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2020: fine dell'evasione fiscale dice Di Maio

2020: fine dell'evasione fiscale dice Di Maio

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Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi

21 Giugno 2019
Tempo di lettura: 2 min
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Quando i vincoli alle finanze pubbliche diventano stringenti la risposta della politica è sempre la stessa: “daremo la caccia a chi non paga le tasse” – spesso però sono soltanto annunci senza seguito

Già si parla di legge di bilancio 2020 ed il balletto dei nu- meri è cominciato. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha ricordato in aprile che le risorse da reperire per garantire la discesa progressiva del disavanzo programmata nel Def dovrebbero essere pari a circa 25 miliardi nel 2020, che salirebbero a circa 36 miliardi nel 2021 per raggiungere circa 45 miliardi nel 2022. Quando il gioco si fa duro, la politica ha una risposta sempre pronta: lotta all’evasione fiscale. I risultati finora ottenuti inducono a un certo, fondato scetticismo, ma diamo credito ai nostri nuovi governanti e proviamo ad orientarci in qualche cifra che aiuti a capire la dimensione del nostro Moloch fiscale.

Tre documenti ci vengono in aiuto: la relazione sul bilancio dello Stato 2017 della Corte dei Conti, il bilancio 2017 della Agenzia delle entrate e il rapporto del Mef sull’evasione fiscale, pubblicato nel settembre 2017. La Corte dei Conti ci dice che le entrate tributarie del 2017 sono state pari a 488 miliardi di euro, in leggera crescita rispetto agli anni precedenti. L’evasione complessiva è stimata dal MEF in misura pari a circa 100 miliardi di euro l’anno, costante nel tempo. L’evasione fiscale accertata e incassata dalla Agenzia delle entrate è mediamente pari a circa 8 miliardi di euro ogni anno. L’Agenzia delle entrate costa ogni anno circa 3,5 miliardi di euro e quindi l’incasso netto per lo Stato è di 4,5 miliardi di euro. È vero che l’Agenzia non fa solo recupero dell’evasione fiscale, ma per ora accontentiamoci di questa semplificazione e proviamo a tirare le somme. Il rapporto fra l’evasione che sfugge ai controlli della Agenzia delle entrate (100 – 8 = 92 miliardi di euro) e le entrate tributarie complessive del 2017 (488 miliardi di euro) è pari al 19% (92/488). La Corte dei conti sostiene che i controlli della Agenzia non sono un deterrente sufficiente a scoraggiare l’evasione fiscale. Secondo la Corte, i controlli annuali riguardano solo il 2,6% dei contribuenti.

Il Mef ci ricorda che due terzi dei contribuenti non hanno propensione alla evasione fiscale e solo un terzo è incline a questa pratica. Il rischio di un controllo fiscale allora sale dal 2,6% al 8% (2,6/33). Sempreché l’Agenzia delle entrate getti le sue reti nel terzo di contribuenti che evade e non vada a pescare fra i due terzi onesti. Anche in questo caso, si tratta di una verifica ogni 12 anni (8/100). Obiettivamente non è granché. Nessuno dice, però che strada seguire per aumentare la performance. A giudicare da quello che la stessa Corte di Conti dice, sembrerebbe tuttavia che aumentare i controlli non sia decisivo. Negli ultimi anni i controlli fiscali sono aumentati, ma il valore dell’evasione fiscale è rimasto stabile. Il livello di evasione appare sostanzialmente indifferente alle diverse tecniche di accertamento fiscale di volta in volta adottate dalla Agenzia delle entrate: spesometri, redditometri, split payment, fatturazione elettronica servono a contenere l’evasione, ma non la fanno diminuire. Se così è, l’idea dei nostri governanti di fare cassa rapidamente attraverso interventi ad hoc da approntare con la legge di bilancio 2020 pare destinata a fallire. Come sono fallite tutte le precedenti leggi di bilancio che si sono prefisse di colpire l’evasione fiscale, sostituendo il redditometro con lo spesometro o spostando i controlli da questo a quel territorio o settore economico.

Certo, passare da un controllo ogni dodici anni di media, come succede oggi, ad uno ogni sei anni, male non farebbe, ma per farlo forse non c’è bisogno di raddoppiare il numero dei dipendenti dell’Agenzia delle entrate. Chi evade in modo sistematico e per importi significativi ha comportamenti bancari, finanziari, personali diversi da chi non lo fa. Oggi i comportamenti privati lasciano tracce informatiche ovunque. Perché allora non profilare i comportamenti dei potenziali evasori e cercare queste tracce nell’enorme mole di dati dei quali l’Agenzia delle entrate dispone? Lo stesso dicasi per l’evasione delle multinazionali, alla Kering, per intenderci: le grandi organizzazioni seminano tracce informatiche come Pollicino seminava pezzetti di pane nel bosco. Basta saperle seguire. Sarebbe interessante sapere quanti laureati in ingegneria lavorano per l’Agenzia e il MEF. Temo molto pochi a giudicare dai bandi di concorso. Se si assumessero un po’ di giovani laureati in ingegneria, più appassionati di algoritmi che di iper ammortamenti, si potrebbero scoprire cose interessanti senza dover mobilitare legioni di finanzieri e costringere milioni di persone ad adempimenti inutili.Una convenzione fra Agenzia delle entrate e i nostri Politecnici potrebbe essere una strada promettente.Chiunque però capisce che si tratterebbe di un lavoro sotterraneo lungo e faticoso. Richiederebbe un cambio di mentalità da parte della Agenzia e del Mef che si dovrebbe riflettere in un cambio di modello organizzativo e di struttura del personale. Immaginare di far fare tutto questo nell’arco di un anno ad un ente come l’Agenzia delle entrate che in 15 anni non è stata in grado di bandire un concorso valido per la nomina dei dirigenti suona un po’ utopistico. E nel frattempo? Nel frattempo prepariamoci al solito teatrino di fine anno, fatto di una spruzzata di aumenti fiscali e una dose di favoritismi pre elettorali.

Alessandro Mainardi
Alessandro Mainardi
Partner dello studio legale Orrick e responsabile del Tax Group italiano. Con oltre 25 anni di esperienza nel settore della fiscalità interna ed internazionale, è uno dei più ascoltati specialisti in materia di wealth management: tassazione della famiglia, passaggio generazionale, trust, asset protection, art investment.
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