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Passaggi generazionali, in Italia è più difficile rispetto all'estero

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

25 Settembre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • In Italia il passaggio generazione non è sempre dei più semplici. Solo nel 18% dei casi si arriva alla terza generazione

  • All’estero i passaggi generazionali hanno più successo, perchè non c’è il timore di affidare la società ad un manager che non appartenga alla famiglia

Ogni anno passa di mano il controllo di 2 milioni e mezzo di imprese. Claudio De Vecchi (Università Cattolica) ne tratteggia la casistica ed i principali pericoli da evitare

Ogni anno in Italia passa di mano il controllo di due milioni e mezzo di imprese con un fatturato tra un milione e un miliardo di euro l’anno. È come se un intero distretto industriale cambiasse improvvisamente padrone ma – è questa la particolarità – all’interno della stessa famiglia. E’ il fisiologico passaggio generazionale dal padre – spesso il fondatore di un’azienda – ai suoi eredi, ciò che espone l’impresa ad uno scossone talvolta salutare ma spesso traumatico. A descriverne rischi e potenzialità è Claudio Devecchi, docente di strategia e politica aziendale dell’Università Cattolica di Milano nonché amministratore del Cerif, centro di ricerca sulle imprese di famiglia.

Il passaggio generazionale per un paese come l’Italia, dove il 70% delle aziende è costituito da piccole e medie imprese (Pmi), è – spiega – di fondamentale importanza per la sopravvivenza del tessuto economico. Non sempre risulta però semplice tramandare da padre in figlio l’esperienza imprenditoriale.  A testimoniarlo sono i dati: solo il 18% dei passaggi generazionali arriva alla
terza generazione. Nei casi restanti la società viene svenduta o fallisce. Sulla base dell’esperienza accumulata sul campo Devecchi suddivide le possibili vie di uscita in quattro tipologie: il tira e molla, il traumatico, il dinamico e l’intelligente.

Il “tira e molla” è il passaggio generazionale che dura tanto. L’imprenditore a capo della società non lascia mai del tutto le redini al figlio e dunque continua ad intromettersi negli affari della società. Si parla di passaggio traumatico quando invece il fondatore muore all’improvviso, lasciando gli eredi impreparati a succedergli. Il passaggio dinamico avviene invece quando l’imprenditore mette alla prova il figlio, fuori dalla società. Se si dovesse, dunque dimostrare all’altezza, il padre lascerà il comando all’erede. Infine, l’ultimo caso è quello intelligente. L’imprenditore programma per tempo la sua uscita, cercando di preparare il figlio a sostituirlo. Il passaggio generazione risulta essere più difficile per le piccole imprese. Più le società sono grandi e strutturate più il passaggio risulta invece essere meno traumatico. L’erede dovrà infatti andare sostituire il padre nel ruolo dell’amministratore delegato. Si andrà dunque ad occupare della strategia della società, lasciando il lavoro operativo a chi l’ha sempre fatto: il manager.

Gli ostacoli al passaggio generazionale

Gli ostacoli che si incontrano sulla strada del passaggio generazionale sono di quattro tipi. Nel primo caso l’argomento diventa un tabù, impossibile da affrontare. Questo caso si verifica
quando l’imprenditore (e fondatore) della società, nonostante l’età avanzata, continua a recarsi in azienda, senza delegare qualche potere al figlio. Nel secondo caso l’imprenditore è
restio a lasciare la società nelle mani dell’erede perché non ha hobby. L’unica ragione di vita è l’azienda e lasciarla creerebbe un vuoto incolmabile. Al terzo posto c’è il timore di dipendere
economicamente da una società guidata dal figlio. E infine si ha paura di perdere lo status sociale di imprenditore. Queste quattro casistiche rendono dunque il passaggio generazionale
difficile e maggiormente esposto al rischio del fallimento. Un aspetto che molto spesso non viene preso in considerazione dal padre sono le inclinazioni naturali dei figli. Se infatti non ci si prende del tempo per scoprire se il figlio ha la stessa attitudine imprenditoriale o se ha effettivamente la voglia di prendere in mano le redini dell’azienda, si rischia di lasciare la società nelle mani sbagliate.

Questo problema all’estero si presente in percentuale minore. Nei paesi scandinavi, per esempio, le Pmi non soffrono dei passaggi generazionali così come in Italia. Questo perché nel nord Europa le redini della società vengono date a chi risulta essere più meritevole. Se dunque l’imprenditore ha un figlio che lavora nella società, ma non dimostra di essere all’altezza di ricoprire il ruolo del padre, la società verrà affidata ad un altro soggetto dell’azienda più meritevole. Nel caso in cui non ci sia invece questa figura all’interno della Pmi, nei paesi scandinavi, si ricorre senza problemi ad un manager esterno. Operazione che in Italia diventa impossibile.

Nel Bel paese infatti la figura del manager non è ben accettata dalle piccole e medie imprese. La maggior parte degli imprenditori preferisce infatti che la figura del manager sia ricoperta da una persona della famiglia piuttosto che da un estraneo. Questo perché il fondatore della Pmi italiana ha difficoltà a delegare i compiti. Dall’amministrazione, alla produzione è sempre lui ad essere presente in ogni singolo passaggio. Questa dimensione mal si concilia con la figura del manager. Ci sono stati casi di Pmi che hanno provato ad assumere manager, ma il rapporto di lavoro si è concluso con il pagamento di 500/600 mila euro al manager neo assunto. Il problema che si è verificato ogni volta è “la disponibilità a una delega effettiva”. Al manager veniva infatti data una “finta” libertà di azione, ma nella pratica tutte le decisioni prese da quest’ultimo erano contraddette dall’imprenditore. Questo porta le Pmi ad escludere sistematicamente, dal passaggio generazionale, la presenza di un manager a capo dell’azienda. Dalle ultime ricerche emerge come i passaggi generazionali si stanno sempre più tingendo di rosa, assorbendo un carattere tecnologico. Secondo Devecchi nel 25% dei casi sono le figlie a sostituire il padre imprenditore. Un numero in netta crescita rispetto al passato, quando le eredi venivano inserite nel ramo dell’amministrazione o del marketing della società di famiglia. Inoltre, la tecnologia sta accelerando molti passaggi generazionali. Se infatti il figlio riesce a dimostrare al padre che con la Big data analytics si possono aumentare i profitti dell’azienda, questo e sempre più tentato a lasciare le redini all’erede.

Giorgia Pacione Di Bello
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