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Sempre più donne alla guida delle imprese familiari

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

03 Gennaio 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • Nel passato la figlia femmina veniva molto protetta dal padre. E infatti questa veniva inserita all’interno dell’azienda nell’amministrazione o nella comunicazione. Ruoli che le permettevano di conciliare la vita di impresa con quella di mamma

  • A differenza degli uomini, le donne entrano in punta di piedi in azienda e partono dal basso. Vogliono infatti dimostrare di essere all’altezza di dirigere l’impresa di famiglia

I passaggi generazionali in rosa sono triplicati negli ultimi dieci anni. Claudio Devecchi, amministratore unico di Cerif ha spiegato a We- Wealth le ragioni di questo cambiamento

 

I passaggi generazionali nelle aziende si tingono di rosa. Sempre più donne arrivano a guidare le società di famiglia, un fenomeno in forte crescita negli ultimi dieci anni. Nel 2008 solo il 12% delle figlie femmine riuscivano ad entrare in azienda ricoprendo ruoli dirigenziali, mentre nel 2018 siamo arrivati al 37%. I dati vengono dal Cerif, il centro di ricerca delle imprese di famiglia, frutto di un sondaggio che ha coinvolto quest’anno oltre 100 aziende e che è stato presentato nel corso del premio “Di Padre in figlio” promosso dallo stesso centro e svoltosi il primo dicembre.

Ma cosa è cambiato rispetto agli scorsi anni?
“Nel passato il papà imprenditore – spiega Claudio Devecchi, amministratore unico del Cerif – voleva proteggere la figlia occupandola come impiegata con orari d’ufficio in compiti o funzioni esecutive (contabilità, comunicazione, segretaria della direzione) con limitate responsabilità con l’obiettivo di far conciliare il ruolo di moglie, madre e lavoratrice. Nei tempi recenti molte donne imprenditrici hanno però iniziato a laurearsi in discipline vicine alla combinazione tecnico-produttiva dell’impresa di famiglia (ingegneri, chimici, medici, veterinari, giurisprudenza) e molte altre hanno adottato il modello dell’imparare facendo. Infine un elemento affatto trascurabile è la diversa psicologia femminile applicata al business familiare rispetto all’erede maschio”. Se a questo si aggiunge il fatto che negli anni è andato sgretolandosi, sempre più, il mito dove “l’uomo è l’imprenditore mentre la donna è collaboratrice d’impresa”, per far posto al: “è venuto il momento di dare uguali chance di successo nel fare impresa sia alla donna che all’uomo”, si può iniziare a capire come mai le donne stiano iniziando a rosicchiare sempre più quote e posizioni di rilievo all’interno delle società di famiglia.

Le donne entrano in azienda in punta di piedi. “Di solito – spiega Devecchi – entrano dal basso e molto spesso prima di entrare nella società di famiglia fanno gavetta all’estero o in altre società”. La donna vuole dunque dimostrare di meritarsi veramente il posto (di capo) all’interno dell’azienda, e dunque di non essere lì solo perché figlia del fondatore. I dati mostrano infatti come le eredi entrino in azienda in posizioni rilevanti, tra i 45 e 50 anni contro 41 e i 45 anni degli uomini. L’arrivare più tardi al comando dell’impresa è anche l’effetto di una cultura dura a morire. È il frutto di “una mentalità ancora maschile degli uomini che governano le imprese familiare italiane che hanno a tutt’oggi qualche remora atavica nel cedere il timone aziendale a una donna”. Ma una volta “varcato il Rubicone” i benefici si vedono. Le donne “sono portatrici di cambiamento, di creatività, di indipendenza. Denotano pazienza, prediligono l’ordine e il coordinamento nei processi aziendali critici”. E ci sono casi in cui riescono a sviluppare un welfare più a misura di donna, dato che capiscono appieno le problematiche in rosa. “Nell’azienda Keyline, – racconta Devecchi – l’amministratore unico pro tempore, Mariacristina Gribaudi ha affrontato molto seriamente questa situazione (la maternità) che per certuni rappresenta un problema. In quel caso è esattamente l’opposto: l’impresa cerca di andare incontro alle necessità delle neomamme e, alle future mamme, cercando di garantire un buon trattamento una volta partorito, invece di penalizzarle”

Giorgia Pacione Di Bello
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