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Tasse sempre più attraenti per chi sposta la residenza in Italia

02 Maggio 2019 · Paolo Ludovici · 2 min

Il recente “Decreto Crescita” migliora gli incentivi fiscali già previsti da precedenti normative, ampliando il tempo dell’agevolazione fiscale e il vantaggio per chi torna in Italia

Il Decreto “Crescita”, oggetto di una laboriosa gestazione da parte degli ultimi Consigli dei Ministri, introduce rilevanti modifiche alla disciplina sul rientro dei lavoratori, ampliando in modo significativo sia la rilevanza del beneficio sia la platea dei potenziali beneficiari. Se tali modifiche verranno confermate in sede di conversione in legge del decreto, l’Italia rafforzerebbe ulteriormente il proprio “pacchetto” di incentivi per l’attrazione di capitale umano, affiancando al regime per gli Hnwi (i.e. il regime della flat tax di € 100.000) e a quello più recentemente introdotto per i “pensionati”, anche un regime fortemente incentivante per chi intende trasferire la residenza in Italia per svolgervi un’attività lavorativa.

Rispetto all’attuale regime, le modifiche prevedono innanzitutto un incremento della misura del beneficio e della sua durata, stabilendo per coloro che trasferiscono la residenza fiscale in Italia:
■ un regime di parziale esenzione in misura pari al 70% del loro ammontare (rispetto all’attuale 50%) per i redditi da lavoro dipendente, autonomo o di impresa prodotti in Italia nei 5 anni successivi al trasferimento. La percentuale di esenzione è inoltre aumentata al 90% del reddito per i soggetti che trasferiscono la residenza in una delle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna, Sicilia);
■ un’estensione della durata del regime di favore da 5 a 10 anni, a condizione che il beneficiario abbia figli minorenni o a carico, anche in affido preadottivo, oppure acquisti un immobile in Italia. La misura dell’esenzione negli ulteriori 5 anni è limitata al 50% del reddito imponibile. In presenza tuttavia di almeno tre figli minorenni o a carico, l’agevolazione negli ulteriori 5 periodi è maggiorata in quanto i redditi sono esenti per il 90% del loro ammontare.

Al fine di accedere al regime agevolato è richiesto che: (i) i lavoratori non siano stati residenti in Italia nei due periodi d’imposta precedenti al trasferimento e si impegnino a rimanervi per almeno due anni. Il requisito della “residenza” per due periodi d’imposta fuori dall’Italia andrebbe inteso in termini di residenza “fiscale” (ai sensi dell’art. 2 del Tuir) e ciò comporterebbe in linea di principio che potrebbero beneficiare del regime di favore anche coloro che hanno trascorso all’estero meno di 24 mesi (si tratta, ad esempio, di chi trasferisce all’estero la residenza prima del 30 giugno di un determinato anno e poi la ritrasferisce in Italia dopo il 1° luglio dell’anno successivo); (ii) l’attività lavorativa sia prestata prevalentemente in Italia.

Si tratta di requisiti meno stringenti rispetto a quelli previsti dalla normativa attualmente vigente, posto che:
■ viene ridotto il lasso di tempo minimo che deve essere trascorso all’estero. Nel contesto attuale è infatti necessario un periodo minimo di residenza all’estero pari a 5 periodi d’imposta o, a seconda delle categorie di beneficiari, di almeno 24 mesi;
■ non è più richiesto né il possesso di un titolo di studio né il possesso di requisiti di elevata qualificazione o specializzazione, né l’assunzione in ruoli dirigenziali;
■ non vengono poste condizioni quanto alla natura del datore di lavoro che può essere sia una impresa residente sia una impresa
estera.
Inoltre, la nuova normativa prevede espressamente che possano accedere all’agevolazione anche i soggetti che durante il periodo di residenza all’estero siano stati iscritti nell’anagrafe della popolazione residente (e se cittadini italiani non si siano iscritti all’Aire), purché abbiano avuto la residenza fiscale in un altro Stato ai sensi di una convenzione contro le doppie imposizioni sui redditi, per il periodo minimo di due anni richiesto dalla norma. La norma supera quindi (peraltro con carattere retroattivo) il chiarimento contenuto nella circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 17/E del 23 maggio 2017.

Le nuove disposizioni si applicano solamente ai lavoratori che trasferiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal 1 gennaio 2020. Nei confronti dei lavoratori rientrati in Italia nel corso dei primi sei mesi del 2019 e negli anni precedenti continuerebbero, invece, ad applicarsi le disposizioni previgenti (sia in termini di requisiti d’accesso al regime sia in termini di misura e durata del beneficio). Si tratta di una discriminazione poco giustificabile e che potrebbe opportunamente essere risolta in sede di conversione in legge del decreto – come peraltro avvenuto anche rispetto a precedenti modifiche apportate al regime in esame – estendendo anche ai soggetti che abbiano già trasferito la residenza in Italia anteriormente al periodo d’imposta 2020 di beneficiare del più favorevole regime per i periodi d’imposta residui.

Paolo Ludovici
Paolo Ludovici
Ha fondato L&P - Ludovici Piccone & Partners nel novembre 2014. È specializzato su tutte le aree del diritto tributario in particolare sui temi di pianificazione dei patrimoni personali e dei trust. È membro della commissione Tax and Legal in AIFI (Associazione Italiana del Private Equity e del Venture Capital), della commissione Normativa in AIPB (Associazione Italiana Private Banking) e di STEP (Society of Trust and Estate Practitioners).
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