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In Europa ci vuole una politica fiscale unitaria

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

11 Giugno 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • La guerra commerciale tra Cina e Usa sta avendo ripercussioni anche sull’Unione europea. L’effetto più dirompente è la sofferenza del settore manifatturiero

  • Il 2019 è però caratterizzato da diverse incognite: Brexit, elezioni del successore di Draghi e incertezze sull’Italia (incertezze su possibili nuove elezioni)

Il problema più grande dell’Unione Europea è l’assenza di una politica fiscale unitaria. In questo contesto economico uno stimolo fiscale espansivo Ue potrebbe fare la differenza

La guerra commerciale tra Cina e Usa la fa da padrona sulla scena globale. La Cina da parte sua, già dal 2018, ha iniziato a muovere la leva fiscale e quella monetaria per attutire il colpo. Questo ha infatti permesso al Paese di riuscire ad arginare i dazi messi dagli Usa. Il poter contare sugli stimoli fiscali non è da sottovalutare, anche perché questo è quello che manca, proprio, all’Unione Europea. Frank Häusler, Chief Strategist di Vontobel, spiega infatti come il non avere una politica fiscale unitaria a livello Ue sia un problema. Anche perché in questo momento si avrebbe bisogno di una politica fiscale espansiva (adesso si ha solo una politica di spesa.

Le singole misure nazionale non hanno la stessa forza che invece potrebbe avere un’azione comune. Se dunque si vuole cercare di competere a livello internazionale con giganti come gli Usa e la Cina, che giocano costantemente con gli stimoli fiscali e monetari, ci si deve dotare di una linea fiscale unitaria. La guerra commerciale sta però avendo serie ripercussioni anche a livello Ue. In generale, negli ultimi mesi, si è evidenziato come il comparto che più sta soffrendo è quello manifatturiero. E la situazione non può che peggiorare se il conflitto cinese-americano dovesse allungare i tentacoli anche e livello Europeo (dazi sulle automobili). Ma a livello europeo i problemi non finiscono qua.

Questo 2019 è infatti caratterizzato da diversi rischi: la Brexit e suoi effetti, i problemi nazionali della Francia con i gilè gialli, le elezioni in Italia (possibili nuove elezioni in estate?) e le tariffe sulle automobile come strascico delle politiche americane nei confronti della Cina. Per quanto riguarda il successore di Mario Draghi ci sono tre possibili candidati: Rehn – Liikannen (Finlandia), Villarag (Francia) o Weidmann (Germania). La scelta più moderata è rappresentata, secondo Häusler, dal finlandese. Il rischio “mosse economiche troppo azzardate” anche da parte del tedesco sono però basse. Qualunque sia il successore di Draghi, questo dovrà proseguire sul percorso già tracciato. Le condizioni economiche non sono infatti favorevoli a politiche troppo severe. Per quanto riguarda l’Italia i problemi principali sono il sistema bancario italiano, lo spread e lo squilibrio nel mercato del lavoro. Quest’ultimo è molto ben rappresentato dallo squilibrio esistente fra costo del lavoro e produttività ai minimi storici.

Questi due fattori portano ad una maggiore disoccupazione e penalizza anche le imprese nazionali, visto la predisposizione all’esportazione (se sono un’azienda tedesca e mi finanzio in Germania quasi a tassi negativi, una italiana mi finanzio e pago il 3%. Perdi già in partenza).

Giorgia Pacione Di Bello
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