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Human Rights Watch: da dove (ri)partire per disegnare il mondo di domani

Human Rights Watch: da dove (ri)partire per disegnare il mondo di domani

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Livia Caivano
Livia Caivano

21 Luglio 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • “Non vogliamo concentrarci tanto sui problemi, quanto sulle soluzioni; non tanto su chi abbia colpa di quello che è successo, ma quanto di cosa possiamo fare per contrastare le peggiori conseguenze”

  • “E’ importante che chi ha la fortuna di disporre di risorse che possono essere messe al servizio di questo cambiamento pensi a come parteciparvi”

  • “Bisogna scegliere un’organizzazione di cui si condividano i valori e la mission. Bisogna credere nella loro capacità di operare sul campo e verificare quale sia il loro reale impatto”

Smettere di guardare solo a cosa è andato storto e iniziare a lavorare per costruire un futuro più resiliente, sicuro, inclusivo. Il 23 luglio Human Rights Watch organizza un evento virtuale, con ospiti d’eccezione, per capire quale ruolo può giocare il singolo nella ripartenza del dopo-covid

L’emergenza sanitaria innescata dall’epidemia di covid-19 si è trasformata in fretta in una crisi socio-economica di portata globale. Chi ne ha risentito maggiormente e quali sono le conseguenze che ne deriveranno nei prossimi mesi – forse anni? Abbiamo chiesto a Judith Sunderland, associate director delle divisioni Europa e Asia Centrale di Human Rights Watch, di spiegarci cosa sta succedendo nel mondo e quale ruolo può giocare il singolo in una partita così complessa.

“La pandemia ha provocato una crisi che ha toccato tutte le comunità e tutti i paesi del mondo. E’ stata – è ancora oggi – ovviamente una crisi sanitaria ma soprattutto si tratta di un catalizzatore che estremizza situazioni già critiche in fatto di povertà ed emarginazione”, racconta Sunderland a We Wealth. “Come organizzazione non governativa la nostra maggiore preoccupazione è per i gruppi più fragili della società – perché più esposti: minoranze, poveri, emarginati.La nostra missione include indagare sui problemi e chiedere responsabilità per chi ha violato i diritti umani – compresi i governi che hanno adottato politiche o risposte alla pandemia che non hanno protetto le persone. Vogliamo però anche concentrarci sul futuro. Nessun governo è responsabile per il virus in sè, ma tutti i governi sono responsabili per le loro politiche di contrasto alla sua diffusione e le relative peggiori conseguenze”. Nei paesi che hanno stilato statistiche disaggregate – cioè con indicazioni in fatto di origine ed etnia dei soggetti contagiati dal covid-19, oltre che sesso ed età – emerge chiaramente che le minoranze sono state le più colpite dal virus. Perché più esposte al virus per motivi lavorativi o per l’impossibilità economica e culturale di accedere ad un’adeguata protezione. “Le contraddizioni e le fratture fra diverse comunità si sono esacerbate negli ultimi mesi”, prosegue la portavoce di Human Rights Watch.

L’effetto del covid sulle donne

La pandemia ha un impatto più forte sulle donne che sugli uomini. “Con la chiusura delle scuole e i bambini confinati nelle mura domestiche, sono state soprattutto le donne a sostituire nell’educazione quotidiana dei propri figli, gli insegnanti”. Una questione solo culturale? Non proprio. C’entra soprattutto la disparità salariale di genere. Ci spiega Judith Sunderland: “L’uomo in molti paesi lavora e guadagna di più: in molte famiglie quindi, durante il lockdown, al momento di decidere chi dovesse ridurre il proprio carico di lavoro, il proprio monte ore o addirittura smettere di lavorare per dedicarsi alla cura di bambini o anziani – la scelta è ricaduta sulla donna”. Un calcolo puramente economico, reso necessario da una diseguaglianza che con il coronavirus ha poco a che fare. “C’è poi il problema della violenza sulle donne e la difficoltà in questo periodo di trovare aiuto fuori casa, i danni alla salute riproduttiva e alla libertà di scelta sul proprio corpo. Allo stesso tempo le donne – così come le minoranze etniche – sono in molti casi le più esposte anche al virus vero e proprio perchè fanno lavori che riguardano la cura delle persone, e sono quindi state più colpite a livello sanitario”.

