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Polizze Unit-Linked: un fulmine a ciel sereno

Polizze Unit-Linked: un fulmine a ciel sereno

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Contributor, Emanuele Grippo & Stefano Grillo

22 Aprile 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Recenti pronunce giurisprundenziali hanno riaperto il caso polizze c.d. “linked”. Eppure, il dibattito si dovrebbe ritenere chiuso

Alcune recenti pronunce giurisprudenziali, che hanno avuto una certa eco mediatica, hanno riacceso l’attenzione sulle polizze c.d. “linked”, facendo impropriamente rivivere il dibattito sulla loro qualificazione giuridica. Dibattito che invece si dovrebbe ritenere ormai concluso alla luce delle chiare fonti comunitarie. Occorre fare chiarezza soprattutto alla luce di talune letture superficiali che sono state fornite di queste sentenze, che hanno portato a conclusioni certamente sensazionalistiche ma fuorvianti.

In estrema sintesi, alcuni hanno interpretato talune sentenze (cfr. l’ordinanza della Cassazione n. 10333/2018 e, da ultimo, la sentenza della Cassazione n. 6319/2019) nel senso di ritenere
che, per potersi avere un valido contratto di assicurazione sulla vita, questo dovrebbe necessariamente prevedere una garanzia di restituzione (almeno parziale) del capitale e la assunzione, da parte della compagnia, di un rischio demografico significativo. Ciò non corrisponde al vero per le ragioni che andremo a spiegare nel prosieguo. Come noto, le polizze di tipo linked, in cui le prestazioni dipendono direttamente dal valore di una entità di riferimento non prevedono il rilascio di una garanzia di restituzione del capitale e vedono la assunzione di un rischio demografico molto contenuto. Queste caratteristiche, unite al fatto
che si tratta di polizze con causa mista, assicurativa e finanziaria, hanno indotto in passato a ritenere che questa tipologia di polizze non abbia natura assicurativa e che sia quindi da inquadrare nell’ambito dei contratti di investimento.

Tale lettura era legittima nel periodo precedente al 2005, in cui vi era effettivamente una qualche incertezza su quali fossero le norme applicabili a detta tipologia di prodotti. Tale incertezza aveva trovato eco nella giurisprudenza e, in modo particolare, nella nota sentenza n. 6061/2012 della Corte di Cassazione . Questa analisi non è più attuale in quanto vede i prodotti linked come contratti nominati o tipici disciplinati non soltanto a livello domestico ma anche europeo. La materia, infatti, è regolata in maniera uniforme dal diritto comunitario che, come noto, è fonte di rango sovraordinato rispetto al diritto interno. Qualsiasi attività interpretativa o di ricostruzione sistematica della disciplina applicabile alle polizze di Ramo III deve necessariamente trarre origine dal diritto Ue, che inquadra questi contratti nell’ambito delle polizze di assicurazione. Ciò è stato anche affermato in modo molto netto dalla Corte di Giustizia, sia nel 2011 (con la nota sentenza C-166/2011, in cui la Corte aveva affermato che tali contratti sono “normali in diritto delle assicurazioni”) sia, da ultimo, nel maggio 2018 .

L’Italia ha dato implementazione alle norme UE classificando le polizze unit-linked nel Codice delle Assicurazioni nell’ambito dei contratti di assicurazione sulla vita di Ramo III. Inoltre, a partire dal 2005, è stata inserita nel Testo Unico della Finanza la categoria dei “prodotti finanziari emessi dalle imprese di assicurazione” al fine di rafforzare la tutela dei contraenti.
In questo contesto sono poi intervenute due importanti novità, ovvero il Regolamento Priips (1286/2014) e, soprattutto, la Direttiva Idd (2016/97). Il Regolamento Priips ha introdotto la
nozione di “prodotto di investimento assicurativo” la cui definizione è stata integralmente recepita nel Tuf. La Direttiva Idd è stata implementata lo scorso anno modificando tanto il Codice delle Assicurazioni che il Tuf: in particolare, ha eliminato la vecchia definizione di “prodotti finanziari emessi da imprese di assicurazione”, ormai superata poiché limitata ai soli prodotti di Ramo III e V. Al contrario, la nuova definizione di “prodotto di investimento assicurativo” ricomprende anche i prodotti di Ramo I rivalutabili e i prodotti multiramo, ai quali dunque si applica – esattamente come alle polizze di tipo “linked” – la disciplina recata dalla Direttiva Idd e dai regolamenti europei .

