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Pmi: crescono gli investimenti complementari al credito bancario

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

21 Novembre 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • Si parla di crowdfunding, private equity, venture capital e minibond. E anche i token digitali potrebbe iniziare ad avere un ruolo importante in un prossimo futuro

  • “Il mercato della finanza alternativa, o per meglio dire complementare, al credito bancario per le Pmi continua a crescere in Italia, come nel resto d’Europa” dichiara Giancarlo Giudici professore associato di Finanza aziendale

In un anno sono stati veicolati verso le Piccole e medie imprese italiane (Pmi) tre miliardi di investimenti. Dato in crescita rispetto ai 2,3 del periodo precedente

La finanza alternativa al credito bancario continua a crescere. Da luglio 2018 e giugno 2019 in Italia le risorse che sono infatti state investite in Piccole e medie imprese italiane (Pmi) sono di circa tre miliardi di euro (2,3 miliardi nel periodo precedente). Si parla dunque di risorse provenienti dal private equity, venture capital (dopo alcuni mesi di difficoltà, hanno ripreso a svolgere un ruolo prioritario nell’industria), dall’invoice trading, e del crowdfunding ch ha mantenuto buoni tassi di crescita, pur rimanendo ancora comparativamente piccolo. L’offerta di token digitali, spinta dalla tecnologia blockchain, è invece in attesa di una probabile regolamentazione. Queste sono alcune delle evidenze emerse dal secondo quaderno di ricerca sulla finanza alternativa per le Pmi in Italia, pubblicato dagli Osservatori Entrepreneurship&Finance della School of Management del Politecnico di Milano e presentato al primo “Alt-Finance Day”, organizzato dalla Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

“Il mercato della finanza alternativa, o per meglio dire complementare, al credito bancario per le Pmi continua a crescere in Italia, come nel resto d’Europa: nuovi attori si affacciano sulla scena e c’è attenzione anche dal mondo della politica, interessata a far affluire risorse verso l’economia reale – commenta Giancarlo Giudici, estensore della ricerca e professore associato di Finanza aziendale -. Ciò ha facilitato l’accesso al capitale e ha consentito a tante piccole e medie imprese italiane di incrementare la propria competitività e di ottenere vantaggi in termini di accresciute competenze manageriali, visibilità sul mercato, opportunità di investimento”.

Ma, a fronte di questo clima positivo, quali sono i risultati concreti? L’indagine annuale del Fondo Europeo per gli Investimenti (Fei), che misura la facilità di accesso al capitale per le Pmi nell’Unione europea, vede l’Italia scendere nel 2018 dal 17° al 19° posto, scavalcata dall’Estonia e dal Portogallo. Secondo la Banca Centrale Europea, in Italia la percentuale di Pmi potenzialmente vulnerabili in termini finanziari (cioè con ricavi e profitti in diminuzione mentre debito e pagamento di interessi aumentano) è superiore al 7%, mentre la media continentale è 3%. Inoltre, le Pmi italiane sono diventate relativamente più pessimiste rispetto all’accesso al credito bancario.

Nel report sono stati analizzati sei ambiti specifici, cercando di individuare il contributo che hanno dato alla raccolta di risorse finanziarie per le Pmi italiane rispetto al tessuto imprenditoriale nel suo complesso. E dunque abbiamo i minibond (ricorso al mercato mobiliare per il collocamento di titoli di debito come obbligazioni e cambiali finanziarie), il crowdfunding (opportunità di raccogliere capitale su portali Internet nelle varie forme ammesse, come reward, lending, equity), l’invoice trading (smobilizzo di fatture commerciali attraverso piattaforme web); il direct lending (credito fornito da soggetti non bancari attraverso prestiti diretti), l’Initial Coin Offering, ICOs, (collocamento di token digitali su Internet grazie alla tecnologia emergente della blockchain), il private equity e il venture capital (finanziamento con capitale di rischio fornito da investitori professionali, a volte prodromico alla quotazione in Borsa).

