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Una piattaforma pubblica per aiutare i fondi pensione a investire nelle Pmi

16 Aprile 2019 · Riccardo Sabbatini · 5 min

  • I fondi pensione italiani investono appena il 3% del loro portafoglio nei titoli di debito e di capitale delle imprese italiane

  • Nel 2018 però gli intermediari previdenziali sono divenuti i primi fornitori di capitale nella raccolta indipendente del private equity e venture capital

Un service pubblico per favorire gli investimenti di fondi pensione e casse di previdenza in asset alternativi e illiquidi. Ne abbiamo parlato con il presidente di Unicredit Fabrizio Saccomanni

Intervenendo l’11 marzo scorso all’assemblea annuale dell’Aifi (associazione italiana del venture capital) il presidente di UniCredit Fabrizio Saccomanni ha accennato al progetto, attualmente allo studio del Governo e frutto di riflessioni a cui hanno contribuito rappresentanze delle imprese e del mondo delle banche, finalizzato ad attivare nuovi flussi di risorse finanziare verso l’economia reale del paese. Saccomanni ne ha fatto soltanto un cenno ma le sue parole hanno subito suscitato curiosità visto che nulla si sapeva su questo progetto in formazione, come nasce, quali obiettivi si propone. We Wealth ne ha parlato con lo stesso presidente di UniCredit.

Il punto di partenza della riflessione in corso è scoraggiante. Gli investitori istituzionali di matrice previdenziale che all’estero sono rilevanti finanziatori di Pmi e start up in Italia riservano soltanto le briciole a questa attività. I fondi pensione italiani investono appena il 3% del loro portafoglio – atte- stano i dati della Covip relativi al 2017 – nei titoli di debito e di capitale delle imprese italiane. Una percentuale che sale leggermente (al 5%) per le casse di previdenza, quelle che gestiscono le pensioni di primo pilastro per alcune categorie di professionisti. È pur vero che nel 2018 gli intermediari previdenziali sono divenuti i primi fornitori di capitale nella raccolta indipendente del private equity e venture capital (il 24% su un totale di 2,7 miliardi, secondo l’ultimo report Aifi) ma è troppo poco. È siderale la distanza che separa l’Italia dai paesi più evoluti. In Usa Calpers, il fondo degli impiegati pubblici della California, su un portafoglio totale di 358 miliardi di dollari (al giugno 2018) investe in azioni quotate 163 miliardi (45% del totale) ed in private equity ben 27 (8%). In Italia, sebbene la dimensione della previdenza complementare sia più modesta, si potrebbe fare molto di più, osserva Saccomanni. “Il patrimonio di fondi pensione e casse previdenziali, sommato assieme, ammonta ad oltre 200 miliardi di euro. Se nei prossimi 5 anni solo un 5% aggiuntivo di tale ammontare venisse investito in Pmi in varie forme e in infrastrutture, all’economia produttiva affluirebbero risorse per 10 miliardi”.

Quali resistenze frenano questo percorso virtuoso?

Principalmente la dimensione modesta. Le forme pensionistiche complementari – attestano le rilevazioni della Covip – sono in Italia 415 e il 61% gestisce un patrimonio inferiore ai 100 milioni di euro. Appena 5 fondi superano la barriera dei 5 miliardi. Quando le dimensioni sono così ridotte non si ha spazio di manovra sufficiente per investire in asset alternativi ed illiquidi. C’è poi da considerare l’inesperienza di team di gestione che storicamente sono nati e cresciuti per comprare e vendere quasi esclusivamente titoli di Stato. E che appaiono del tutto inadeguati nel nuovo contesto dei mercati finanziari. A più riprese la Covip (l’autorità di vigilanza) ha auspicato un processo di concentrazione degli operatori e delle masse gestite.

E nel frattempo?

Il progetto, partendo da queste premesse, ipotizza la “creazione di un organismo promosso dal settore pubblico ( “service”) che svolga un’attività di servizio volta a promuovere forme di aggregazione delle risorse finanziarie dei fondi pensione e casse di previdenza per consentire un efficace investimento in asset illiquidi. Il Service potrà anche svolgere un’attività di promozione nei confronti di investitori istituzionali domestici ed esteri delle opportunità di investimento in Italia in infra- strutture e nei distretti interessati da processi di aggregazione e riorganizzazione aziendale”.

Sarebbe comunque necessaria una legge che disciplini i compiti del nuovo organismo e preveda, almeno in una fase iniziale, un’operatività senza commissioni a carico dei fondi e delle casse. Il Service, pertanto, dovrebbe essere messo gratuitamente a disposizione dallo Stato e potrebbe essere gestito da un soggetto pubblico esistente. In alternativa si potrebbe prevedere la creazione di una società ad hoc, a totale/ prevalente partecipazione pubblica. Nel concreto al Service potrebbe essere affidato il compito di organizzare consorzi di investimento, gestire le gare per la selezione dei veicoli di investimento specializzati nei diversi asset alternativi. Allo stesso organismo farebbero poi capo anche i flussi informativi da/per i veicoli selezionati. Il Service si avvarrebbe delle consulenze di volta in volta ritenute necessarie per svolgere la sua attività. E si occuperebbe di individuare uno o più gestori specificatamente dedicati ad asset illiquidi e alternativi in grado di mettere a disposizione in modo efficiente uno o più veicoli di investimento appositi.

Di esclusiva competenza e responsabilità dei fondi rimarrebbe naturalmente la ripartizione strategica del loro portafoglio, con l’indicazione delle risorse da destinare agli asseti illiquidi, l’orizzonte temporale e la ripartizione geografica degli investimenti.

Il vantaggio sarebbe evidente. Anche i fondi di più picco- la dimensione potrebbero acquistare assieme ad altri quote di un veicolo beneficiando della diversificazione derivante dall’investimento pro-quota in tutti i diversi fondi alternativi in cui il veicolo investe. Nelle conversazioni svolte in queste settimane alcune casse di previdenza hanno espresso timori per il rischio di vedere ridursi gli ambiti di propria competenza. Ma, come ha evidenziato Saccomanni, “non c’è alcuna intenzione di ledere l’autonomia dei soggetti previdenziali ma soltanto l’obiettivo di rendere più efficiente e meno rischioso il loro processo di investimento favorendo una canalizzazione delle loro risorse verso l’economia reale del paese”.

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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