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Trust e passaggio generazionale un binomio vincente

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

17 Ottobre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il trust permette di gestire il passaggio generazionale in modo ottimale, mettendo al riparo la società di famiglia da future liti interne

  • Gestire il passaggio generazionale è importante dato che solo nel 33% dei casi la prima generazione di eredi riesce a portare avanti la società di famiglia. Percentuale che scende al 15% quando si tratta di seconda o terza generazione

Come evitare che la società di famiglia sia compromessa alla morte del fondatore? Come organizzare un passaggio generazionale ottimale? Di questi e altri temi si è discusso durante l’evento: “Il trust per l’impresa e il sociale” organizzato dall’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili di Milano

Il fondatore può evitare che la società di famiglia possa essere danneggiata da liti interne istituendo un trust per gestire il passaggio generazionale. Questo il focus dell’evento “Il trust per l’impresa e il sociale” organizzato dall’Ordine  dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Milano.

Il trust può dunque “sconfiggere” le statistiche, secondo le quali solo il 33% delle piccole e medie imprese riescono a portare a termine il primo passaggio generazionale. La percentuale si riduce al 15% quando si cerca di far subentrare nell’azienda di famiglia la seconda o la terza generazione. Non è infatti difficile pensare che andando avanti nel tempo ci siano sempre più eredi che vorranno entrare a far parte della società di famiglia. Il trust, se strutturato nella maniera più idonea, può dunque cercare di gestire i diversi passaggi generazionali. Questo strumento fiscale può infatti mettere al riparo la società da possibili liti famigliari che la danneggerebbero, garantendo allo stesso tempo il passaggio generazionale.

Antonio Privera, notaio di Milano, ha spiegato come gli fosse capitato un cliente che gli chiedeva esplicitamente di assegnare l’impresa di famiglia solo alla seconda moglie e ai figli di secondo letto. L’uso del testamento non avrebbe messo al riparo l’azienda da future liti famigliari e dunque gli è stato consigliato l’uso del trust. Il trust viene dunque presentato come la soluzione più ideale, perché garantisce la presenza del trustee, un soggetto terzo agli eredi. Il trustee risulta dunque essere fondamentale (in questo caso) perché né la moglie di primo letto con i figli annessi, né quella di secondo letto con i secondi figli hanno le capacità manageriali per gestire la società. In questo caso il trust è dunque servito a gestire il passaggio generazionale in modo ottimale ed a tutelare la società di famiglia.

Usare il trust per gestire il passaggio generazionale può dunque evitare problemi per le seconde e terze generazioni. Non sono infatti rari i casi di piccole e medie imprese italiane che vengono distrutte dagli eredi di seconda o terza generazione perché non in grado di spartirsi la società. Edoardo Rinaldi, notaio di Milano ha spiegato come il trust consente dunque l’unificazione delle partecipazioni, una politica di governance complessa, e permette di rinviare la scelta del destinatario ultimo delle partecipazioni, dato che subentra il trustee, come soggetto terzo agli eredi.

Attenzione però perché il trust può venire in soccorso anche dei casi più complessi. E infatti possibile usare contemporaneamente lo strumento del trust e lo statuto sociale, per gestire il passaggio generazionale. Alberto Lupoi, avvocato di Milano e professore associato di diritto bancario e del marcato finanziario dell’Università degli studi di Padova, ha infatti spiegato come l’integrazione fra statuto sociale e atto istitutivo di un trust sia possibile all’interno di un passaggio generazionale.

Ma come potrebbe avvenire questa unione?

Prendiamo il caso di un cliente che ha individuato un figlio e vorrebbe che fosse lui a gestire la società alla sua morte. Al tempo stesso però il cliente non vuole concedere il controllo esclusivo dell’azienda ad un unico figlio, dato che ha anche altri discendenti che vorrebbe coinvolgere nell’attività famigliare. Inoltre, i dividendi non dovranno essere incassati dagli eredi, ma da un terzo, che abbia il potere di gestirli e di suddividerli tra i figli. Il cliente vorrebbe inoltre che il terzo soggetto dia una quota maggiore dei dividendi al figlio-amministratore, dato che è quello che sta producendo indirettamente i dividenti. Inoltre, si vorrebbe che se le cose cambiassero nel tempo, lo statuto sociale potesse essere modificato dal terzo soggetto estraneo alla famiglia. Il trust può dunque rispondere a tutte le esigenze del cliente.

Ma come?

In primis il figlio può essere nominato amministratore unico della società di famiglia. Gli altri figli, per rispettare la volontà del cliente, potrebbero dunque nominare il collegio sindacale e dunque avere il controllo sulla gestione. Per risolvere la questione dividendi si ricorre al trustee, attribuendogli un diritto particolare. Ogni volta che ci saranno gli utili il trustee potrà dunque chiedere di ottenerli per poi procedere alla distribuzione secondo le volontà del padre. Per quanto riguarda la modifica allo statuto, il trustee sarà legittimato a cambiarlo, solo dopo aver ottenuto il consenso da parte del guardiano del trust. Questo sarà a sua volta nominato da tutti gli eredi. Il ruolo del guardiano è dunque quello di controllare l’attività del trustee.

Usando dunque il trust e la modifica dello statuto è stato possibile garantire un passaggio generazionale ottimale, senza compromettere la società.

Giorgia Pacione Di Bello
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