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Le startup innovative italiane superano quota 10 mila

Le startup innovative italiane superano quota 10 mila

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Francesca Conti
Francesca Conti

10 Maggio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Gran parte delle startup innovative (72,6%) fornisce servizi alle imprese, in particolare, produzione di software e consulenza informatica (34,4%)

  • Le startup innovative rappresentano circa il 3% di tutte le società italiane di recente costituzione

  • Queste società presentano almeno un socio under-35 nel 42,9% dei casi, contro il 33,7% registrato tra le neo-imprese non innovative

È record per le startup innovative italiane, che per la prima volta hanno raggiunto quota 10 mila. I fatturato dei queste giovani imprese, tuttavia, supera appena i 150 mila euro. Intanto l’Ocse ha dato il suo giudizio positivo sulla normativa vigente in materia

Il record era praticamente già scritto, ma adesso è arrivata l’ufficialità: le startup innovative italiane hanno raggiunto per la prima volta quota 10 mila. L’ultimo report trimestrale realizzato daMinistero dello Sviluppo economico, UnioncamereeInfocamere a fine marzo ne conta infatti 10.075, in aumento del 3,2% rispetto alla fine del 2018. Numeri che confermano un trend in costante crescita.

Le startup innovative costituite da meno di cinque anni e con fatturato annuo inferiore ai 5 milioni (come richiesto dalla normativa), si stanno facendo largo nel panorama imprenditoriale nazionale: rappresentano quasi il 3% delle società di recente costituzione in Italia e coinvolgono oltre 55 mila soci e addetti. Il loro capitale sociale complessivo tra gennaio e marzo 2019 segna una crescita del 7,7%, rispetto al trimestre precedente, a quota 527,1 milioni di euro. Il capitale medio è pari a 52.319 euro a impresa (+2.200 euro circa sul trimestre).

Gran parte delle startup innovative (72,6%) fornisce servizi alle imprese, in particolare, produzione di software e consulenza informatica (34,4%), attività di ricerca e sviluppo (13,4%), attività dei servizi d’informazione (9,3%). Il 18,4% invece opera nel manifatturiero, con la fabbricazione di macchinari (3,3%), di computer e prodotti elettronici (3,1%), o di apparecchiature elettriche (1,7%), mentre il 3,6% opera nel commercio.

Altra caratteristica di queste giovani società è la loro appartenenza alla categoria delle micro-imprese. Solo 4 startup su 10 (4.271) hanno almeno un dipendente, e anche queste ultime presentano in media non più di 3,1 addetti ciascuna, contro i 5,6 delle altre imprese di recente costituzione. Per contro, le startup presentano compagini sociali più ampie: in media ciascuna startup ha 4,5 soci, contro i 2,1 riscontrati tra le altre nuove imprese comparabili.

Anche i dati di bilancio delle startup innovative lasciano intendere le ridotte dimensioni delle imprese iscritte:il fatturato medio, ad esempio, supera appena i 150 mila euro. Va tuttavia tenuto conto del fatto che la popolazione delle startup innovative è soggetta a un turnover costante: a fronte del continuo flusso in entrata di nuove imprese di recente costituzione si registra infatti la progressiva fuoriuscita – per sopraggiunti limiti di età (5 anni) o dimensionali (5 milioni di fatturato annuo) – delle imprese che presentano le performance economiche migliori.

Eclatante in questo senso l’età media delle 178 startup innovative che al 31 marzo 2019 riportano un fatturato superiore a 1 milione di euro: 3 anni e 11 mesi. Il valore complessivo espresso da questa nicchia, pari a ben 341 milioni di euro, rappresenta quasi il 40% del fatturato ascrivibile all’intera popolazione delle startup. Per contro, solo il 57% delle startup attualmente iscritte hanno già depositato un bilancio, a riprova della prevalenza della fascia di imprese di recentissima costituzione.

Intanto anche l’Ocse è intervenuto su queste giovani imprese. In un rapporto ad hoc gli esperti dell’organizzazione di Parigi dettagliano una valutazione indipendente e complessiva dell’impatto economico e sociale che ha avuto sulle giovani imprese il quadro normativo vigente in Italia, noto anche come Start-up Act. La norma mirava a creare un ambiente più favorevole alle piccole startup innovative attraverso una serie di strumenti, tra cui figurano una modalità di costituzione rapida e gratuita, una procedura di fallimento semplificata, incentivi fiscali per gli investimenti in azionari e un sistema pubblico di garanzia per l’accesso al credito bancario.

Lo Start-up Act è descritto dagli esperti Ocse come un “laboratorio” di grande utilità per l’elaborazione di policy equivalenti a sostegno dell’imprenditorialità innovativa in tutti i Paesi membri, perché, grazie alle sue peculiarità, costituirebbe un interessante caso di studio in materia. Naturalmente, il giudizio sottolinea che l’impatto dello Start-up Act sulle beneficiarie è stato sì positivo, ma richiama all’introduzione di azioni successive complementari in altre aree di policy per realizzare appieno il potenziale delle startup innovative italiane. In sostanza, considerando che si tratta di un’iniziativa relativamente recente, futuri interventi migliorativi saranno inevitabilmente necessari.

Francesca Conti
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