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Dove pago le tasse se lavoro all’estero ma vivo in Italia?

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

31 Agosto 2018
Tempo di lettura: 2 min
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  • Se si ha la residenza all’estero ci si deve accertare che il paese in questione abbia firmato la Convenzione contro le doppie imposizioni

  • Nel caso in cui si abbiano degli immobili in Italia si devono pagare le tasse

Il problema del “dove” colpisce molti cittadini italiani che ogni anno decidono di andare a lavorare all’estero. La regola generale recita che si pagano le tasse dove si ha la residenza. Ma la questione non è così semplice

Dove si ha la residenza si devono pagare le imposte. Questo è il principio cardine che si deve tenere presente quando si va a lavorare all’estero. Significa dunque che tutti gli italiani che hanno deciso di spostare la propria residenza in un pese estero dovranno pagare le tasse in quel determinato paese. In Italia si dovranno pagare le tasse solo se verranno prodotti dei redditi.

Si potrebbe pensare che la questione sia termina qua, ma non è così. Perché prima di dover pagare le tasse in Italia o all’estero si devono prendere in considerazione diverse situazioni. Due di questo sono: le convenzioni contro le doppie imposizioni e gli immobili. Nel primo caso, le convenzioni sono firmate da due paesi per evitare che un soggetto sia tassato due volte. Se dunque il paese, in cui si lavora e si ha la residenza, ha siglato la convenzione con l’Italia, si verrà tassati una sola volta. Il secondo caso riguarda gli immobili. In questo caso la questione si complica perché, si può essere residenti inglesi, francesi o altro ma se si ha un’immobile in Italia (anche con la convenzione) si dovranno pagare le tasse sui beni nel Bel Paese.

Altro problema è il “dimostrare di essere residenti”. Gli italiani che risiedono all’estero sono infatti tenuti a dimostrare di non essere più residenti in Italia, se non vogliono pagare le tasse anche in patria. l’Italia considera infatti, ai fini dell’imposta sul reddito, non residenti tutti coloro che non risultano essere iscritti nell’Anagrafe comunale per almeno 183 giorni (184 per gli anni bisestili) e non hanno in Italia né il domicilio né la residenza. Se dunque si lavora all’estero ma si ha la propria dimora abitale in Italia o lo studio, allora si dovranno pagare le tasse nel Bel Paese.

Altro errore che spesso si commette, soprattutto se si pensa che il trasferimento estero sia di breve durata, è la non iscrizione all’A.I.R.E. (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Questa mancanza rende vani tutti gli sforzi fatti. Perché? L’A. I. R. E. è un registro gestito dai comuni sulla base dei dati e delle informazioni proveniente dai consolati all’estero, che contiene tutti i dati dei cittadini che non risiedono più in Italia, per un periodo superiore ai 12 mesi. E’ importante perché, se non si è iscritti all’A.I.R. E si è cittadini (residenti in Italia)  e dunque soggetti alla tassazione. L’iscrizione al registro è infatti effettua direttamente dall’interessato che si deve recare presso l’ufficio consolare più competente entro 90 giorni dal trasferimento di residenza. Iscrivendosi si viene contestualmente cancellati dall’anagrafe del Comune di provenienza.

Ma non finisce qua perché i cittadini che hanno trasferito la propria residenza all’estero devono anche essere pronti a fornire la prova “del reale trasferimento all’estero”. Devono quindi dimostrare che non hanno in Italia la dimora abituale e gli “interessi allargati”. Per interessi allargati l’Agenzia delle entrate definisce tutto ciò legato agli aspetti economici, familiari e sociali. Per dimostrare che dunque si è veramente residenti in un paese estero si può usare qualsiasi mezzo documentale. Ad esempio, si può provare l’esistenza di una dimora abituale, o della famiglia che si ha all’estero, o l’iscrizione dei figli alle scuole locali.

Giorgia Pacione Di Bello
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