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Pensioni, l’equilibrio normativo che non c’è

Pensioni, l’equilibrio normativo che non c’è

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

09 Ottobre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • Dal 1980 ad oggi l’Inps ha erogato 758 mila pensioni

  • Considerando che le prestazioni “corrette” dovrebbe essere pari a 25 anni, attualmente il sistema pensionistico italiano è sovraccaricato

Nella storia della normativa italiana, in ambito pensionistico, si sono alternati periodi “troppo permissivi” e anni, Monti-Fornero, di eccessiva rigidità. Non si è mai trovata una soluzione intermedia. Questo, secondo lo studio di Itinerari previdenziali, ha portato ad anomalie nel bilancio del welfare italiano

Sono 758 mila le pensioni pagate da oltre 37 anni dall’Inps, e quasi 4 milioni le prestazioni che superano la durata di 25 anni. Questo quanto emerge dall’ultimo studio pubblicato oggi, dal Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali. Si parla dunque di pensioni che sono state erogate per la prima volta a partire dal 1980 in avanti. Il problema risulta dunque essere la sostenibilità della spesa pensionistica, tenuto conto che le prestazioni corrette, sotto il profilo attuariale, dovrebbero durare in media 25 anni.

Le cifre emerse sollevano dunque dei dubbi sull’evoluzione della normativa italiana, in ambito pensionistico negli anni. Si sono alternati periodi, come gli anni 80 e 90, “troppo permessivi” e anni, Monti-Fornero, di eccessiva rigidità. La soluzione, secondo il Centro studi, sta dunque nel mezzo.
«Se con la riforma Monti-Fornero si è poi passati a un’eccessiva rigidità, è altrettanto vero che tra il 1965 e il 1990 si è persa la correlazione tra contributi e prestazioni, adottando requisiti di enorme favore», spiega Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali, nel ricordare che ci vorranno diversi anni per ridurre anomalie, che tuttora appesantiscono il bilancio del welfare italiano.

Nel 2017 è stato infatti stimato dall’Istat che l’Italia destina il17% del Pil alla spesa pensionistica. E l’età media per andare in pensione si aggira attorno ai 63 anni. Dato che rispetto la media Ocse risulta essere più basso di circa 2/3 anni.
Abbassare ulteriormente l’età pensionabile, in combinazione con l’allungamento dell’aspettativa di vita, porterebbe dunque al “suicidio” del welfare italiano. E questo perché, stando ai dati dello studio, la durata media delle prestazioni erogate dal 1980 o prima è di circa38 anni per i dipendenti del settore privato, di 41 anni per i lavoratori e 41,5 per le lavoratrici, nel caso del settore pubblico. «Volendo anche tener conto dell’aspettativa di vita, siamo appunto ben oltre il paletto dei 25 anni che dovrebbe rappresentare un buon punto di equilibrio tra periodo di lavoro e tempo di quiescenza: anzi a oggi– spiega il Professore –sono in pagamento addirittura 3.806.297 prestazioni che hanno superano la durata di 25 anni e più, pari al 24% circa del totale dei pensionati(circa 16 milioni nel 2017). Si potrebbe dire una sorta di reddito di cittadinanza ante litteram, anche se mascherato da pensione».

Tra le categorie maggiormente favorite ci sono le donne, cui spetta l’80% delle prestazioni in pagamento da 37 anni e più. Inoltre, a gennaio 2018 nel settore privato, risultano ancora in essere circa 250mila pensioni dovute a prepensionamenti avvenuti anche con 10 anni di anticipo rispetto ai requisiti allora vigenti. “Numeri che evidenziano l’uso particolarmente intensivo del prepensionamento fatto sino al 2002, a differenza di quando non accada in altri Paesi Europei” sottolinea il rapporto.

«Purtroppo, l’Italia preferisce spostarsi sempre sulle estreme anziché mantenersi in un centro “equilibrato” e tutto questo ne è il risultato. Pensiamo ad esempio al dibattito sulle pensioni – commenta il Prof. Brambillache, nelle ultime settimane, si è concentrato sul “ricalcolo” delle pensioni oltre i 4.000/4.500 euro, senza invece considerare tutte quelle prestazioni che, pur magari inferiori come importo, sono in pagamento da tempi lunghissimi e senza essere sostenute da un adeguato versamento di contributi».

Quindi sì è vero che più gli anni passano e più si va in pensione tardi. Ma questo (deve) avvenire per due motivi: viviamo di più (ed è una bella notizia) e si deve rispettare il patto intergenerazionale mantenendo il sistema in equilibrio. “Senza legare l’età pensionabile alla speranza di vita, i rischi sono proprio quelli che emergono analizzando questa vasta schiera di pensioni erogate molti anni fa e ancor oggi in pagamento: lavoratori mandati in quiescenza a età troppo giovani, baby pensioni come quelle del pubblico impiego, casi “limite” di prepensionamento, pensioni di anzianità concesse prima dei 50 anni e requisiti troppo permessivi per ottenere le prestazioni di invalidità e inabilità” conclude lo studio.

Giorgia Pacione Di Bello
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