategici, direttamente riferibili all’attività nei vari campi di attività (educazione, arte, social housing, talent scouting, ricerca scientifica)
  • Attività e risorse finanziarie non strategiche: quelle non necessarie nel breve per l’erogazione di capi- tali, ma sulle quali si vuole ottene- re un total return interessante nel medio e lungo termine
  • Attività e risorse non strategiche, capaci di generare flussi di cassa periodici da destinare ai vari progetti della fondazione e della charity.

“Nel contesto di tassi negativi degli ultimi anni abbiamo visto crescere progressivamente la quota di patrimonio dedicata agli investimenti alternativi, anche in riferimento alla terza categoria appena citata. Questi strumenti infatti, nella loro migliore formulazione, garantiscono la crescita del capitale nel lungo periodo e la creazione di flussi di cassa nel breve per sostenere i progetti sul territorio, mettendo al riparo il patrimonio dalle fluttuazioni dei mercati quotati”, sottolinea Romagnoli.

Il gruppo Rothschild & Co gode di un osservatorio privilegiato e vuole portare la forte esperienza accumulata a livello globale a servizio delle fondazioni italiane. “Il team di Milano, supportato da un network globale”, precisa la manager, “ha la dimensione, le risorse e le competenze per garantire un supporto di alto profilo e di qualità a fondazioni ed enti benefici: significa aiutarli a costruire un’asset allocation strategica che, partendo dalla mission dell’organizzazione, arrivi a delineare l’allocazione delle risorse più efficiente, fino alla scelta degli strumenti idonei a realizzare gli obiettivi preposti”.

Nello specifico il gruppo mette a disposizione la sua gamma di servizi: gestioni patrimoniali, mandati finalizzati a generare elevati flussi di reddito, o veicoli d’investimento studiati ad hoc per garantire la massima efficienza contabile ed operativa, passando per il monitoraggio degli investimenti e la redazione di una reportistica. Una menzione a parte merita la piattaforma di Investimenti Alternativi, che entra in campo per supportare le fondazioni nel loro duplice obiettivo di crescita del capitale in termini reali e creazione di flussi di cassa.

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