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Italia – Svizzera, il fisco è alle porte

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

20 Dicembre 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • Cosa fare nel caso in cui la banca svizzera vi comunichi che gli hanno chiesto i vostri dati bancari dall’Italia?

  • E’ meglio fare il ravvedimento e saldare la posizione pendente o aspettare che l’Agenzia delle entrate bussi alla porta?

Avere un conto corrente in Svizzera non è sinonimo di evasione fiscale. Bisogna però fare attenzione a dichiarare tutto nel quadro RW del 730. Il dato dei 200 mila possibili evasori italiani, ripreso da più giornali, potrebbe essere fuorviante

Svizzera e Italia un rapporto non sempre capito dal punto di vista fiscale. E’ infatti quasi un automatismo pensare che se si abbia un conto corrente nella Confederazione elvetica si sia un evasore. Ma non è così. Si possono avere conti correnti all’estero e non essere classificati come evasori fiscali. “È importante sgombrare il campo da equivoci: detenere un conto corrente all’estero è perfettamente lecito, può trovare numerose e valide giustificazioni in tema di protezione patrimoniale, passaggio generazionale e ottimizzazione finanziaria. Occorre però che tale scelta venga adottata nella consapevolezza e nel rispetto della normativa tributaria”  spiega Alberto Sandalo, avvocato di Dla Piper.

Avere attività all’estero come i conti correnti, i depositi di titoli, ma anche, le opere d’arte o i gioielli non può più essere nascosto agli occhi del fisco. “È necessario, infatti, rispettare l’obbligo di compilare annualmente il quadro RW della dichiarazione dei redditi, dove indicare la tipologia di attività detenuta all’estero, il numero dei giorni di possesso nel corso dell’anno e il valore economico della stessa. Non va inoltre dimenticato che, nonostante l’Italia non conosca un’imposta generale sul patrimonio, esistono molte “mini-patrimoniali” di settore. Tra queste, l’Ivafe, vale a dire l’imposta pari al 2 per mille sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero, e l’Ivie, che colpisce, invece, gli immobili esteri” sottolinea Sandalo.

Per i paesi che sono inseriti all’interno della blacklist fiscale italiana, nei quali si trova anche la Svizzera non compilare il quadro RW significa esporsi a una serie di rischi, “tra i quali sanzioni dal 6 al 30% degli importi non dichiarati, il rischio di vedersi contestare dall’Amministrazione che gli importi fatti transitare all’estero sono originati da evasione, e il raddoppio dei termini dei termini di accertamento” conclude Sandalo.

E dunque per essere sempre nel perimetro della legalità si deve sempre dichiarare tutto all’Agenzia delle entrate italiana, e più nel dettaglio nel quadro RW presente sul 730.

Nel caso specifico della Svizzera dal 2017 è partito lo scambio automatico di informazioni fiscali. E dunque le varie banche della Confederazione devono trasmettere: codice fiscale, conto e importo, all’Amministrazione finanziaria Svizzera che a sua volta scambierà le informazioni con l’Agenzia delle entrate italiane. Sarà poi compito di questa verificare se i cittadini italiani con conto in Svizzera hanno dichiarato oppure no. Dal 2017 in poi chiunque apra un conto corrente nella Confederazione non può scampare alla segnalazione automatica. Il problema con la Svizzera nasce per tutti i conti correnti che c’erano prima del 2015. Il 23 febbraio 2015 l’Italia e la Confederazione elvetica hanno infatti firmato il protocollo che prevede lo scambio di informazioni su richiesta, secondo lo standard Ocse, per porre fine al segreto bancario. E dunque sono iniziate ad arrivare alla Svizzera domande raggruppate su diversi contribuenti italiani (alcune respinte perché mal argomentate. E altre accettate). Il periodo in esame oscilla però dal 23 febbraio 2015 al 31 dicembre 2016 (prima non c’erano basi giuridiche sui cui operare, e dunque se si fosse chiuso il c/c prima del 2015 si è scampati all’Agenzia delle entrate). Ed è proprio su questa scia che si stanno inserendo gli ultimi controlli recentemente annunciati da ItaliaOggi. Francesco Baccaglini, responsabile del settore tax di Albacore Sa, sottolinea però come le richieste di gruppo “vanno a colpire soggetti limitati”. Si parla dunque di contribuenti accuratamente selezionati e su cui l’Agenzia delle entrate nutriva dei dubbi per gli anni in questione. Il numero riportato come 200 mila possibili evasori italiani, deve essere dunque ridimensionato. Si deve infatti partire dal presupposto che quando si apre un conto corrente (anche in Svizzera) si possono avere diverse valute (dollaro, oro, ecc). In media una sola persona può avere anche sei conti correnti perché appunti uno è in dollari, uno in franchi, uno in oro, in sterline e così via. I presunti 200 mila evasori devono dunque essere più che dimezzati. Da sottolineare inoltre come sono esclusi anche tutti i contribuenti italiani che negli anni passati hanno aderito spontaneamente alla voluntary disclosure.

Come mettersi in regola con il fisco

Nel caso in cui si abbia un conto corrente in Svizzera, mai dichiarato, cosa fare?

Baccaglini spiega come ci siano due strade da seguire una volta che si riceve la lettera da parte della banca svizzera che comunica come gli siano stati richiesti i dati:

  1. Procedere con il ravvedimento. E dunque si andranno a presentare le dichiarazioni non fatte per tutti gli anni in cui si è avuto un conto in Svizzera. Su queste verranno applicate delle sanzioni ridotte da 1/6 a 1/9.
  2. Aspettare che l’Agenzia delle entrate si faccia viva. Questa opzione potrebbe convenire, grazie al calcolo del cumulo giuridico. L’Amministrazione fa infatti pagare al contribuente sanzioni cumulative per tutti gli anni di non dichiarazione. Alle volta questa sanzioni potrebbero essere inferiori rispetto a quelle del ravvedimento.

Infine, c’è anche l’ipotesi di opposizione. Il contribuente, avvisato dalla banca elvetica, può decidere di opporsi allo scambio di informazioni. Il soggetto ha tempo 20 giorni, da quando l’Agenzia delle entrate svizzera pubblica la richiesta ufficiale di informazioni, con i criteri necessari, per individuare i contribuenti italiani. Il ricorso ha tre gradi di giudizio e quello che conta è quello finale. Tendenzialmente, specifica Baccaglini, queste opposizioni non sono mai state accolte. Il vero motivo per cui però ci si fa è ottenere tempo, ovvero per far cadere in prescrizione qualche anno fiscale.

Giorgia Pacione Di Bello
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