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La nuova filantropia, tra fondazioni e donatori professionisti

15 Luglio 2019 · Francesca Conti · 7 min

  • Nel mondo la filantropia muove complessivamente circa 1.500 miliardi di dollari, veicolati soprattutto attraverso le fondazioni

  • L’Italia è tra i Paesi in assoluto più generosi al mondo: gli asset della filantropia ammontano a 9,1 miliardi di euro

  • L’Italia si posiziona al 3° posto in Europa dopo Regno Unito con 25,3 miliardi e Germania con 23,8 miliardi

La filantropia di oggi è un mondo molto più complesso. Negli anni, i tradizionali attori di matrice bancaria hanno ridotto il proprio ruolo, lasciando spazio a un sistema variegato di protagonisti e strumenti. Dagli Stati Uniti arrivano i Daf

Pecunia non olet, dicevano i latini. Il denaro è sempre denaro, a prescindere da quale sia la sua origine. Per molti questo detto è ancora oggi un mantra, specialmente nel settore finanziario. Fino a che punto, tuttavia, i soldi realizzati in modi illeciti o immorali possono essere usati per finanziare progetti per il bene sociale, come ad esempio la costruzione di un pozzo in Africa? Se lo sono sicuramente chiesti in queste settimane i destinatari delle donazioni della famiglia Sackler, una delle più generose filantrope del Regno Unito, accusata attraverso la propria società di aver alimentato la dipendenza da oppioidi negli Stati Uniti.

Un fattore su cui riflettere quando si entra in uno dei molti musei statunitensi fondati dalla famiglia. Ma valutazione del donatore è solo una delle tante sfide con cui si deve confrontare la filantropia di oggi. Per le declinazioni contemporanee dell’antico concetto di “amore per l’umanità” – sintesi tra le parole greche filèo(amare) e ànthropos (uomo) – sono tempi difficili. Specialmente considerando che i pecunia, nel settore, non sono pochi.

Nel mondo la filantropia muove complessivamente circa 1.500 miliardi di dollari, veicolati soprattutto attraverso le fondazioni. Il 60% di queste si trova negli Stati Uniti, mentre il 37% in Europa e il 72% di quelle esistenti sono state create negli ultimi 25 anni (Global Philanthropy Report, Ubs). Se si guarda alla classifica globale, si scopre un dato interessante: l’Italia è tra i Paesi in assoluto più generosi al mondo. Nel Belpaese gli asset della filantropia ammontano a 9,1 miliardi di euro.

L’Italia si posiziona così al terzo posto in Europa dopo Regno Unito con 25,3 miliardi e Germania con 23,8 miliardi (stima 2017 European Research Network on Philanthropy). Del totale delle donazioni italiane, circa 4,6 miliardi provengono da elargizioni individuali e 1,5 miliardi da fondazioni (poco più di 1 miliardo dalle fondazioni di origine bancaria e circa 200 milioni dalle fondazioni di impresa), il rimanente da lasciti testamentari, erogazioni da parte di imprese e altre modalità informali (rapporto della Fondazione Lang).

Le fondazioni di origine bancaria

Il fatto che l’Italia occupi una tra le prime posizioni nella classifica mondiale, dipende anche dal peso che nel paese hanno ancora le fondazioni di origine bancaria. Degli 85 miliardi di euro di patrimonio del 2005 (anno a cui risale l’ultima indagine Istat sulle fondazioni), ben 45,8 erano gestiti dalle 88 fondazioni di origine bancaria (dato diminuito poi a 39,8 miliardi nel 2017). Senza includere questa tipologia, il patrimonio complessivo delle fondazioni scenderebbe a 40 miliardi di euro. La peculiarità e il ruolo che hanno avuto nella storia del Paese – fortemente intrecciata a quella del sistema bancario nazionale – non possono essere ignorate.

