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La Rita dello scandalo

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27 Settembre 2018
Tempo di lettura: 5 min
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  • La Rita opera come un ammortizzatore sociale individuale, volto a sostenere quella che, di solito, viene chiamata “uscita flessibile dal mercato del lavoro”

  • La Rita consente di ricevere anticipatamente, in via frazionata, un capitale di ammontare scelto da ciascun interessato, a valere sul montante individuale accantonato presso il fondo pensione di appartenenza

La Legge di Bilancio del 2017 si è portata dietro anche la Rita. Pregi, difetti e prospettive della Rendita integrativa temporanea anticipata

Da un paio d’anni a questa parte e, ancor di più, dopo l’entrata in vigore della Legge di Bilancioper l’anno in corso, un nome agita le menti di molti degli addetti ai lavori della previdenza complementare: Rita. Non si tratta, però, né di un’avvenente ragazza fulva, paragonabile alla mitica Rita Hayworth, né di un’intrigante signora dall’intelletto acuto e cristallino, come Rita Levi-Montalcini: la Rita in questione è soltanto, banalmente, l’acronimo di Rendita integrativa temporanea anticipata, un istituto giuridico, quindi, che è entrato a far parte, prima provvisoriamente (dal 2017), ora stabilmente (dal 2018), dell’ordinamento della previdenza di secondo pilastro, quale nuova forma di prestazione.

La Rita di cui stiamo parlando, per dirla in breve, opera come un ammortizzatore sociale individuale, volto a sostenere quella che, di solito, viene chiamata, con linguaggio flautato, “uscita flessibile dal mercato del lavoro”. In realtà, spesso si tratta della prematura, drammatica, espulsione dalle aziende di lavoratori attempati, ma ancora privi del diritto a percepire l’assegno pensionistico e per lo più sprovvisti della possibilità di rioccuparsi.

L’istituto, pensato inizialmente per i subordinati, può divenire utile anche per i lavoratori autonomi. La Rita consente di ricevere anticipatamente, in via frazionata, un capitale, di ammontare scelto da ciascun interessato, a valere sul montante individuale accantonato presso il fondo pensione di appartenenza. Per ottenerla occorre essere cessati dall’attività lavorativa, trovarsi nella condizione di avere titolo alla pensione di vecchiaia almeno entro 5 anni, vantare non meno 20 anni di iscrizione all’ines e 5 nel fondo pensione.

In caso di inoccupazione superiore a 24 mesi, la Rita è però percepibile anche se il traguardo pensionistico di base è lontano ben 10 anni. La nuova prestazione è integralmente soggetta alla fiscalità agevolata delle prestazioni di previdenza complementare (tassazione a titolo d’imposta nella misura del 15%, riducibile dello 0,30 per ogni anno di partecipazione al fondo pensione, con un pavimento minimo del 9%): questa circostanza, certo di vantaggio non irrilevante, rende appetibile la Rita anche per soggetti che non si trovano nella necessità di sostegno, divisata dal legislatore. Il nuovo istituto è certo complesso e irto di problemi applicativi, ma la particolare agitazione tra gli operatori o, almeno, tra una parte di essi, che, per comodità, mi permetto di chiamare gli “ortodossi”, deriva non tanto da questioni realizzative, come sarebbe ragionevole supporre, quanto da quello che è vissuto come uno scandalo, una sorta di tradimento ideologico: il venir meno dello scopo esclusivamente pensionistico dei fondi pensione, finalità “metafisica”, di cui gli ortodossi si sentivano devote vestali. Orbene, che l’introduzione della Rita sia stata una sostanziale modifica e un’ingente implementazione dei compiti assegnati dall’ordinamento ai piani pensionistici complementari è di tutta evidenza.

Personalmente, tuttavia, all’astratta purezza dei principi preferisco la pragmatica ricerca di ciò che risponde alle necessità della gente e – diciamolo francamente- per molti, oggi e nel prossimo futuro, segnato anche dalla probabile scomparsa di molti mestieri, ancor prima che percepire una pensione, opportunamente arricchita della componente complementare, il vero problema è e sarà di sopravvivere, tout-court, sino alla pensione.

Essendomi appena confessato eterodosso, mi spingo ancora più avanti sulla via dello scisma: auspico che la Rita, di cui celebro i meriti rivoluzionari, sia quanto prima seguita da un’ulteriore rottura degli schemi. Mi riferisco alla possibilità che il fondo pensione – come in passato, per altro, già accadeva –possa gestire, con ogni necessaria separatezza contabile e patrimoniale, anche piani sanitari integrativi, a cui si giustappongano coperture di LTC, indispensabili in un Paese felicemente votato all’invecchiamento. In altre parole, auspico che, nel prossimo divenire, si riesca a realizzare enti polifunzionali di welfare integrato, ispirati da una contrattazione collettiva evoluta e lungimirante, chiamati a dispensare un variegato ventaglio di prestazioni.

Restando alla normativa vigente, dalla nuova missione della previdenza di secondo pilastro discendono almeno due principali conseguenze:

■ l’accresciuta necessità che la partecipazione ai fondi pensione, seriamente alimentati sotto il profilo contributivo, innanzitutto con il conferimento del Tfr, sia diffusa tra tutti i potenziali utenti, là ove possibile attraverso canalizzazioni collettive, fatta salva la facoltà di recesso del singolo;
■ l’ineludibile dovere degli amministratori dei fondi di costantemente monitorare, in via analitica, la composizione demografica, le caratteristiche del proprio bacino di utenza e l’andamento prospettico dell’inerente settore merceologico, così da modulare politiche di investimento che tengano sapientemente conto delle potenziali necessità di liquidità nel
medio e lungo periodo.

Dall’ultima considerazione espressa deriva che sempre meno alle forme previdenziali complementari italiane si attaglia la semplicistica definizione di investitori istituzionali pazienti, di lungo periodo.

Anche su questo aspetto, Rita non perdona.

 

 

Di Sergio Corbello

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