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Sotto la lente i trasferimenti di ricchezza a titolo liberale

Sotto la lente i trasferimenti di ricchezza a titolo liberale

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Contributor
Contributor, Stefano Loconte

27 Dicembre 2018
Tempo di lettura: 5 min
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In discussione quegli atti privi di requisiti formali e che si configurano a tutti gli effetti come donazioni indirette a vantaggio di propri familiari. Abbiamo provato ad osservare l’ampia casistica insieme a Stefano Loconte dello Studio legale Loconte&partners

 

Alberto, facoltoso architetto di 60 anni, ha appena ristrutturato la casa in cui vive sua figlia Paola, in vista dell’arrivo del suo primo nipote, pagando personalmente la ditta di costruzioni. 
Al suo secondo figlio Giorgio, studente di economia a Bologna, ha ben pensato di comperare un immobile, intestandolo a lui direttamente, piuttosto che corrispondergli una rendita mensile per far fronte alle spese del fitto. Ciò che Alberto vuole è che ai suoi figli non manchi nulla. Se però avesse dovuto seguire le forme che la legge richiede per manifestare giuridicamente le sue intenzioni, avrebbe dovuto, per ognuna delle attività descritte, rispettare delle formalità solenni che il codice civile impone, a pena di nullità, per gli atti di donazione. 
A questo punto è lecito chiedersi: posto che le attività di Alberto hanno determinato gli stessi effetti economici della donazione “tipica”, ma che non sono state rispettate le previste formalità, siamo in presenza di un atto di giuridicamente valido?
 Il tema, è quello di stabilire il confine e gli effetti di quegli atti definiti “liberalità indirette” (o donazioni indirette), che pur determinando un depauperamento del patrimonio di un soggetto senza che a questi venga corrisposto nulla in cambio, vengono eseguiti, nel quotidiano, con forme diverse dalle donazioni ma alle quali si applicano però le medesime regole sostanziali previste dal codice civile.

Tale aspetto, a ben vedere, è decisivo per definire la stabilità di quelle operazioni di trasferimento di ricchezza eseguite con il solo animus donandi, carenti dello schema formale tipico della donazione (la cui inosservanza comporta la nullità), a cui si sostituisce la semplice osservanza delle forme prescritte per il negozio utilizzato per realizzare lo scopo di liberalità.

Difatti, caratteristica delle donazioni indirette è che attraverso un c.d. “negozio mezzo” (il contratto di appalto con la ditta di costruzioni, l’atto di compravendita dell’immobile, i cui cor- rispettivi vengono erogati dal soggetto donante) si arriva allo stesso risultato economico c.d. “negozio fine” (arricchimento del beneficiario e diminuzione del patrimonio del soggetto disponente, che si avrebbe stipulando un atto di donazione tipico).

Il nostro legislatore ha ritenuto di dover dettare una previsione specifica, all’articolo 809 del c.c., per stabilire espressamente che per le liberalità indirette trovino applicazione le stesse regole sostanziali previste per la donazione, per cui medesima applicazione, ad esempio, trovano le norme in tema di rispetto della quota di legittima, di cui ogni erede, negli esempi sopra descritti, potrebbe lamentarsi in caso di lesione, in ragione della diversa consistenza economica degli interventi eseguiti dal donante in favore dei donatari (acquisto dell’appartamento di un figlio contro ristrutturazione della casa di un altro). Trovano inoltre applicazione anche le regole previste per la collazione, istituto che, considerando la donazione una sorta di “anticipo sull’eredità”, tiene conto del patrimonio del de cuius al momento del decesso, a cui si sommano le donazioni – comprese quelle indirette – effettuate in vita ai fini della determinazione della massa ereditaria. Una linea di demarcazione più precisa tra donazione diretta e liberalità indirette, è stata tracciata da un importante contributo offerto dalle le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 18725/2017. La Suprema Corte effettua un preciso “catalogo”, prendendo spunto dalle ipotesi più significative che hanno investito l’analisi della giurisprudenza, che consente di definire la casistica delle liberalità indirette tra cui rientrano: il contratto in favore di terzo (nell’esempio, l’accordo per la ristrutturazione di un immobile, e quindi il contratto di appalto -negozio giuridico a causa specifica- stipulato dal disponente senza che la proprietaria dell’immobile ristrutturato -beneficiaria- debba versare all’appaltatore alcun corrispettivo); costituisce liberalità indiretta anche la cointestazione di somme di danaro, buoni postali, pagamento di una obbligazione altrui, la vendita c.d. “a prezzo irrisorio” e non da ultimo, nonché molto frequente nella prassi, l’intestazione di beni a nome altrui (nell’esempio, far acquistare al beneficiario la proprietà di un immobile, nel quale la dazione del denaro dal padre al figlio ha un valore meramente strumentale).

La casistica, come si può immaginare, è molto ampia, e la prassi ha dimostrato come possa investire anche ipotesi più complesse che coinvolgono la realtà societaria (si pensi al caso di una società a conduzione familiare, in cui l’aumento del capitale viene sottoscritto e liberato dal figlio che però acquisisce una quota di valore maggiore rispetto al versamento effettuato).

Di tali atti, che determinano gli stessi effetti civilistici delle donazioni tipiche, è emersa la loro rilevanza soprattutto ai fini tributari. Sul punto non sussistono dubbi da parte dell’Agen- zia delle Entrate (circolare 30/E del 2015) che ritiene tassabili secondo le disposizioni del Testo Unico dell’imposta di Successione e Donazione ( D.Lgs. 31 ottobre 1990 n. 346 “TUSD”) anche le liberalità indirette.

Vi sono tuttavia casi frequenti in cui la donazione indiretta è esentata dall’applicazione dell’imposta sulle donazioni: non solo con riferimento alle liberalità usuali che esprimono l’ordinaria solidarietà familiare o alle donazioni di modico valore (rispettivamente previste all’art. 783 e 742 del codice civile). Ci si riferisce in particolare alle frequenti ipotesi di liberalità indiretta legata ad atti di trasferimento di diritti immobiliari. E’ interessante notare che l’articolo 1, comma 4-bis del TUSD, ritiene esente da imposta la donazione indiretta espressamente menzionata nel contratto di compravendita cui la liberalità in- diretta è collegata, in ragione della alternatività tra la tassazione di registro o Iva e la tassazione della donazione. Soluzione quindi che facilita una pratica che sovente si riscontra, e che tramite un atto in cui intervengono il soggetto alienante, figlio acquirente, e padre donante, viene dichiarata e comprovata la provenienza (donativa) della provvista, con conseguente applicazione della sola imposta di registro (escludendo l’imposta di donazione e facendo altresì salve le franchigie).

Tuttavia, anche se le liberalità indirette rientrano nei presupposti applicativi della tassazione delle donazioni, sono rari i casi di effettiva imposizione delle stesse, trattandosi non già di contratti scritti, bensì di comportamenti materiali, per i quali non è previsto l’obbligo di registrazione.

Si richiede quindi una espressa dichiarazione delle parti (una registrazione volontaria) delle donazioni indirette, le quali potranno essere regolarizzate mediante il calcolo ed il versamento delle imposte, in base all’applicazione delle aliquote e delle franchigie previste, e che variano a seconda del rapporto di parentela tra donante e donatario.

Opzione senza dubbio da raccomandare, se si considera il ben più gravoso caso in cui la liberalità indiretta emerga nell’ambito di un’attività di accertamento da parte dell’Ufficio, alla quale consegue l’applicazione dell’aliquota dell’8% e senza il beneficio delle franchigie (indipendentemente dai rapporti parentali).

Contributor
Contributor , Stefano Loconte
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