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Pmi, ripartire investendo nella ricerca e nell'innovazione

Pmi, ripartire investendo nella ricerca e nell'innovazione

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

15 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • In Italia le risorse destinate all’accumulazione della conoscenza rappresentano mediamente l’1,5% del prodotto interno lordo tra pubblico e privato

  • Il piano Amaldi punta a eliminare il gap con la Germania sui fondi pubblici destinati alla ricerca di base aumentando progressivamente la spesa fino a circa 20 miliardi di euro annui

  • Crescono gli investimenti del settore dell’information & communication technology: solo nel 2018 si parla di 2,6 miliardi di euro

L’Italia non tiene il passo e resta ancora indietro rispetto alla media europea sugli investimenti in ricerca e sviluppo. Ma la ripartenza delle piccole e medie imprese potrebbe iniziare proprio da qui. Occhi puntati sul recovery plan

Mentre dall’inizio del millennio l’economia italiana è stata caratterizzata da un periodo di prolungata stagnazione, la spesa in ricerca e sviluppo ha registrato una crescita altalenante. Nonostante la recente spinta agli investimenti nel settore, la distanza da colmare con gli altri paesi avanzati resta consistente. Stando a un’analisi dell’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, le risorse destinate all’accumulazione della conoscenza rappresentano mediamente l’1,5% del prodotto interno lordo tra pubblico e privato, contro il 2-3% registrato da paesi come la Francia, la Germania e gli Stati Uniti.

Una situazione legata innanzitutto “ai settori a minor intensità di conoscenza in cui molte delle nostre imprese operano”, ma anche alla problematica dimensionale. Secondo l’osservatorio, infatti, le spese registrate dalle aziende di piccole dimensioni risultano essere più contenute, basti pensare che in Germania le grandi imprese con oltre 500 dipendenti investono da sole quasi l’1,7% del pil in r&s, “più di quanto si investe in Italia sommando tutte le fonti di finanziamento pubbliche e private”. Inoltre, le pmi risultano essere meno disponibili a impiegare lavoratori altamente qualificati, che potrebbero rappresentare una delle chiavi principali del trasferimento tecnologico.

Come spiegano Carlo Cottarelli e Giulio Gottardo, autori dell’analisi, “la performance deludente delle imprese in questo ambito si traduce, nel lungo periodo, in una perdita di competitività causata dalla stagnazione della produttività”. In questo contesto, precisano, incrementare gli stanziamenti pubblici nel settore e rinforzare il trasferimento tecnologico “potrebbero avere effetti di medio e lungo periodo estremamente desiderabili, come una crescita economica accelerata, l’inserimento di più giovani altamente qualificati nel mercato del lavoro e un maggiore contributo italiano alle sfide del futuro”. Una proposta in tal senso è stata elaborata dal piano Amaldi che punta a eliminare il gap con la Germania sui fondi pubblici destinati alla ricerca di base aumentando progressivamente la spesa fino a circa 20 miliardi di euro annui, contro i nove miliardi attuali, anche se un “piano meno ambizioso potrebbe essere raggiungere la Francia, arrivando a spendere circa 15 miliardi all’anno”, concludono gli esperti.

Un settore che sta compiendo passi in avanti sul fronte della ricerca e sviluppo, intanto, è quello dell’information & communication technology (Ict). Stando all’ultimo rapporto realizzato da Anitec-Assinform, l’Associazione per l’information and communication technology di Confindustria, in collaborazione con l’Agenzia per la promozione della ricerca europea, le imprese del settore nel 2018 hanno investito 2,6 miliardi di euro. Almeno la metà della spesa è stata trainata dalle aziende di software e servizi it, ma anche dalle società dedicate alla produzione di computer e apparati (+4,8%). Inoltre, l’86% è stata autofinanziata dalle stesse imprese, che testimoniano come il comparto sia stato in grado di attrarre capitali dall’estero più degli altri settori. Complessivamente, tuttavia, i valori espressi dagli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione delle imprese Ict rappresentano oggi ancora solo il 12% del totale dei finanziamenti internazionali e registrano proporzioni rispetto al pil più contenute rispetto a Germania e Unione europea (si parla dello 0,15% contro rispettivamente lo 0,21% e lo 0,22%). Per non dimenticare che sull’anno in corso rischiano di pesare gli effetti della crisi epidemiologica.

Secondo Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform, i programmi di rilancio in discussione sulla base del recovery plan che adotterà l’Unione europea, “assegnano un ruolo centrale al digitale e accentuano la priorità di rafforzare gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione Ict, puntando su una solida collaborazione tra istituzioni pubbliche e attori privati con l’obiettivo di mantenere il passo con i paesi guida. Di più vuol dire aumentare sensibilmente le risorse. Meglio vuol dire concentrare risorse ed energie su ambiti dove sono maggiori le possibilità di sviluppare massa critica e consolidare ecosistemi tecnologici di rilevanza almeno europea”.

La pandemia, aggiunge il ministro dell’università e della ricerca Gaetano Manfredi, in questo contesto ha contribuito ad “accelerare il processo di transizione digitale in atto e va colta l’opportunità di governarlo per rispondere alla richiesta di una società più equa e più democratica”. Innanzitutto, spiega, bisognerebbe rafforzare le competenze specifiche, incentivando i giovani, specialmente le donne, a orientarsi verso le facoltà Stem (Science, technology, engineering and mathematics), “in modo da rispondere alla crescente richiesta che arriva dai mondi della robotica, dell’intelligenza artificiale, della biomedicina e dell’energia”. “Senza dimenticare il fondamentale ruolo della ricerca – conclude – che deve consentire anche alle realtà industriali medie e piccole, tanto importanti per il nostro sistema economico, di attestarsi su una dimensione tecnologica superiore”.

Rita Annunziata
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