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Una staffetta di valore

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

02 Gennaio 2020
Tempo di lettura: 2 min
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  • Questa edizione del premio Di padre in figlio ha visto protagoniste 47 aziende, il 70% proveniente dal Nord Italia, il 22% dal Centro e l’8% dal Sud

  • Il 75% delle imprese analizzate ha un fatturato inferiore ai 25 milioni di euro; una parte minoritaria (4%) oscilla tra i 76 e i 100 milioni di euro e il 17% supera i 100 milioni di ricavi su base annua

In occasione del premio Di padre in figlio, giunto alla nona edizione, il Cerif, centro di ricerca sulle imprese di famiglia, guidato dal professor Claudio De Vecchi, ha analizzato 47 aziende italiane. We Wealth racconta il progetto dell’associazione attraverso un percorso in 12 tappe, utile a mettere a fuoco gli ingredienti essenziali per un passaggio generazionale di successo

Non avere niente da fare, abbandonare la propria creatura, perdere lo status sociale di imprenditore e dipendere finanziariamente da una società non più gestita. Queste sono le maggiori preoccupazioni che un imprenditore deve affrontare quando si trova coinvolto nel passaggio generazionale. Non solo. Il centro di ricerca sulle imprese di famiglia (Cerif) presso l’Università Cattolica di Milano, durante la IX edizione del premio Di padre in figlio, ha sottolineato come i fattori psicologici che possono ostacolare il passaggio generazionale siano dei più variopinti. Si va dal fatto che l’erede abbia un modo diverso di fare business rispetto al padre, una differenza in grado di destabilizzare il fondatore, alla paura legata alla perdita del controllo, alla tendenza a confondere e sovrapporre il ruolo di padre a quello di imprenditore. Questi fenomeni, nel loro complesso, devono però essere gestiti e affrontati nel miglior modo possibile se si vuol portare a conclusione un passaggio generazionale che non faccia male all’impresa.

Questa edizione del premio Di padre in figlio ha visto protagoniste 47 aziende, il 70% proveniente dal Nord Italia, il 22% dal Centro e l’8% dal Sud. Il 75% delle imprese analizzate ha un fatturato inferiore ai 25 milioni di euro; una parte minoritaria (4%) oscilla tra i 76 e i 100 milioni di euro e il 17% supera i 100 milioni di ricavi su base annua.

Le imprese partecipanti provengono da diversi settori. Al primo posto troviamo l’industria e la produzione con il 59% dei partecipanti, al secondo posto l’alimentare (13%), al terzo i servizi (11%), al quarto il tessile e la moda (9%), seguiti dal commercio (4%), l’agricoltura (2%) e l’edilizia (2%). Un aspetto di non poco conto, per l’evoluzione che sta avendo, è la distribuzione per genere degli eredi. In soli tre anni le donne al comando – al temine del passaggio generazionale – sono passate dal 20 al 40%. Se un tempo si tendeva a relegare le figlie femmine dell’imprenditore a ruoli come l’amministrazione o il marketing, sempre più spesso il capo azienda decide di farle entrare nella parte dirigenziale dell’imprese di famiglia. Il passaggio generazionale in rosa ha però delle peculiarità rispetto a quello per linea maschile. Le donne tendono infatti a prendere il comandando più avanti con l’età, perché prima vogliono dimostrare di sapere ricoprire in modo efficace il ruolo di comando. Oltre ad aver maturato delle esperienze all’estero o in altre realtà, tendenzialmente partono dal basso, nella società di famiglia, per poi scalarla e arrivare alla vetta.

Indipendentemente dalle differenze di genere, il Cerif identifica quattro tipologie di passaggi generazionali: il tira e molla, il di- namico, il traumatico e l’aventiniano (o intelligente).
Il “tira e molla” è un passaggio generazionale che dura più del tempo dovuto a causa delle resistenze dell’imprenditore/fondatore che non vuole lasciare le redini, continuando ad intromettersi negli affari della società. Il passaggio traumatico si ha invece quando il fondatore muore all’improvviso, lasciando gli eredi impreparati a succedergli. Il dinamico avviene quando l’imprenditore mette alla prova il figlio, incoraggiandolo ad affrontare un percorso individuale, al di fuori del family business. Solo una volta dimostratosi all’altezza, l’erede riceve dal padre il comando dell’azienda. Infine, c’è il passaggio intelligente o aventiniano. In questo caso l’imprenditore programma per tempo la sua uscita, cercando di preparare il figlio a sostituirlo. L’erede entra in azienda a piccoli passi, iniziando a capire com’è strutturata, per poi gradualmente essere coinvolto in attività e ruoli di responsabilità, prima in affiancamento al padre e poi in sostituzione.

Nel caso in cui il passaggio generazionale vada a buon fine, la nuova generazione al comando può portare numerose novità positive. Nove imprese di famiglia su dieci tra quelle analizzate dal Cerif lo mettono in evidenza chiaramente. In alcune, si evince dai dati della ricerca, gli eredi hanno modificato la struttura organizzativa, aprendola a membri esterni alla famiglia e condividendo con loro le decisioni; altri invece hanno saputo sfruttare al meglio la storia dell’impresa di cui hanno ereditato il comando come vantaggio competitivo sul mercato. Quando il passaggio generazionale va a buon fine e l’erede è in grado di innovare i processi, il passaggio di testimone crea valore: l’impresa di famiglia può continuare a crescere e a svilupparsi, dotandosi di nuovi strumenti e strategie e rinnovando i suoi punti di forza, di generazione in generazione.

Giorgia Pacione Di Bello
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