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Cassette di sicurezza: un tesoro da tassare

Cassette di sicurezza: un tesoro da tassare

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Alessandro Montinari
Alessandro Montinari

12 Giugno 2019
Tempo di lettura: 3 min
Tempo di lettura: 3 min
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  • La regolarizzazione avverrebbe mediante il pagamento di una aliquota fissa del 15% sul valore del contante dichiarato. Non è invece chiaro se si prevedono anche sanzioni e se sì in che misura

  • La soluzione proposta tecnicamente non è semplice perché le norme sull’antiriciclaggio rappresentano un ostacolo importante. Si tratta infatti di redditi che in gran parte derivano dalla commissione di reati tributari o criminali

  • Per l’Italia, il problema riguarda in particolare il passato e cioè far emergere quanto già occultato. Di sicuro gli accordi internazionali di cooperazione e sullo scambio di informazioni tra le agenzie fiscali stanno modificando le abitudini degli italiani, che ora non possono più sfruttare i canali storici del segreto bancario

Era il 2013 quando la Banca d’Italia metteva in atto un provvedimento di verifica sulle cassette di sicurezza ai fini dell’antiriciclaggio. Oggi, i contanti in esse contenuti, pari a 200 miliardi, potrebbero fruttare allo Stato 30 miliardi di gettito

La proposta di tassazione delle cassette di sicurezza, poi configurata come una nuova “pace fiscale”, deve essere letta come un tentativo di far emergere i redditi non dichiarati degli italiani. Stiamo parlando di una somma che si aggira sui 200 miliardi di Euro secondo una stima fatta qualche tempo fa dal Procuratore capo di Milano. La regolarizzazione avverrebbe mediante il pagamento di una aliquota fissa del 15% sul valore del contante dichiarato. Non è invece chiaro se si prevedono anche sanzioni e se sì in che misura. Il sistema potrebbe portare alle casse dello Stato entrate straordinarie e rimettere in circolazione denaro attualmente fermo nelle cassette di sicurezza. Se ne era già parlato in occasione di una precedente sanatoria fiscale (voluntary disclosure) ma poi la disposizione è stata stralciata.

Cassette di sicurezza, una questione ormai annosa

Nella precedente proposta si era prevista inizialmente una flat tax del 35% poi sostituita dalle aliquote per scaglioni Irpef e poi cancellata del tutto. Venendo ai tempi recenti, a fine 2018 è stato fatto un ulteriore tentativo per inserire nel Decreto sulla “pace fiscale” una forma dichiarazione integrativa speciale anche per i redditi non dichiarati. Ma in questo caso la proposta è naufragata nelle fasi che hanno preceduto l’approvazione definitiva del Decreto.

Al di là del dibattito politico che sarà oggi sicuramente acceso, la soluzione proposta tecnicamente non è semplice perché le norme sull’antiriciclaggio rappresentano un ostacolo importante. Si tratta infatti di redditi che in gran parte derivano dalla commissione di reati tributari o criminali (non solo evasione fiscale ma anche riciclaggio). Il rischio in tal senso è ancora più alto se si considera il problema delle organizzazioni criminali che potrebbero sfruttare questo beneficio per mettere in circolazione denaro “sporco”.

Una strada per l’emersione del sommerso

Quella delle cassette di sicurezza non è comunque l’unica strada per l’emersione del sommerso. Il dibattito è da tempo aperto sul tema. In Europa si sta spingendo sempre più sull’utilizzo di strumenti di pagamento alternativi al contante (in particolare in Svezia dove si parla di eliminarlo completamente a partire dal 2023); pensiamo poi alla riduzione dell’imposizione in modo da portare la pressione fiscale ad una soglia più equa affinché si paghi “meno e tutti” o ancora all’inserimento di deduzioni e detrazioni fiscali per tutte le spese oggi escluse come avviene negli Stati Uniti.

Ma il problema per l’Italia riguarda in particolare il passato e cioè far emergere quanto già occultato. Di sicuro gli accordi internazionali di cooperazione e sullo scambio di informazioni tra le agenzie fiscali stanno modificando le abitudini degli italiani che ora non possono più sfruttare i canali storici del segreto bancario (Svizzera, Monaco, Cayman, Lussemburgo etc.) e che devono inserire nel quadro RW della dichiarazione fiscale le attività detenute all’estero. Inoltre la “collaborazione volontaria” nelle ultime edizioni ha favorito il rientro di somme detenute all’estero prima non dichiarate. Ma per il denaro già presente in Italia la strada è come detto in salita.

In conclusione si tratta di una iniziativa comprensibile ma che chiederà ingenti sforzi per essere realizzata. L’alternativa è il temuto aumento delle imposte sul dichiarato.

Alessandro Montinari
Alessandro Montinari
Specializzato in diritto tributario presso la Business School de Il Sole 24 ore e poi in diritto e fiscalità dell’arte, dal 2004 è iscritto all’Albo degli Avvocati di Milano ed è abilitato alla difesa in Corte di Cassazione. La sua attività si incentra prevalentemente sulla consulenza giuridica e fiscale applicata all’impiego del capitale, agli investimenti e al business. Collabora da più di un decennio con uno studio boutique del centro di Milano.
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