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Pensione integrativa necessaria per il futuro

Pensione integrativa necessaria per il futuro

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

26 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 2 min
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  • Il rapporto spesa pensionistica/ Pil è schizzato al 17%, una punta vertiginosa e inattesa che inciderà sul futuro

  • La previdenza integrativa permetterà di rafforzare la pensione pubblica che sarà molto bassa in relazione a quanto si prende da lavoratore

La pensione integrativa è fondamentale tenuto conto che i dati raccontano come l’obiettivo di poter contare sull’80% del proprio stipendio al momento della pensione appartenga al passato

Si iscrive tardi, versa poco, con un basso rischio e alla fine preferisce avere un capitale. Questo l’identikit dell’italiano medio che si iscrive alla previdenza integrativa. Secondo l’ultima ricerca presentata da Moneyfarm e Progetica l’aderente medio è maschio (al 62%), ha 46 anni, versa 225 euro al mese, finora ha messo da parte 22.400 e al termine preferisce riscattare l’intero capitale. Se differenziamo per generi e per età gli uomini mensilmente versano 237 mentre le donne 192. Il contributo medio sale all’aumentare dell’età e quindi delle disponibilità economiche.

Ma non solo, secondo la ricerca solo il 6,5% circa (che raddoppia al 12% circa per i lavoratori autonomi) la quota parte degli aderenti che riesce a versare il massimo della deducibilità concesso dal trattamento fiscale agevolato (5.164 euro all’anno). A livello nazionale, a fine 2019, si sono accantonati 178 miliardi in previdenza integrativa (22.400 medio per iscritto). Per quasi una posizione su quattro, tuttavia, il capitale accumulato non supera i 1.000 complessivi. Numeri che fanno molto riflettere su quanto stiano effettivamente facendo quei pochi cittadini catalogati come “italiani che stanno versando per il proprio futuro pensionistico”.

La pensione integrativa in Italia risulta essere fondamentale a fronte di un rapporto spesa pensionistica/ Pil  (indice con cui si misura la sostenibilità del welfare pubblico) è schizzato al 17%, una punta vertiginosa e inattesa che inciderà in modo rilevante sul futuro del sistema e dei cittadini. Si ricorda che, nel 2010, si prevedeva un rapporto spesa/Pil del 15% per il 2020 e attorno al 16% per il 2045. Un solo punto percentuale equivale a quindi a 17 miliardi l’anno di spesa pensionistica. Questi dati mettono ogni italiano difronte alla realtà. E cioè che fin da giovani si deve pensare in modo serio e concreto ad una pensione integrativa, che in futuro andrà ad integrare quella pubblica.

In pensione con metà dello stipendio

Secondo il progetto che sta portando avanti Moneyfarm e le indagini preliminari che si sono basate su uomini e donne trentenni, quarantenni, cinquantenni e sessantenni che andranno in pensione tra il 2027 e il 2062, le prospettive non sono così positive. Per quanto riguarda la pensione pubblica: il 44% di occupati in queste fasce d’età, rappresentativi di 1.430.877 lavoratori, l’età di pensionamento varierà dai 66 anni e 11 mesi fino ai 72 anni per gli attuali 30enni. La stima dei valori delle pensioni medie nette oscilla tra i 1.227 per le donne quarantenni e i 1.560 per gli uomini sessantenni, con una media complessiva di 1.337 netti al mese. I tassi di sostituzione percentuali cadono a picco per le nuove generazioni, passando dal 71% di coloro che oggi hanno 60 anni al 48% per le donne che hanno compiuto 30 anni nel 2020. Purtroppo, i dati raccontano come l’obiettivo di poter contare sull’80% del proprio stipendio al momento della pensione appartenga al passato. Per il valore della pensione, è stata considerata la curva media di evoluzione dei redditi nel tempo dei lavoratori dipendenti del settore privato. La forbice tra uomini e donne è significativa, nell’ordine del 17%-18% per le donne trenta-quarantenni e 21%-22% per cinquanta-sessantenni, con una media del 19,7%. Inoltre, sottolinea il report l’effetto della forbice salariale si esprime sul valore della pensione, soprattutto al crescere dell’età, con differenze comprese tra il 6% e il 21%, con una pensione media di 1.438 per gli uomini e di 1.236 per le donne, equivalente ad una forchetta del 16%.

Per quanto riguarda la pensione integrativa: tra i lavoratori occupati del campione (1.430.877), quelli con un fondo pensione sono quasi uno su tre (31,7%), circa 454.291 iscritti, con una pensione integrativa media ottenibile in futuro di 371 netti al mese. Per gli uomini è di 423, per le donne di 320, con una forbice del 32%. Gli uomini trentenni di oggi che hanno già iniziato a contribuire potranno ottenere 765 netti al mese; il problema è che solo il 25% dei giovani lavoratori e il 20% delle giovani lavoratrici analizzati ha oggi un fondo pensione.

E dunque andando a sommare previdenza pubblica e complementare: dei 3.251.626 cittadini (inclusi anche gli inattivi e i disoccupati) nati negli anni presi oggetto di indagine, solo il 14% ha un fondo pensione e potrebbe garantire complessivamente 1.708 netto al mese. Il 30% del campione non ha un fondo pensione e potrebbe quindi contare solo della pensione pubblica, di 1.337 netto al mese. Un 9% di inoccupati potrebbe avere un fondo pensione, ma probabilmente ha smesso di Versare. E il restante 47% potrà sostenersi solamente con pensioni già in erogazione o altre forme assistenziali.

Giorgia Pacione Di Bello
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