Quando nacquero, nel 1990, erano protagoniste indiscusse nel mondo del credito. Con la legge Amato furono create per scissione dalle casse di risparmio: a loro fu affidato un ruolo filantropico, agli istituti di credito sottostanti quello operativo. Le fondazioni detenevano inizialmente il controllo del capitale sociale delle casse di risparmio, ma con l’entrata in vigore della legge n. 474/94 si avviò un processo di diversificazione degli assetti societari delle banche partecipate.

Nel mezzo, anche la storia di miliardi bruciati per sostenere le ingenti necessità di alcuni istituti di credito più volte sull’orlo del baratro. Il caso più eclatante è forse quello della Fondazione Monte dei Paschi, chiamata a ricapitalizzare ripetutamente Mps per arginarne il crollo. I suoi interventi nel  sociale ne hanno ovviamente risentito passando da 236 milioni di euro di elargizioni l’anno (del 2007) al suo attuale patrimonio complessivo, pari a 434 milioni in tutto (aprile 2018). E la scelta degli amministratori della Fondazione Roi di Vicenza di investire buona parte del capitale della fondazione in titoli della Banca Popolare di Vicenza, tra settembre 2009 e l’estate 2019 ha comportato per l’ente perdite pari a oltre 23,6 milioni di euro.

Oggi però le fondazioni scoprono di non contare quasi più nulla nelle banche conferitarie. Al 31 dicembre 2017 su 88 fondazioni iscritte all’Acri (Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa), 35 non hanno più alcuna partecipazione nella banca originaria, 47 hanno partecipazioni minoritarie in società bancarie conferitarie che fanno parte di gruppi bancari, mentre le altre 6 di minori dimensioni mantengono una quota di maggioranza. E l’evoluzione del loro rapporto con il sistema bancario nazionale ha contribuito a fare delle prime a pieno titolo degli enti in prima linea per il benessere del tessuto sociale del Paese.

“Le fondazioni di origine bancaria sostengono circa 20mila progetti l’anno”, spiega il direttore generale di Acri, Giorgio Righetti. “Le fondazioni perseguono per legge e per missione l’utilità sociale e la promozione dello sviluppo economico. Dal 1999 – anno in cui con la legge Ciampi hanno acquisito la loro attuale fisionomia – a oggi hanno erogato complessivamente circa 23 miliardi di euro. Sono sicuramente tra i soggetti più attivi nel panorama nazionale non profit”, aggiunge Righetti. Circa un terzo del totale delle risorse delle fondazioni di origine bancaria viene destinato a welfare, assistenza sociale, sostegno al volontariato e salute.

“Siamo lungo un percorso evolutivo, le cui direttrici sono a mio avviso tre. Una riguarda la combinazione tra il saper ‘tener conto’ e il ‘dare conto’. Con ‘tener conto’ si intende la capacità delle fondazioni di approfondire sempre più l’analisi dei bisogni del territorio prima di intervenire. Con ‘dare conto’, invece, la restituzione al territorio dei risultati della propria azione filantropica”, chiarisce Righetti. La seconda direttrice riguarda invece la preminenza dell’ambito sociale rispetto agli altri “perché è lì che si può fare la differenza”. La terza è infine la capacità delle fondazioni di avviare partnership a livello regionale o sovraregionale, “per un maggiore scambio di competenze e iniziative più significative”.

La storia di Telethon

Se è vero che le fondazioni di origine bancaria costituiscono una parte imprescindibile della filantropia italiana, il panorama nazionale è molto più vasto. Una tra le maggiori testimoni del cambiamento degli ultimi anni è Telethon. La fondazione è nata nel 1966 in America, dall’idea di Jerry Lewis di lanciare una non stop televisiva per raccogliere donazioni. Oggi “i social network hanno già rivoluzionato tutto, tant’è che negli Usa non c’è più neanche la maratona tv”, ricorda il direttore generale di Telethon Italia, Francesca Pasinelli. “Se dovessi considerare le diverse modalità di raccolta in valore assoluto, credo che oggi le donazioni continuative siano la maggioranza”, continua Pasinelli.