La deriva autoritaria dello stato di emergenza

La sospensione dei diritti in virtù dell’emergenza è un problema che ci ha preoccupati fin dall’inizio del diffondersi dell’epidemia: moltissimi paesi hanno reagito all’emergenza dichiarando lo stato d’emergenza (in Italia è ancora in corso il dibattito sul prolungamento al 31 dicembre, ndr). In alcuni casi è stato fatto in maniera anche più autoritaria”. Ricorda Sunderland: “Il diritto internazionale permette di derogare il rispetto e il riconoscimento di alcuni diritti, in alcuni momenti di crisi. Ci sono però delle condizioni: che l’obiettivo sia legittimo, che le misure siano proporzionate al rischio contro il quale ci si vuole proteggere e che vi sia un limite di tempo preciso. In molti paesi però questa deroga ha rappresentato la scusa per cambiare la normativa in maniera strutturale”. E’ questo il caso, ad esempio, della criminalizzazione delle fake news in Ungheria: una disposizione contenuta insieme a molte altre in uno dei 180 decreti emanati dal primo ministro Victor Orbàn in occasione della proclamazione dello stato di emergenza lo scorso 11 marzo.

Build Back Better

Anche in una situazione grave come questa però, si può cercare di capire cosa di positivo si può fare. “E’ la nostra occasione di build back better, di provare a costruire da adesso in poi un mondo più equo, più giusto, più resiliente – per poter affrontare le sfide del futuro, come Stati e come individui. I diritti umani indicano la strada. Ed è importante che chi ha la fortuna di disporre di risorse che possono essere messe al servizio di questo cambiamento pensi a come parteciparvi”. Per chi voglia fare filantropia, così come per le istituzioni, è importante finanziarie ciò che si conosce – e conoscere ciò che si finanzia. “Il suggerimento più inflazionato, ma più efficace è Dona per le cause che ti stanno a cuore. La salute, i bambini, la lotta alla violenza domestica, al razzismo, alla discriminazione”. Ma come procedere? Di chi fidarsi? Conclude Sunderland: “Bisogna scegliere un’organizzazione di cui si condividano i valori e la mission. Bisogna credere nella loro capacità di operare sul campo e verificare quale sia il loro reale impatto”. Questo controllo non è facile, spesso si basa sulla trasparenza che le organizzazioni stesse si impegnano a garantire. Per questo comunicare i risultati raggiunti diventa importante quasi come il raggiungimento stesso. “Human Rights Watch esiste dal 1978: prima i destinatari finali delle nostre comunicazioni erano i decision maker. Oggi il modello si è evoluto, abbiamo più strumenti per far circolare le informazioni che raccogliamo. Il nostro uso dei social e dei multimedia è cambiato. Prima la nostra teoria di cambiamento era concentrata sul convincere i leader, che oggi certamente contano ancora, ma siamo diventati più abili e capaci nel parlare direttamente al grande pubblico e l’opinione pubblica”. Questo è lo spirito che guida l’evento organizzato per il prossimo 23 luglio, interamente digitale. Lo scopo dell’organizzazione è di presentare una nuova idea di come costruire un mondo post-Covid migliore per tutti, basato sul maggiore rispetto dei diritti umani. La trasmissione vedrà la partecipazione di diversi personaggi dello spettacolo del calibro di Annie Lennox.

L’evento sarà trasmesso in tre fusi orari diversi: uno per il pubblico in Europa, Medio Oriente e Africa; uno per le Americhe; e uno per il pubblico che si trova nell’area Asia-Pacifico.

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Livia Caivano
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