I minibond.

L’industria dei minibond cresce progressivamente in Italia dal 2013. Le Pmi italiane emittenti di minibond fino al 30 giugno 2019 sono state 279, 19 delle quali affacciatesi sul mercato per la prima volta nel primo semestre 2019. Il controvalore collocato, nei 12 mesi coperti dalla ricerca, è stato di 756 milioni di euro, in contrazione rispetto agli 1,13 miliardi dell’anno precedente.

Il crowdfunding

Partito in sordina l’equity crowdfunding ha visto un ottimo tasso di crescita negli ultimi mesi, anche grazie all’estensione a tutte le Pmi di questa opportunità, inizialmente riservata a startup e Pmi innovative. Sono 369 le aziende italiane che fino al 30 giugno 2019 hanno provato a raccogliere capitale di rischio sulle piattaforme Internet autorizzate, assicurandosi attraverso 261 campagne chiuse con successo un funding pari a 82,27 milioni di euro. Si tratta in gran parte di piccole startup, ma si ci attende un buon tasso di crescita con le operazioni in ambito real estate. Nei 12 mesi analizzati la raccolta è stata pari a 49 milioni di euro, più del doppio del periodo precedente. .

Invoice trading

Le piattaforme di invoice trading italiane hanno mobilitato fino al 30 giugno 2019 più di 1,5 miliardi di euro, di cui 939,3 milioni nei 12 mesi considerati (+91% rispetto all’anno prima). Va sottolineato che il ciclo di investimento in questo ambito è molto più corto, trattandosi della cessione a investitori professionali di fatture commerciali a scadenza mediamente tre o quattro mesi, spesso utilizzate come sottostante per operazioni di cartolarizzazione. Molte delle risorse conteggiate sono quindi state reinvestite più volte nell’arco del periodo, e le stesse imprese hanno ceduto più fatture nel tempo. Si tratta dello strumento relativamente più utilizzato fra tutti quelli considerati e le prospettive per il futuro sono positive; si tratta di uno dei comparti che sta crescendo di più e l’unico preso in esame dove l’Italia regge il confronto in Europa.

Direct lending

Si tratta del segmento meno sviluppato al momento, perché ha toccato solo marginalmente le Pmi e in cui è più difficile raccogliere informazioni esaustive, non pubblicamente disponibili. Ad oggi sono poche le piccole e medie imprese italiane che hanno ottenuto un prestito diretto da fondi specializzati, per un importo intorno a 30 milioni di euro, di cui 8 nel periodo preso in esame (il doppio rispetto al precedente). Vi è però spazio per una crescita futura, poiché sono stati annunciati diversi fondi di investimento dedicati.

ICOs e token offerings

Attraverso le Initial Coin Offerings (ICOs) è possibile raccogliere capitale su Internet offrendo in sottoscrizione token digitali e disintermediando completamente piattaforme terze e circuiti di pagamento tradizionali. Grazie alla tecnologia blockchain, i token consentono ai sottoscrittori di accedere a prodotti e servizi, a volte di partecipare attivamente al progetto imprenditoriale; sono spesso scambiati su piattaforme specializzate e questo rende labile il confine fra le ICOs e la sottoscrizione di investimenti finanziari. La novità del 2019 è la consultazione avviata da Consob per studiare una possibile definizione e regolamentazione del collocamento di ‘cripto-attività’.

Private equity e venture capital

Questi sottoscrivono capitale di rischio di imprese non quotate con l’ambizione di contribuire attivamente alla loro crescita per poi ottenere una plusvalenza al momento dell’exit.  Gli investitori negoziano contratti e patti complessi con gli imprenditori, cosa che non accade ad esempio nell’equity crowdfunding, dove il potere contrattuale dei sottoscrittori è molto basso. Benché attivo da tempo, il mercato italiano del private equity e del venture capital è ancora sotto-dimensionato rispetto alla situazione di Regno Unito, Germania, Francia.

 

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