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Forfetario per le partite Iva: sì, no, forse forse

Forfetario per le partite Iva: sì, no, forse forse

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Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi

27 Marzo 2019
Tempo di lettura: 2 min
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Fanno discutere le recenti norme approvate dal Parlamento sul regime fiscale agevolato a favore degli autonomi che fatturano fino a 65mila euro. L’eterno pendolo del legislatore

Il forfetario è un regime fiscale a bassa intensità per partite Iva individuali che fatturano fino a 65.000 euro all’anno. Non è proprio una novità: è sempre esistito qualcosa del genere nel nostro ordinamento tributario. Nel 2008 Berlusconi introdusse il regime dei minimi che è il progenitore dell’attuale forfetario. Nel 2015 Renzi varò il forfetario 1.0. Nel 2019 Salvini e Di Maio hanno lanciato il forfetario potenziato, pallida ombra della flat tax immaginata nel Contratto di governo.

Qualcuno ricorda il Contratto di governo? Forse. Ma nessuno ricorda cosa si diceva nel contratto di governo a proposito della flat tax: “In particolare, il nuovo regime fiscale si caratterizza come segue: due aliquote fisse al 15% e al 20% per persone fisiche, partite Iva, imprese e famiglie; per le famiglie è prevista una deduzione fissa di 3.000,00 euro sulla base del reddito familiare”. Allora: di flat tax per persone fisiche, imprese e famiglie non se ne è vista traccia. La flat tax per le partite Iva si è tradotta in un potenziamento del forfetario renziano, ben lontana dalle promesse post elettorali.

Nonostante lo scarso contenuto innovativo, il nuovo forfetario pentastellato è riuscito ad attirarsi un sacco di critiche. Fra i minimi del 2008 e il forfetario del 2019 però la differenza più importante è la soglia di accesso che è passata da 30.000 euro a 65.000 euro. Raddoppia, certo, ma parliamo sempre di cifre ragionevoli. Diciamo inoltre che l’idea bipartisan di non costringere chi fattura cifre contenute a gestire la stessa mole di adempimenti di chi fattura cifre elevate è sacrosanta. Ed infatti è stata sposata da tutti i governi di tutti i colori dal 2008 ad oggi.

Altrettanto degna di considerazione è l’idea di non costringere chi vive di un lavoro da partita Iva, per definizione privo di tutele, a pagare le stesse tasse di chi vive di lavoro dipendente. Difficile non vederela diffusione delle nuove partite Iva come conseguenza della nascita di nuovi lavori (youtuber, ad esempio) e della precarizzazione di quelli vecchi (finte collaborazioni). Non sono certo che la risposta giusta da dare a questi fenomeni sia la leva fiscale, ma almeno una risposta è arrivata. Modesta, inefficiente, ma intanto c’è. Ma allora perché le critiche? Prendiamo uno dei commenti più autorevoli. È proposto da due seri ricercatori di economia, Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi, pubblicato il 5 febbraio dalla voce.it.

La critica fondamentale che viene rivolta al forfetario non è quella che ci si aspetterebbe, che si tratta di una risposta parziale ad una domanda complessa; oppure che la proliferazione delle tasi sanzioni sostitutive toglie uniformità al sistema impositivo. No, la critica è che il forfetario 65k si presta a facili manovre elusive. Ohibò, questa non me l’aspettavo! Vediamo meglio quali sono le manovre elusive.

Per spiegare la loro tesi gli studiosi ipotizzano il caso di una partita Iva che ha un flusso costante di ricavi annui pari a 155.000 euro. Con un fatturato superiore a 65.000 euro la partita Iva in questione non potrebbe beneficiare del nuovo forfetario. Ma se il contribuente riesce a ridurre i ricavi di un anno sotto i 65.000 euro (diciamo a 60.000) e riesce ad aumentare quelli dell’anno
successivo della differenza (95.000 euro), l’anno successivo si trova un reddito di 250.000 tassato al 15%. Per il forfetario infatti il limite di 65.000 euro che vale è quello dell’anno precedente. Nulla da dire: l’esempio sulla carta non fa una grinza.

Peccato che:
■ gli stessi autori ammettono che questo rischio c’eraanche in passato e quindi non è una novità del nuovo forfetario che ha solo il merito/difetto di avere esteso la platea degli eventuali
precari/furbetti;
■ questo rischio si ha anche con i regimi ordinari ad aliquote progressive. Se un anno c’è un picco di ricavi, basta spostare la fatturazione all’anno dopo. Si chiama tax deferral ed è una
tecnica vecchia come mia zia;
■ ogniagevolazione fiscale è un’occasione per fare pianificazione fiscale e questo non è di per sé un male se alla forma corrisponde la sostanza. Se invece qualcuno pensa di alterare la sostanza per dargli una forma di comodo, esistono leggi antielusione e uffici della Agenzia delle entrate ben attrezzati all’uopo.

Ma la domanda che i nostri ricercatori avrebbero dovuto farsi è un’altra: quale partita Iva ha flussi di ricavi costanti e spostabili da un anno all’altro? Chiunque abbia mai vissuto della propria partita Iva sa che i flussi non sono costanti e le possibilità di manovrarli sono minime.

La critica che mi sento difare al forfetario è semmai un’altra. E non riguarda solo il forfetario che di per sé ha più meriti che colpe. Manca da tempo, e non solo in materia fiscale, un pensiero di fondo condiviso sulle scelte sociali da fare. Domina nelle politiche di tutti i governi la prevaricazione del temporaneamente più forte sul temporaneamente più debole che domani sarà il più forte ed eserciterà la sua vendetta. Ieri era il momento dei dipendenti, oggi delle partite iva, domani chissà.

Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi
Partner dello studio legale Orrick e responsabile del Tax Group italiano. Con oltre 25 anni di esperienza nel settore della fiscalità interna ed internazionale, è uno dei più ascoltati specialisti in materia di wealth management: tassazione della famiglia, passaggio generazionale, trust, asset protection, art investment.
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