Nell’ordinamento italiano non esistono (né sono mai esistite) disposizioni di legge, di regolamento o di prassi che correlino il concetto di contratto di assicurazione con una garanzia di restituzione del capitale, di rendimento minimo ovvero di assunzione di un certo livello di rischio demografico da parte dell’assicuratore. Chi sostiene la necessità della garanzia di restituzione del capitale ricorre normalmente ad una contrapposizione tra le polizze vita c.d. “tradizionali” di Ramo I e quelle di Ramo III, qualificando le prime come “vere” polizze vita e le seconde come prodotti finanziari. Oggigiorno, tuttavia, non esistono più polizze sulla vita di Ramo I configurate nella versione per così dire “tradizionale” (poiché le compagnie hanno progressivamente ridotto le garanzie offerte) e, da questo punto di vista, assistiamo ad una convergenza sempre maggiore con quelle di Ramo III. Pertanto, non è più sostenibile propugnare un diverso trattamento tra le polizze di Ramo I e quelle c.d. “linked”, a maggior
ragione in considerazione di quanto si è già detto in precedenza con riferimento alla nuova definizione di “prodotto di investimento assicurativo” che abbraccia tanto le polizze di Ramo III
(e di Ramo V) quanto quelle di Ramo I.

Quanto sopra vale anche per quanto concerne l’aspetto relativo alla presunta necessità di un livello “minimo” di assunzione del rischio demografico da parte della compagnia di assicurazione. Anche in questo caso, infatti, non si rinviene alcuna norma, di fonte primaria o secondaria, che ne imponga la presenza ai fini della configurabilità di un contratto di assicurazione sulla vita . E’ del tutto evidente, quindi, che alle recenti pronunce giurisprudenziali sia stata impropriamente attribuita una portata innovativa.

Ad esempio, la più recente sentenza della Cassazione (n. 6319, depositata il 5 marzo u.s.), che attribuisce particolare rilevanza alla misura del rischio demografico, teorizzandone la necessità ai fini della sussistenza della causa del contratto, giunge a tali conclusioni prescindendo, in modo molto sorprendente, da qualsiasi riferimento al diritto comunitario in materia di assicurazioni, e dalla relativa interpretazione fornita dalla Corte di Giustizia. Al contempo, l’ordinanza n. 10333/2018 delle medesima Cassazione, alla quale è stata superficialmente attribuita una presa di posizione in merito alla necessità della garanzia di restituzione del capitale, in realtà non si è mai pronunciata sul punto, limitandosi a dichiarare inammissibili i motivi di ricorso.

Proprio la lettura superficiale che è stata data di questa ordinanza ha recentemente provocato una prima conseguenza, poiché la Commissione Tributaria Provinciale di Milano (cfr. sentenza n. 5608/2018), nella convinzione di applicare un principio di diritto affermato dalla Cassazione, ha riqualificato ai fini fiscali una polizza unit-linked contratta da un noto calciatore (tra l’altro, prima del 2005) con una compagnia estera anche, tra l’altro, in quanto mancherebbe una garanzia di restituzione del capitale investito.

In conclusione, un attento esame di tali pronunce non può che ridimensionarne notevolmente la portata, anche in considerazione degli effetti che una errata lettura e/o interpretazione delle stesse può comportare. Bisogna considerare, infatti, che la riqualificazione civilistica di una polizza comporta anche significativi effetti fiscali. Poiché la riqualificazione giudiziale opera sempre ex-post, quando il contratto ha già avuto esecuzione per anni o addirittura è già cessato, ne risulterà che il contraente (e il beneficiario, dopo il pagamento dell’indennizzo) avrà svolto degli adempimenti fiscali non coerenti con la nuova qualificazione del contratto, con tutte le relative conseguenze in termini di recupero di imposte e applicazione di sanzioni.

Oltretutto, la riqualificazione fiscale, che colpisce in prima persona il contraente (o il beneficiario), stride con l’impianto dell’imposta sulle riserve matematiche, che  vede le imprese di assicurazione versare annualmente all’erario ingenti somme a titolo di acconto sulle future imposte dirette. Sarebbe quindi opportuno che vi fosse una modifica del trattamento fiscale, magari anche con l’abolizione dell’articolato sistema dell’imposta sulle riserve matematiche, oppure che l’Autorità fiscale assumesse quantomeno una posizione chiara, che tuteli la certezza del diritto e l’affidamento dei contribuenti/contraenti.

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Contributor , Emanuele Grippo & Stefano Grillo
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