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La fiscalità dei filantropi

La fiscalità dei filantropi

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Contributor, Stefano Loconte

03 Dicembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Negli Stati Uniti chi dona beneficia di deduzioni rilevanti, che possono arrivare al 50%. Il confronto con l’Italia. Cos’è cambiato con la riforma del 2016

Tra le famiglie che dispongono di importanti patrimoni è emerso in maniera preponderante il piacere, se non l’esigenza, di fare del bene. A fonte di questa tendenza non è mancata la risposta da parte del settore della consulenza patrimoniale, che offre oggi un supporto ad iniziative e interventi legati alle attività filantropiche.

Nulla di nuovo rispetto a quanto (da sempre) accade Oltreoceano, dove l’elogio della filantropia, che si esprime in prevalenza con il ricorso alle fondazioni strutturate su precisi modelli di business, risale ai tempi di Ford e Rockefeller, per arrivare fino a Mark Zuckerberg (che ha donato il 99% delle azioni di Facebook in occasione della nascita della prima figlia), passando per colossi come Bill Gates e Warren Buffett, che con le loro note campagne, hanno spronato imprenditoria e finanza ad interventi in grado di sopperire ai budget pubblici nei settori interessati.

Risultato: il mecenatismo privato degli Stati Uniti raggiunge cifre equiparabili al Pil di alcuni paesi europei (circa 300 miliardi di dollari l’anno sono rappresentati infatti da donazioni individuali), ed è il diretto riflesso di un atteggiamento culturale che vede nel cosiddetto “give back” una sorta di dovere civico. Ma non solo. A questo si affianca una politica fiscale che garantisce deduzioni di ammontare rilevante, che possono arrivare anche al 50%, in grado di consentire al cittadino di poter effettuare una “pianificazione filantropica” che si muove in parallelo alla pianificazione fiscale.

Diverso scenario in Europa, dove sul podio si colloca il Regno Unito che, grazie alla totale defiscalizzazione delle donazioni in favore delle charity, primeggia con 25 miliardi circa di raccolta destinata alla beneficenza. Segue la Germania con 23 miliardi di raccolta, e sul gradino più basso (ma comunque sul podio) si colloca al terzo posto l’Italia, con circa 9 miliardi (fonte: Ernop, European research network on philanthropy).

Tuttavia, l’intervento del legislatore sulla normativa fiscale relativa alle liberalità filantropiche, con la legge delega n. 106 del 6 giugno 2016 che ha riformato gli Enti del terzo settore, lascia intravedere un nuovo approccio basato su consolidati modelli di filantropia strategica. Novità di grande rilievo è stata la nuova figura degli Enti filantropici, associazione o fondazione costituita «al fine di erogare denaro, beni o servizi, anche di investimento, a sostegno di categorie di persone svantaggiate o di attività di interesse generale» (art. 37, Codice di riforma del Terzo Settore) le cui sovvenzioni da parte dei contribuenti privati determinano una detrazione Irpef pari al 30% delle erogazioni in denaro (poste in essere con modalità tracciabili), incrementata al 35% se le liberalità sono a favore di organizzazioni di volontariato. Inoltre è prevista una deduzione dal reddito complessivo netto del soggetto erogante (persone fisiche, enti o società) nei limiti del 10% del dichiarato.

È stato previsto inoltre, dal 1° gennaio 2018, un credito d’imposta (social bonus) pari al 65% delle erogazioni liberali in denaro effettuate da persone fisiche, o del 50% se effettuate da enti e società, a favore degli enti per favorire il recupero di beni pubblici inutilizzati o confiscati alla criminalità organizzata. Una possibilità concreta, quindi, per le iniziative filantropiche private, di svolgere un ruolo sociale crescente, a integrazione dell’intervento pubblico, destinato ad aumentare di pari passo con il potenziamento della leva fiscale.

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Contributor , Stefano Loconte
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