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Dismissione di opere d'arte: quando non è tassabile

Dismissione di opere d'arte: quando non è tassabile

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Alessandro Montinari
Alessandro Montinari

17 Dicembre 2018
Tempo di lettura: 2 min
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  • L’Agenzia delle Entrate aveva contestato al collezionista un ricavato di più di 600.000 euro nell’arco di cinque anni

  • L’attuale testo unico sulle imposte sui redditi di fatto esclude da tassazione le singole operazioni di dismissione effettuate dai privati

La dismissione di opere d’arte non sempre è tassabile. Vi sono infatti elementi indispensabili di cui tener conto. Lo afferma la Commissione Tributaria Regionale del Piemonte con la sentenza n. 1412 del 2018

La cessione di opere d’arte

Decisiva la durata dell’investimento per non tassare la cessione di opere d’arte.

Il tempo trascorso tra l’acquisto delle opere e la loro cessione, se di lunga durata, è uno dei fattori che determina la non rilevanza reddituale dei proventi derivanti dalla dismissione di quadri e sculture.

Tale conclusione è stata di recente raggiunta da una sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Piemonte – la n. 1412/18 depositata il 18 settembre 2018 – con la quale sono stati annullati gli atti di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di un collezionista che aveva dismesso la propria collezione d’arte per necessità di liquidità.

Una sentenza favorevole al collezionista

La sentenza, che ha confermato quella di primo grado di egual tenore, è particolarmente interessante in quanto interviene su un argomento molto dibattuto tra gli operatori del settore e che ha importanti ricadute sui privati collezionisti e sugli investitori.

L’attuale quadro normativo non prevede una norma che attragga a tassazione la cessione di opere d’arte fatte da privati. Tuttavia se tali operazioni sono fatte con continuità, abitualità e professionalità può configurasi un’attività di impresa fiscalmente rilevante con conseguente tassazione dei ricavi derivanti dall’alienazione dei beni.

La posizione dell’Agenzia delle Entrate

Nel caso esaminato, era stato contestato al collezionista che nell’arco di appena un quinquennio ebbe a ricavare, con la cessione di più opere d’arte una somma superiore ai 600 mila euro. Tali circostanze, secondo l’Erario, erano idonee a far venir meno il concetto di “mera dismissione” a favore dello svolgimento di una attività d’impresa esercitata con continuità, abitualità e professionalità.

La tesi sostenuta dagli accertatori in presenza di operazioni di compravendita di opere d’arte è che solo gli atti isolati di produzione di beni o commercio esulerebbero dall’attività d’impresa, fiscalmente rilevante. Mentre non si può escludere la qualità imprenditoriale di chi svolga un’attività destinata a protrarsi per una durata apprezzabile di tempo e per volumi economici significativi realizzati attraverso l’effettuazione di più operazioni.

Nella situazione in esame il collezionista ha da par suo dimostrato che in relazione alle opere dismesse non vi era una finalità meramente speculativa ma passionale o semplicemente culturale e che tali opere erano state acquistate in un arco temporale di lungo termine. La collezione era stata infatti realizzata nell’arco di quarant’anni e la dismissione era avvenuta soltanto per motivi di necessità economica e non di speculazione. Il tutto è stato debitamente documentato in giudizio con accoglimento della difesa del contribuente e annullamento degli atti di accertamento.

Intento speculativo e tempo

La decisione offre lo spunto per soffermarsi in particolare sugli elementi fiscalmente rilevanti dell’intento speculativo e del tempo intercorso tra l’acquisto e la cessione della collezione.

L’assenza di intento speculativo

In particolare l’assenza di intento speculativo ricorre senza dubbio alcuno, secondo giurisprudenza pronunciatasi in materia, nei casi in cui la cessione abbia ad oggetto opere d’arte ricevute a titolo di liberalità o in eredità. Inoltre, è stato riconosciuto sussistente l’intento “collezionistico” non lucrativo negli scambi effettuati tra collezionisti privati, ove gli atti di compravendita erano unicamente volti ad accrescere una collezione. Nei casi invece di acquisti a titolo oneroso diversi dai precedenti occorre effettuare delle valutazioni caso per caso in cui rilevano le ragioni della dismissione, il prezzo di vendita rispetto a quello di acquisto, il profilo del venditore e quello dell’acquirente e altre variabili ancora.

La durata dell’impiego

Relativamente poi al secondo elemento, ovvero la durata dell’impiego, occorre considerare che prima dell’introduzione dell’attuale Testo Unico delle imposte sui redditi vi era uno specifico riferimento alla  tassazione dei redditi derivanti dalla compravendita di opere d’arte al di fuori dell’attività di impresa, contenuto nell’art. 76 del  D.P.R.  n.  597/1973 il quale assoggettava a tassazione tutte “Le plusvalenze conseguite  mediante  operazioni  poste  in essere con fini speculativi e non rientranti fra i redditi d’impresa”.

La norma specificava  poi  alcuni  criteri  per  l’individuazione dell’intento speculativo prevedendo che si consideravano in ogni caso fatti con fini speculativi, senza possibilità di prova contraria l’acquisto e la vendita di oggetti d’arte, di antiquariato o in genere da collezione, se il periodo di tempo intercorrente tra l’acquisto e la vendita non è superiore a due anni”. Tale norma non è stata però riproposta nell’attuale testo unico sulle imposte sui redditi. Diversamente per gli immobili il legislatore ha fissato in almeno cinque anni il periodo di possesso minimo che esonera da tassazione…

Alessandro Montinari
Alessandro Montinari
Specializzato in diritto tributario presso la Business School de Il Sole 24 ore e poi in diritto e fiscalità dell’arte, dal 2004 è iscritto all’Albo degli Avvocati di Milano ed è abilitato alla difesa in Corte di Cassazione. La sua attività si incentra prevalentemente sulla consulenza giuridica e fiscale applicata all’impiego del capitale, agli investimenti e al business. Collabora da più di un decennio con uno studio boutique del centro di Milano.
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