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L’imprenditore chimico e la lite (risolta) tra le due sorelle

L’imprenditore chimico e la lite (risolta) tra le due sorelle

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Contributor, Gianmarco Di Stasio

23 Dicembre 2019
Tempo di lettura: 2 min
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È destinata a fare scuola una recente sentenza delle Sezioni unite della Cassazione in materia di pianificazione successoria tramite il trust

Le Sezioni Unite della Cassazione in luglio hanno emanato una sentenza molto articolata in materia di pianificazione successoria tramite trust e (difetto di) giurisdizione del giudice italiano, a partire dalla vicenda delle due eredi di un importante imprenditore dell’industria chimico farmaceutica.

Prima di morire, il padre aveva istituito un trust che designava come beneficiario il settlor stesso e, dopo la sua morte, le sue due figlie in parti uguali, conferendo al trust partecipazioni nella holding fa- miliare. Deceduto il padre, le figlie si sono accordate col trustee per l’assegnazione, all’una, dell’intero capitale della società e, all’altra, del controvalore in denaro del 50% della stessa.

Quando – poco tempo dopo – la società viene venduta dalla sorella “imprenditrice” ad un prezzo decisamente superiore, l’altra sorella assegnataria del controvalore in denaro agisce per vedersi riconoscere il 50% della “plusvalenza” realizzata dalla sorella con la vendita rispetto al valore preso a riferimento per l’accordo.

L’atto liquidatorio – un deed of agreement tra trustee e beneficiarie del trust soggetto a una clausola compromissoria che designava un arbitrato svizzero per la risoluzione di ogni controversia da esso derivante – era basato sulle indicazioni del padre defunto contenute nel trust. Tali criteri di valorizzazione prevedevano che la liqui- dazione delle azioni alla figlia “recedente” fosse calcolata con un metodo sostanzialmente patrimoniale, a partire da un valore ridotto dell’avviamento. Ciò, secondo la sorella che si assume danneggiata, affinché la liquidazione del 50% non gravasse eccessivamente sulle future prospettive di sviluppo dell’azienda di cui la sorella attribu- taria si sarebbe fatta carico. In sostanza, per semplificare, la sorella liquidata ritiene che il proprio consenso le sia stato estorto dietro la promessa della sorella assegnataria di perseguire l’attività di fami- glia. La cessione dell’azienda avrebbe fatto decadere le condizioni per applicare i criteri previsti per il calcolo della liquidazione stabiliti in precedenza.
Pur rientrando la divisione ereditaria a pieno titolo nella materia successoria, la Corte ha stabilito che questo accordo raggiunto tra il trustee e le beneficiarie del trust rispetto all’apporzionamento (attribuzione reciproca di una porzione di beni che compongono l’asse ereditario), ad opera del trustee, dei beni (qui partecipazioni) conferiti in trust dal padre disponente, non integra un atto avente ad oggetto un bene caduto in successione ereditaria.

Il conferimento in trust, infatti, non realizza una devoluzione mortis causa di beni del disponente. Esso è costituito per atto tra vivi in quanto, vivente il disponente, ha trasferito la proprietà delle partecipazioni nella società di famiglia al trustee “investito del compito fiduciario di gestire le partecipazioni societarie nell’interesse dei beneficiari e di devolvere ad essi detto patrimonio al termine del trust”.

Le azioni della società di famiglia non sono cadute in successione alla morte del padre, perché in quel momento erano fuori dal suo patrimonio e nella sfera giuridica del trustee. Secondo la Suprema Corte, la successiva attribuzione alle beneficiarie è un negozio diretto tra il trustee e le beneficiarie stesse, non una successione mortis causa nel patrimonio del de cuius.

Il trust in questione è stato quindi qualificato come donazione indi- retta, vale a dire come liberalità non donativa, in quanto il padre ha utilizzato lo strumento del trust per finalità di trasmissione alle figlie con effetti post mortem, ma senza che il trasferimento dal trustee alle beneficiarie avvenga mortis causa. Tuttalpiù, aggiunge la Corte, rispetto a tale trasferimento, la morte del disponente rappresenta “il momento di esecuzione dell’attribuzione finale”. La Corte conferma la ricostruzione giuridica argomentando in tal senso anche sulla base di quanto è emerso dagli atti di causa, cioè che il disponente ha creato il trust individuando se stesso come beneficiario in vita e le figlie dopo la sua morte. La morte quindi è termine della prestazione a carico del trustee, non causa del trust.

In questo modo, pur essendo il de cuius morto, vigente la L. 218/95, da cittadino italiano, la giurisdizione sulla vicenda non spetta ai Tribunali italiani, competenti per la materia ereditaria.
È bene notare che, nel caso in analisi, la figlia che si pretende danneg- giata contesti l’accordo di apporzionamento (il deed of agreement) e non invece la qualità di erede della sorella né altro aspetto relativo all’eredità e alla comunione ereditaria. Su tali basi, la giurisdizione del giudice italiano è stata esclusa a favore dell’arbitrato svizzero convenuto nel deed of agreement oggetto della domanda di annul- lamento. La sentenza in commento dimostra come gli strumenti di pianificazione successoria, se ben redatti, costituiscano negozi e posizioni giuridiche la cui disciplina legale è regolata dalle clausole negoziate e non dalle norme di diritto internazionale privato volte a identificare il giudice competente a decidere della validità ed efficacia di tali accordi e strumenti.

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Contributor , Gianmarco Di Stasio
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