PREVIOUS ARTICLENEXT ARTICLE

Pir 2.0: Regno Unito Vs Italia

Pir 2.0: Regno Unito Vs Italia

Salva
Salva
Condividi
Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

06 Giugno 2019
Tempo di lettura: 2 min
Tempo di lettura: 2 min
Salva
  • Gli Ifisa inglesi decollano. Dopo una partenza a rilento, anche per cause fiscali, hanno spiccato il volo e nel 2018 hanno registrato un +30%

  • In Italia sono arrivati i Pir 2.0 che introducendo l’obbligo di investire in venture capital (e lasciando fuori il P2P lending)

I Pirs 2.0 sono sulla buona strada. Le modifiche introdotte ai passati prodotti sono visti in maniera positiva. Unico neo: l’assenza del P2P lending

 

Gli Ifisa inglesi decollano mentre i Pir 2.0 mettono le ali ma devono ancora spiccare il volo. Mentre l’Italia ha da poco definito i nuovi Pir, introducendo l’obbligo di investire in venture capital (e lasciando fuori il P2P lending), nel Regno Unito gli Ifisa (Innovative Finance Individual Savings Account) prendono il volo. Gli investimenti medi negli Ifisa, aperti al retail nella primavera del 2016 a Londra, grazie all’iniziativa dell’ex cancelliere George Osborne, sono aumentati del 30% nel 2018.

Secondo il centro studi di Borsadelcredito.it gli Ifisa hanno avuto una partenza a rilento, dovuta ad un collo di bottiglia normativo. Questo ha portato nel primo anno fiscale di riferimento, 2016/2017, solo cinque mila nuovi clienti con un totale di 36 milioni di sterline in sottoscrizione. Nell’anno fiscale 2017/18 i sottoscrittori sarebbero invece aumentati a 31 mila per un valore di 290 milioni di sterline, un valore decuplicato. Il Dipartimento del tesoro inglese ha sottolineato come non sia cresciuto solo il volume complessivo ma anche l’importo medio sottoscritto. Nell’ultimo anno fiscale, l’investimento medio è cresciuto a 9.355 da 7.200 sterline. Raggiungendo un +30% rispetto all’anno precedente.

Nel primo anno di applicazione gli Ifisa la maggior parte degli inglesi non conoscevano i prodotti. AltFi, che a fine 2017  realizzò un sondaggio su due mila adulti britannici, scoprì infatti che tre quarti degli intervistati non avevano mai sentito nominare questo prodotto di investimento alternativo, anche se era esentasse e garantito dal governo. Eppure il 60% dei britannici conosceva molto bene il P2P lending. Solo uno su otto ha investito in P2P lending, mentre uno su sei di quelli che si sono imbattuti in Ifisa hanno investito in quel prodotto. Dalla ricerca emerse però che l’età era un fattore chiave determinante. Il 15% dei 18-34enni investiva in P2P e il 9% in Ifisa. Situazione opposta per i 35-54enni, rispettivamente il 5% e il 3%. Altra differenza evidenziata era la geografia. Il 17% dei londinesi sa cosa sia un Ifisa, contro il 12% di chi vive a Birminghan e il 10% di chi abita a Edimburgo. Nessuno ha mai sentito nominare il prodotto in Galles o nel Sud Ovest del Paese e più o meno il quadro è lo stesso anche nell’Inghilterra del Norde in Irlanda del Nord.

 

E l’Italia? Nel 2017, contemporaneamente agli uk, il Belpaese lancia i primi Pir per offrire al pubblico indistinto un portafoglio focalizzato per un minimo del 70% su società italiane, di cui il 30% non quotate su Ftse/mib. Finora le piccole e medie imprese e le startup, soggetti che avrebbero dovuto beneficiare maggiormente dal prodotto, sono state escluse dagli investimenti. Ma ora, con il provvedimento pubblicato dalla Gazzetta ufficiale a inizio maggio, si stabilisce che la quota del 70% debba essere investita per almeno il 5% in strumenti finanziari, “ammessi alle negoziazioni sui sistemi multilaterali di negoziazione, emessi da PMI ammissibili e per almeno il 5% in quote o azioni di fondi per il venture capital, o di fondi di fondi per il venture capital” si legge nel decreto.

 

Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU:Pianificazione FiscaleItaliaEuropa
ALTRI ARTICOLI SU "Pianificazione Fiscale"
ALTRI ARTICOLI SU "Italia"
ALTRI ARTICOLI SU "Europa"