“Rispetto alle altre modalità di raccolta – prosegue il dg – queste ci permettono di avere un rapporto ancora più diretto con i donatori potendo così tenerli costantemente aggiornati rispetto ai nostri progetti. I donatori sono in questo senso sempre più interessati all’impatto dell’ente no profit”.

Accanto alle donazioni, semplici o continuative, negli ultimi anni la Fondazione sta assistendo alla diffusione dei lasciti testamentari. Uno strumento importante per dare continuità ai progetti filantropici. “Attraverso i lasciti testamentari il donatore condivide con noi le sue preferenze di utilizzo del lascito, ma, con la trasparenza che contraddistingue il nostro operare, siamo anche espliciti nel dire che non agiamo in tutti gli ambiti. Se il filantropo, ad esempio, chiede che le donazioni siano destinate al suo paese di origine e sul territorio non è stato attivato un progetto altamente meritevole, non possiamo accontentarlo”, prosegue Pasinelli. Fondazione Telethon ha infatti un rigido sistema di analisi dei progetti di ricerca medico-scientifica candidati a ricevere i finanziamenti.

“I donatori dei lasciti testamentari sono soprattutto donne, in parte perché queste sono più longeve e più inclini alla filantropia. In genere hanno un’istruzione medio alta e un nucleo familiare molto ridotto”, spiega ancora Pasinelli. “Il patrimonio è relativo: abbiamo ricevuto donazioni anche da parte di persone meno abbienti: sono proprio queste realtà che colpiscono molto il nostro senso di gratitudine”, aggiunge il dg. Una spinta alle donazioni attraverso i lasciti testamentari potrebbe venire da una legge nazionale che semplifichi il trattamento fiscale degli eredi. “Se si arrivasse a qualcosa di simile al modello statunitense, il processo potrebbe essere incentivato, ma le cose nel nostro Paese stanno già andando bene”, conclude Pasinelli.

Nuove declinazioni di generosità

Anche se il concetto di generosità è antico, i mezzi e gli strumenti tramite quali si esplica sono profondamente mutati nel tempo. Per la philanthropy advisory Paola Pierri: “La filantropia sta cambiando tantissimo. Una volta era più un moto spontaneo, mentre adesso è più diffusa la convinzione che si tratti di un’attività di tipo specialistico-professionale per cui servono precise metodologie”. Certo, “il voler fare del bene è la scintilla iniziale, ma poi il ‘come si fa’ deve essere professionale e occorrono competenze specifiche”, aggiunge Pierri, che con il suo lavoro conduce mano nella mano il filantropo verso la realizzazione dei propri desideri.

“Alcune famiglie arrivano da me già con l’idea precisa di che cosa vogliono fare, ad esempio perché sono stati colpiti da qualche lutto familiare. Altri invece non sanno da dove cominciare, non sanno se fare una fondazione, o come operare in altro modo nella filantropia, come e perchè fare lasciti o, comunque, come  procedere e come decidere cosa fare e come farlo. Altri ancora ci hanno provato da soli, ma non sono soddisfatti del risultato. Spesso rimangono stupiti delle molteplici possibilità che hanno a disposizione”.

Sì, perché ormai filantropo non è più solo colui dedica anima e corpo allo sviluppo della propria fondazione. E nel mondo si stanno sviluppando diversi strumenti che possono esplicitare la generosità in modo più semplice e anche fiscalmente vantaggioso. Come i Daf (Donor Advised Funds), fondi gestiti da una fondazione a ombrello che beneficiano dei vantaggi della deducibilità/detraibilità fiscale delle erogazioni. In America il numero di questi fondi (circa 460.000) è già tre volte superiore al numero delle fondazioni esistenti e gli assets coinvolti sono circa 85,15 miliardi di dollari. Essendo un’alternativa meno onerosa in termini amministrativi rispetto alla creazione di un trust filantropico o di una fondazione erogativa e più semplice da costituire – possono essere avviati in un giorno – semplificano di molto il processo del dono. E, se il vento della filantropia ha sempre iniziato a soffiare dall’America, chissà che questo trend non sia il futuro della generosità anche in Italia.

 

Francesca Conti
Francesca Conti
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