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Pepp, gli ostacoli da superare

17 Ottobre 2018 · Contributor, Maria Bianca Farina · 5 min

  • La previdenza complementare non è solo un problema italiano, ma riguarda tutta l’Europa

  • Secondo i dati presentati dalla Commissione europea solo il 27% dei cittadini europei in età attiva dispone di un prodotto finanziario con finalità previdenziali

La previdenza complementare conta meno di otto milioni di sottoscrittori. Mancano dunque all’appello 18 milioni di lavoratori italiani.  Ma il problema previdenziale non è solo del nostro Paese

Il sistema pensionistico pubblico, dal 1992 ad oggi, è stato oggetto di numerosi interventi di riforma e numerose sono state anche le misure adottate allo scopo di favorire lo sviluppo della previdenza complementare che tuttavia non ha ancora raggiunto un livello di diffusione sufficiente: gli iscritti sono ancora meno di 8 milioni e mancano ancora all’appello ben 18 milioni di lavoratori. Il problema previdenziale, però, non è solo italiano. I trend di invecchiamento della popolazione interessano l’intera Europa e sono destinati ad avere un impatto significativo sulle finanze pubbliche e sui sistemi pensionistici obbligatori. Secondo i dati presentati dalla Commissione europea solo il 27% dei cittadini europei in età attiva dispone di un prodotto finanziario avente finalità previdenziali.

Questa breve premessa serve a spiegare perché l’Ania fin dall’inizio abbia espresso il suo convinto sostegno al progetto europeo volto ad istituire i PEPP, ossia i prodotti pensionistici paneuropei di tipo individuale. La proposta di regolamento avanzata lo scorso anno dalla Commissione europea è stata successivamente emendata dal Consiglio Europeo e poi, all’inizio di settembre, dalla Commissione Affari economici e monetari del Parlamento. Le tre istituzioni
presto cominceranno a confrontarsi per arrivare a un testo unitario che potrebbe giungere all’approvazione entro i primi mesi del prossimo anno.

Non entro nel dettaglio dei vari testi legislativi. Vorrei invece riprendere brevemente gli obiettivi generali del progetto e accennare ad alcuni aspetti che, in tale prospettiva, meritano attenta considerazione. Gli obiettivi enunciati dalla Commissione al momento del lancio dell’iniziativa erano, sostanzialmente, i seguenti: colmare il “pension gap” pari in Europa, secondo alcune stime, a 2.000 miliardi all’anno; potenziare i flussi di risparmio disponibili per investimenti di lungo termine a sostegno dell’economia reale; offrire maggiori possibilità di scelta ai cittadini e facilitare la loro mobilità; offrire prodotti trasparenti a bassi costi. Si tratta di obiettivi ambiziosi, ma sicuramente condivisibili. Occorre chiedersi, tuttavia, se i testi legislativi fin qui discussi siano idonei a perseguire le finalità menzionate. Con riguardo al primo obiettivo – quello di colmare l’ancora ampio “pension gap” – assumono rilievo non tanto le modalità di accantonamento delle risorse, ma quelle di utilizzo (la cosiddetta fase di “decumulo”). Queste devono consentire ai cittadini anziani di fruire di un tenore di vita adeguato. In questo senso, ritengo che alle prestazioni in forma di rendita debba essere assegnato un ruolo primario nell’architettura complessiva dei PEPP. Se questi devono essere un “vero” prodotto pensionistico, parrebbe strana l’impossibilità – o la loro limitata capacità – di erogare pensioni. Considerando invece il secondo obiettivo – potenziare i flussi di risparmio disponibili per l’investimento di lungo termine nell’economia reale – è da capire se la possibilità per l’aderente regime Solvency II applicato agli assicuratori ha tra le principali finalità quella di garantire ai risparmiatori che acquistano i nostri prodotti di lungo termine un più elevato livello di sicurezza. Ma una tutela equivalente può esserci solo se tutti i fornitori sono soggetti alle stesse norme prudenziali, cosa che allo stato attuale non è prevista. In merito al terzo obiettivo – offrire ai cittadini maggiori possibilità di scelta e favorire la loro mobilità – è
senz’altro da apprezzare l’intendimento della Commissione di rimuovere le barriere ancora esistenti. La previsione iniziale di dover costituire un apposito comparto per ogni Stato membro creerebbe un onere molto significativo per gli operatori. Da questo punto di vista, gli orientamenti assunti dal Consiglio e dal Parlamento europei, meno vincolanti, sembrano più coerenti con l’obiettivo di consentire un’ampia partecipazione di mercato. Infine, il quarto obiettivo – trasparenza ed economicità dei prodotti – è anch’esso condivisibile.

Tuttavia, sul fronte dei costi, non sono convinta che l’imposizione di un tetto percentuale, orientamento assunto dal Parlamento europeo limitatamente all’opzione di default, sia la soluzione ottimale. Sarebbe preferibile che a determinare i prezzi non siano imposizioni regolamentari ma il libero gioco di un mercato efficiente e competitivo. L’introduzione dei Pepp sarà un progetto certamente utile se favorirà la nascita di prodotti pensionistici semplici, standardizzati, facilmente fruibili soprattutto dai tanti europei, attualmente sono più di 17 milioni, che vivono e lavorano nel continente al di fuori dei loro paesi europei di origine. Però al momento si tratta ancora di una meta da raggiungere piuttosto che un obiettivo a portata di mano. Non è un treno che sta entrando in stazione, viaggia ancora in piena campagna. Vuole essere un prodotto pensionistico ma attualmente non fornisce obbligatoriamente una pensione, si qualifica come paneuropeo ma verrà declinato in modo diverso in ogni paese dell’unione con modalità complicate per assicurarne la portabilità. Come ogni forma di previdenza complementare il suo successo dipenderà dagli incentivi fiscali che saranno accordati ma tutto questo, attualmente, rappresenta soltanto un auspicio. Come assicuratori, naturalmente, ci auguriamo che il progetto prenda forza strada facendo e che nella fase finale del suo iter legislativo, quella del trilogo, superi le incongruenze che abbiamo segnalato. Ma se, viceversa, i nodi non verranno sciolti i PEPP non soltanto non raggiungerebbero gli ambiziosi obiettivi che si prefiggono ma finirebbero addirittura per rappresentare un diversivo ostacolando lo sviluppo della previdenza complementare soprattutto in quei paesi, come l’Italia, che ancora scontano un ritardo significativo.

 

A cura di Maria Bianca Farina, presidente Ania

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