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Previdenza 2020: crollo delle entrate contributive

Previdenza 2020: crollo delle entrate contributive

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

18 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 2 min
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  • Il tasso di crescita del Pil impatta in misura rilevante e con una certa rapidità sui risultati di gestione dei fondi del sistema previdenziale

  • C’è un altro elemento che impatta sul mondo della pensioni e che risulta essere legato dalla dinamica del Pil: il tasso nominale

L’ultimo report pubblicato da Itinerari previdenziali ha analizzato il sistema pensionistico italiano e si è focalizzato anche sugli anni a venire. Nel 2020 si è riscontrata una flessione del 7,2% delle entrate contributive

Crollo delle entrate contributive lato previdenza, con una flessione del 7,2%. Il 2020 vede in particolare salire il carico del disavanzo sulla spesa al netto della quota assistenziale di 8,7 punti percentuali, mentre sulla spesa totale l’incidenza del disavanzo sale oltre il 29%.

Anche in questo caso, se si guarda alle dinamiche sottostanti all’aggravamento dello squilibrio dei conti, si vede come, con un aumento della spesa per pensioni pressoché allineato a quello dell’anno precedente. Ma l’elemento di discontinuità è rappresentato proprio dalle entrate contributive, la variabile che risulta essere più direttamente connessa con l’andamento del Pil.

Questo quanto emerge dall’ottavo rapporto sul bilancio del sistema previdenziale italiano pubblicato da Itinerari previdenziali. Stando ai dati si nota come il tasso di crescita del Pil impatta in misura rilevante e con una certa rapidità sui risultati di gestione dei fondi del sistema previdenziale, soprattutto per le conseguenze negative che il rallentamento dell’economia ha su redditi e occupazione e, quindi, sulle entrate contributive.

Questa criticità, che ricade sul sistema previdenziale, è chiaramente rilevabile se si guarda agli andamenti dei risultati di gestione, al lordo a al netto della quota assistenziale. Come si può notare dalla figura riportata, nell’intervallo 2014-2019, grazie a una moderata ripresa economica, è diminuito il rapporto tra spesa per pensioni e Pil. E c’è stato anche un miglioramento dei saldi di gestione che, pur continuando ad avere segno negativo, hanno recuperato oltre tre punti percentuale in rapporto alla spesa per pensioni e più di due punti se si considera la spesa al lordo della gestione interventi assistenziali (Gias).

La capitalizzazione del montante

C’è un altro elemento che impatta sul mondo della pensioni e che risulta essere legato dalla dinamica del Pil. Parliamo del tasso nominale e reale di capitalizzazione del montante. Questo riguarda uno dei cardini che garantiscono la futura adeguatezza dei trattamenti pensionistici di un sistema in cui sta progressivamente allargandosi la quota di pensione calcolata con le regole previste dal metodo contributivo. “Con questo metodo di calcolo, infatti, la crescita del Pil da cui deriva il tasso di capitalizzazione determina il valore finale del montante contributivo e, quindi, data l’età di pensionamento e i relativi coefficienti di trasformazione, l’ammontare futuro delle prestazioni” si legge dal report.

Osservando la figura si possono notare gli andamenti del tasso nominale e reale di capitalizzazione del montante, legate ad una crescita del Pil che, aldilà della frenata negli anni della crisi, dall’inizio del nuovo secolo appare tendenzialmente al di sotto delle ipotesi formulate quando fu introdotto il nuovo metodo di calcolo.

Dal momento dell’entrata in vigore del nuovo metodo di calcolo i tassi di capitalizzazione nominali sono rimasti sopra il 3% fino al 2009, per poi, con l’accumularsi degli anni della crisi, scendere fino a un valore negativo nel 2014. Sono poi seguiti 5 anni di ripresa, dove i tassi di capitalizzazione nominali sono tornati su valori positivi ma in termini reali, ad eccezione del triennio 2018-2020. Ci si attende un valore negativo per il 2021 e, sempre nelle proiezioni, altri valori attesi di segno negativo o prossimi allo zero nel 2021e nel 2022. Il ritorno su un valore positivo, potrebbe esserci solo nel 2023.

Ma attenzione perché il grafico ci dice anche che se si considerano i valori dei tassi di capitalizzazione depurati dalla variazione dei prezzi (linea tratteggiata), si nota che l’aumento reale del montante dall’inizio della crisi sta procedendo lentamente, con una crescente instabilità e con un elevato numero di anni in cui si registrano valori negativi.

Bassa crescita e aumento dell’instabilità ciclica sono dunque aspetti che, per quanto riguarda il tema della sicurezza sociale, richiedono la massima attenzione da parte dei decisori pubblici perché da questi fattori dipende la futura adeguatezza dei trattamenti pensionistici. Fenomeni che sono fuori dal controllo di ogni singolo individuo e che, in aggiunta all’ampliarsi del numero di carriere lavorative discontinue e/o a basso profilo reddituale, rappresentano un carico di rischi di natura sociale che può apparire eccessivo, soprattutto alle nuove generazioni, con conseguenze che già oggi minacciano la messa in discussione del patto intergenerazionale che regge i sistemi pensionistici a ripartizione come il nostro” conclude il report.

Giorgia Pacione Di Bello
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